Internazionale
La vicenda della Giolfo e Calcagno a Livorno

Altri licenziamenti

La “Giolfo e Calcagno”, più nota ai livornesi con il vecchio nome di “Genepesca”, una società specializzata nella lavorazione e nel confezionamento di pesce surgelato, si è aggiunta definitivamente al lungo elenco delle fabbriche chiuse.

Dopo l’annuncio dei proprietari di voler disfarsi dell’attività, nel gennaio 2009, i lavoratori hanno conosciuto la cassa integrazione straordinaria e poi quella in deroga. Le istituzioni si erano impegnate a cercare un nuovo acquirente ma forse non hanno cercato abbastanza o forse sotto c’è dell’altro. L’ubicazione dell’impianto su un terreno a concessione demaniale nell’ambito del porto industriale può aver fatto gola a molti operatori dell’economia portuale. Questo fatto, tenuto conto degli storici legami tra imprenditoria portuale e forze politiche cittadine, può avere, diciamo così, “orientato” l’intensità dell’impegno sia degli amministratori locali, sia forse degli stessi sindacati.

L’importante, dal loro punto di vista, era levarsi dai piedi la scocciatura di quei sessanta lavoratori che, durante tutto questo tempo, non si sono mai arresi, dando vita a sit-in, piazzando per mesi una tenda di fronte al municipio, finendo, lo scorso novembre, con una assemblea permanente nei locali dell’azienda, assemblea che richiedeva il prolungamento della cassa in deroga per un altro anno.

Il finale, presentato dalla stampa cittadina come una grande vittoria sindacale è stato: proroga di appena un mese e mezzo della cassa integrazione, che così arriverà a fine anno, condizionata allo sgombero dei locali da parte dei lavoratori, con la promessa del diritto di precedenza nell’assunzione nel caso che nel sito della “Giolfo e Calcagno” si stabilisca una qualche altra attività (difficile che si possa prendere sul serio tale promessa trattandosi di operai, anzi per lo più operaie, tra i 35 e i 55 anni).

Nel corso della loro assemblea permanente i lavoratori della “Giolfo e Calcagno” hanno avuto la partecipazione di altri operai, come quelli della locale cementeria, anche quella in procinto di chiusura . Se la solidarietà si trasformasse in unione organizzata, la lotta per il posto di lavoro potrebbe trovare nuove gambe e passare dalla dimensione aziendale a quella cittadina. La parola “fine”, allora, potrebbe essere non ancora scritta.

Corrisondenza Giolfo e Calcagno


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