Internazionale
Editoriale

Nel capitalismo non c’è futuro

Non staremo a ripetere le cifre: non passa giorno che questo o quel centro di ricerca, questa o quella istituzione, in Italia o all’estero, non ce ne presentino di nuove. Tutte ci ricordano il disastro economico nazionale. Disoccupazione in aumento, prodotto interno lordo col segno meno davanti, riduzione dei consumi, anche di quelli alimentari, a causa dell’impoverimento medio delle famiglie, estensione della precarietà, chiusura di aziende, licenziamenti, salari di fame...

Ma Renzi sorride e dispensa ottimismo. Quando appare in TV ricorda quei monelli da Paese dei balocchi che si vedevano nelle prime edizioni di Pinocchio. “No ai diktat dell’Unione Europea, le riforme le decidiamo noi”, questi sono i virgolettati di prima pagina con i quali lo gratificano i maggiori quotidiani negli ultimi giorni. Fabbricarsi qualche piccola battaglia patriottica contro la Commissione europea o contro la Banca tedesca è un espediente demagogico che potrà forse aiutare l’ex sindaco di Firenze a restare ancora qualche settimana a galla nei sondaggi, ma la realtà è che né lui, né nessun altro sa come uscire dalla crisi.
E per quanto le smargiassate di Renzi meritino tutto il sarcasmo del mondo, non ci si può dimenticare che è tutta l’economia europea e mondiale ad annaspare. Tutti i provvedimenti presi o preannunciati non fanno che peggiorare le cose.
Le dimensioni raggiunte dal debito pubblico spingono i gruppi dirigenti italiani, come e più dei loro omologhi tedeschi e francesi ad attingere ancora una volta dal “bancomat” del monte salari dei dipendenti pubblici e da quello della spesa sanitaria. Proprio come tutti i proclami sulla necessità di tornare ad essere competitivi camufferanno ulteriori colpi alle pochissime tutele rimaste ai lavoratori del settore privato.
La Banca Centrale Europea annuncia il nuovo fiume di denaro, mille miliardi entro il 2016, ad un tasso prossimo allo zero, che si riverserà sulle banche e, tramite queste, promette Draghi, sul sistema produttivo. Ma la verità è che le banche non hanno nessuna intenzione di rischiare questa manna in prestiti a imprese le cui merci rimangano nei magazzini. Molto più probabilmente utilizzeranno questi soldi per acquistare titoli del debito pubblico, alimentando un gioco assurdo che minaccia di concludersi con una nuova catastrofe economica. La questione rimane infatti quella di sempre, per quanto si complichi tutta la sovrastruttura finanziaria, alla fine l’economia capitalista si regge sulla produzione di merci. Se le merci rimangono invendute perché la gente non ha soldi in tasca, le imprese chiudono o sopravvivono fortemente ridimensionate. Nessun banchiere si sognerebbe di offrire loro un credito. A meno che, beninteso, non si tratti di colossi industriali “troppo grandi per fallire”nei cui consigli di amministrazione siedono spesso i rappresentanti delle stesse banche che concedono loro i prestiti.
Quando e come verrà superata questa crisi nessuno può dirlo. Di sicuro i lavoratori e gli strati sociali più poveri, se non troveranno la strada di una difesa collettiva e organizzata, pagheranno un conto ancora più salato di quello che stanno già pagando.

Il capitalismo sta tradendo tutte le sue promesse e sta distruggendo tutte le illusioni con le quali ha creduto di guadagnarsi la fiducia delle giovani generazioni. La sua crisi colpisce tanto il manovale quanto il giovane laureato.
Sono apparsi in questi ultimi tempi diversi articoli di economisti e di storici che richiamano le analogie fra la situazione attuale e quella degli anni ’30. In alcuni si parla esplicitamente di crisi economica come causa della Seconda guerra mondiale e, nel nostro tempo, come causa delle varie guerre civili che lambiscono i confini dell’Unione europea, con possibili ulteriori e più tragici sviluppi.
Il capitalismo è anche questo, e alla sua crisi e alle sue prospettive di miseria e di morte bisogna opporre un programma e un’azione politica che metta all’ordine del giorno la sua fine.


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