Internazionale
Editoriale

I capitalisti italiani guadagnano due volte dal debito pubblico

Renzi ha fatto il suo piccolo show in Europa. Ad uso e consumo dell’opinione pubblica nazionale. Doveva interpretare tanto il rispettato capo di governo che si trova a suo agio nel trattare con la Merkel o con Hollande, quanto il rappresentante di un ritrovato orgoglio nazionale, uno che se proprio non batte i pugni sul tavolo, almeno non si fa intimidire né dalla cancelliera tedesca, né dai banchieri o dai superburocrati.
Come c’era da aspettarsi, tutti i cronisti e buona parte degli uomini politici hanno fatto propria questa commediola fingendo di credere che si trattasse niente popò di meno che di... politica europea.
Il presidente della Bundesbank tedesca e il capogruppo dei “Popolari” europei, tedesco anche lui, non hanno gradito più di tanto il tono e la sostanza dei discorsi di Renzi e così gli hanno guastato la festa, ricordandogli, tra l’altro, l’enorme debito pubblico che si continua ad accumulare.
La verità è che il debito pubblico cumulato ha raggiunto e superato i 2100 miliardi, ovvero 70 in più dello scorso anno. La grande borghesia italiana, tramite il governo, cerca di contrattare una maggiore flessibilità nell’applicazione dei parametri comunitari riguardo al rapporto deficit-Pil per ottenere quanto più possibile del bottino della spesa pubblica. Certo, c’è il pericolo che frani tutto l’edificio della finanza statale, ma la tentazione di mungere ancora le mammelle delle casse pubbliche, in questi tempi di crisi, è irresistibile.
Pubblicato qualche giorno addietro, in una pagina interna del Corriere della Sera, un breve articolo, nella rubrica dei commenti e delle opinioni, chiarisce il legame stretto fra spesa pubblica e sistema delle imprese in Italia. Le imprese private, sostiene l’articolista, lavorano “in percentuali molto significative per commesse pubbliche dello Stato o degli enti locali. Per questo il ciclo economico è drammaticamente fermo, perché era alimentato dal debito”. Conclusione: “paradossalmente, tagliando ulteriore spesa, le cose peggioreranno ancora”. Conclusione nostra: flessibilità o no, i soldi dello Stato dovranno andare in misura sempre maggiore ai banchieri e agli industriali. E siccome la coperta è corta e nessuno osa nemmeno pensare a non pagare gli interessi sul debito (che finiscono anche quelli nelle tasche dei banchieri e degli industriali), ne consegue che si preparano nuovi tagli sui servizi e nuovi aggravi sui bilanci delle famiglie delle classi popolari.
I rappresentanti del gran capitale tedesco sono consapevoli della forza che rappresentano in Europa. Non sono disponibili a mollare facilmente la presa su un sistema di accordi finanziari dal quale hanno ricavato dei benefici proporzionati a questa forza.
Ma non si può credere seriamente che sia in corso una battaglia fra cattivi tedeschi e buoni italiani.
La Bundesbank è semplicemente l’espressione di un gruppo di briganti più forti e meglio attrezzati fra le bande degli altri briganti europei. Il capitalismo italiano è solo una banda più debole e peggio organizzata ma certamente non meno brigantesca.
La classe lavoratrice, in tutti i paesi europei, è la prima vittima di questi briganti. I richiami all’orgoglio nazionale sono soltanto un inganno.
La BCE ha preannunciato un nuovo fiume di mille miliardi per le banche d’Europa. I soldi per impedire che milioni di persone sprofondino nella miseria ci sarebbero. Con la lotta e solo con la lotta i lavoratori potranno sottrarne una parte all’avidità dei banchieri e degli speculatori, opponendosi nello stesso tempo allo smantellamento di ciò che resta della Sanità pubblica, del sistema educativo e di tutti gli altri servizi sociali.


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