Internazionale

Evviva l’internazionalismo!

I giorni 7, 8 e 9 giugno si è tenuta, come tutti gli anni, la Festa di Lutte Ouvrière a Presles, vicino Parigi. Quello che segue è un estratto dell’intervento dalla compagna Nathalie Arthaud, portavoce di LO, lunedì 9 giugno. Abbiamo deciso di pubblicarne una gran parte per il significato e l’importanza dei temi toccati. In effetti, si è trattato di una messa a punto della situazione politica ed economica a livello internazionale da un punto di vista comunista rivoluzionario, sia pure nella forma semplificata richiesta da un comizio.

Lavoratrici e lavoratori, compagni e amici!

Com’è tradizione per noi il lunedì della festa, salutiamo particolarmente i nostri compagni venuti dagli altri paesi. La nostra festa non è solo quella di Lutte Ouvrière, è anche la festa dell’Unione comunista internazionalista, la nostra tendenza politica internazionale di cui fanno parte compagni che militano in luoghi diversi quali le cosiddette Antille francesi, l’isola di La Réunion, gli Stati Uniti, la Costa d’Avorio, il Belgio, la Germania, la Gran Bretagna, la Spagna, l’Italia e la Turchia.
Se li volete cercare nella festa, non cercate la loro bandiera nazionale: tutti alzano la stessa bandiera, la bandiera rossa, la bandiera dei lavoratori, la bandiera dei comunisti rivoluzionari.
Perchè la nostra classe non è solo il proletariato di Francia, è il proletariato internazionale.
(…)
Ciò che conta per noi è la situazione materiale e politica dei lavoratori, che siano in Francia o negli altri paesi.
Per esempio. vogliamo sapere della situazione della classe operaia in Turchia, e in particolare delle reazioni di rabbia che sono seguite all’esplosione nella miniera di Soma. Vogliamo sapere come gli operai dell’automobile provano a resistere al peggioramento dello sfruttamento nelle fabbriche di Detroit negli Stati Uniti.
Vogliamo conoscere quella gioventù spagnola che cerca una strada per uscire dalla morsa in cui l’ha rinchiusa la crisi dell’economia capitalistica e si è rallegrata dell’abdicazione di Juan Carlos.
Vogliamo sapere com’è l’organizzazione degli operai di Haiti e della zona industriale di Port-au-Prince, che durante l’autunno scorso hanno dato vita a ciò che per molti era il loro primo grande sciopero operaio.
E infatti l’internazionalismo non è solo una questione di solidarietà tra sfruttati e di efficacia nella battaglia. È la convinzione che i lavoratori non potranno emanciparsi in un solo paese. È la convinzione che la battaglia dei lavoratori, che siano in Turchia, in Costa d’Avorio, nel Brasile o nel Sudafrica, è la battaglia di tutti.

Il movimento operaio è nato internazionalista

Così si è costruito il movimento operaio. In passato i lavoratori si sono nutriti attraverso le battaglie, i partiti, le idee che circolavano tra i lavoratori degli altri paesi. Senza il partito socialdemocratico tedesco degli anni ’90 dell’Ottocento il partito bolscevico russo, l’unico che portò una rivoluzione operaia fino alla vittoria, non sarebbe potuto esistere.
Lenin, Trotsky, Rosa Luxembourg, furono i grandi dirigenti che sappiamo perché si sono formati nelle lotte dei lavoratori d’Europa e del mondo e nei dibattiti politici che hanno attraversato i vari partiti.
Il movimento operaio non è francese, né tedesco, né russo. È internazionale per natura, il suo internazionalismo si è incarnato in partiti operai aperti ai lavoratori di tutte le nazionalità.
Innanzitutto perché la classe operaia di ogni paese era composta da lavoratori immigrati. In Francia la classe operaia dell’Ottocento già mischiava operai belgi, polacchi, italiani. Senza parlare della classe operaia americana che si è costruita sull’immigrazione.
E poi ogni partito operaio rispondeva alla famosa parola d’ordine lanciata da Marx e Engels: "Proletari di tutti i paesi unitevi!".
Paul Lafargue, uno dei dirigenti del partito operaio in Francia ha descritto negli anni ’90 dell’Ottocento lo stato d’animo dei lavoratori che partecipavano alla manifestazione internazionale del 1° maggio.
Egli spiega che operai mai usciti dalla loro cittadina e fuori da ogni tipo di agitazione s’informavano sulle manifestazioni negli altri paesi, paesi di cui appena conoscevano il nome e la cui situazione geografica era loro sconosciuta.
Spiega che avevano la convinzione che gli operai di tutto il mondo agivano e capivano come loro. Aspettavano il 1° maggio come un giorno di liberazione perché pensavano che la lotta di altri compagni, all’estero, e non sapevano di preciso in quale posto, comunque contribuiva al miglioramento della loro vita.
Il loro internazionalismo andava di pari passo con la lotta di classe, e anche oggi è così.
Certamente ci preoccupiamo prima dello stato d’animo dei nostri compagni di lavoro, della situazione morale della classe operaia del paese nel quale viviamo e militiamo, e ci spazientiamo perché non ci sono abbastanza reazioni collettive.
Ma appena alziamo un po’ lo sguardo, possiamo solo essere colpiti dal coraggio sempre rinnovato della classe operaia nel mondo.
C’è il coraggio di quelle operaie del Bangladesh che non cessano di lottare. C’è la dignità di quei minatori turchi che mettono in discussione il governo. C’è il coraggio e la potenza degli operai cinesi che hanno scioperato a decine di migliaia, nonostante i divieti, le minacce di licenziamento, la polizia.
E voglio anche salutare la mobilitazione dei lavoratori della metropolitana di Sao Paulo che hanno deciso di proseguire lo sciopero nonostante il divieto della Giustizia. Sì, se il governo vuole che migliaia di spettatori possano assistere alla Coppa del Mondo, allora deve pagare decentemente i lavoratori dei trasporti!
(…)

Senza un partito operaio forte arretra tutta la società

In assenza di un intervento massiccio e cosciente della classe operaia che rimetta in discussione il capitalismo, la società arretra non solo nel campo materiale ma anche nel campo morale, ideologico.
La crisi in cui il capitalismo sprofonda da più di quarant’anni, e di cui l’ultimo picco è costituito dalla crisi finanziaria del 2008, ha portato alla stagnazione economica che spinge l’economia e la società in un vicolo cieco.
L’economia, attraversata da una serie di contraddizioni da molto tempo, è matura per una trasformazione sociale. Le tecniche, il livello di sviluppo, il livello al quale siamo capaci di produrre, spingono ad una collettivizzazione della produzione, ad una sua socializzazione. Ma per il fatto che la borghesia possiede i capitali, essa domina tutta la vita economica in funzione dei suoi interessi individuali ed egoistici.
In mancanza di un suo trasformarsi, l’economia così è condannata alle crisi, allo spreco dei mezzi di produzione, allo sfruttamento vergognoso dei lavoratori. E in mancanza di prospettive offerte alle popolazioni, la società produce arretramenti e mostruosità mai visti.
In Europa negli anni Trenta la crisi del capitalismo aveva portato al fascismo e al nazismo, prima di trascinare tutto il mondo nella guerra. Le stesse cause producono gli stessi effetti e settant’anni dopo forze dello stesso tipo stanno operando.
Ovunque si vedono forze che militano per un ritorno indietro. La xenofobia, l’intolleranza, la misoginia, il ripiegamento comunitario, la preminenza delle idee religiose non sono monopolio dei paesi poveri. Nessun continente, nessun paese vi sfugge, neanche i paesi più ricchi e più istruiti del pianeta.
Negli Stati Uniti, il paese che senz’altro detiene la più importante concentrazione di scienziati ed intellettuali, la maggior parte dei discorsi ufficiali finiscono con un “Dio ci benedica”. In alcuni Stati un fanciullo di 12 anni può essere condannato come un criminale e mandato all’ergastolo. In altri si continua a praticare la pena di morte.
In Europa l’ascesa delle forze reazionarie prende tante forme diverse.
La rimessa in discussione dell’aborto in Spagna è stata un colpo di fulmine per tutte le donne d’Europa che hanno scoperto che in questa società nessun diritto è acquisito. E il fatto che la società spagnola oggi si divida per sapere se la Spagna deve essere monarchica o repubblicana dimostra che si può vivere nel ventunesimo secolo con idee da Ancien régime.
In Francia, con le manifestazioni contro il matrimonio omosessuale, si sono visti riapparire dibattiti, che si pensavano superati, sul ruolo della donna nella società o sull’uguaglianza tra uomini e donne, accompagnati da un vero delirio contro l’educazione sessuale.
E forse avete visto qual è l’ultima invenzione dei preti: la benedizione degli Smartphones e dei tablet dei loro seguaci. È sempre meglio che benedire le armi, si dirà, ma è la dimostrazione che il progresso può andare di pari passo con tutti gli oscurantismi. Tanto vale dire che se il proletariato eserciterà il potere, dovrà spazzare via molte sporcizie.
Ma, per quanto riguarda l’Europa, la cosa più notevole è la spinta xenofoba e nazionalista che si è palesata durante le elezioni europee. In Francia, per la prima volta, il Fronte nazionale ha conseguito i voti di un elettore su quattro. In Gran Bretagna, il partito per l’indipendenza del Regno unito ha raccolto il 27,5%. In Grecia, Alba dorata ha raccolto il 9,5% e in Italia la Lega Nord ha registrato un certo progresso.
Ma ciò che desta l’attenzione è il fatto che in Danimarca e in Austria, paesi che sono rimasti fuori dall’aumento della disoccupazione e della precarietà, i partiti eurofobi e anti-immigrati sono arrivati in testa. A dimostrazione del fatto che le idee reazionarie non hanno bisogno del letame della crisi per crescere, basta lo stretto egoismo del piccolo borghese.
Certamente ci sono molte differenze tra tutti questi partiti.
Tra quelli come Alba dorata in Grecia e Jobbik in Ungheria, che fanno riferimento al nazismo e organizzano milizie per picchiare i rom e gli immigrati, e quelli come l’Ukip britannico, che si può collocare tra i partiti della destra parlamentare, c’è una serie di sfumature e strategie diverse.
Ma tutti hanno in comune il fare della lotta contro gli stranieri o le minoranze il loro commercio elettorale.
L’olandese Wilders ha promesso di “occuparsi dei marocchini”, il britannico Farage se la prende regolarmente con i rumeni, tutti usano più o meno la stessa demagogia anti-immigrati e tutti rappresentano un pericolo per i lavoratori.
E tutti, compresi quelli che si accontentano di parole, già pesano sulla vita politica perché per non essere da meno nei loro confronti, i partiti governativi inaspriscono il loro discorso e la loro politica nei confronti degli stranieri, dell’immigrazione e delle frontiere.
In Francia lo si può misurare concretamente. Dal suo arrivo al potere, la sinistra si è impegnata a procedere allo stesso numero di espulsioni di stranieri voluto dalla destra.
Anche senza parlare dei migranti che incontrano muri e filo spinato sempre più alti e rischiano la vita imbarcandosi su navi di fortuna, quelli stabilitisi in Francia da molto tempo già pagano questa politica con problemi per rinnovare il permesso di soggiorno, o spesso con l’impossibilità di uscire dal paese o di fare venire la famiglia.
Loro la pagano già, e la paghiamo tutti con un clima pestilenziale in cui le riflessioni o addirittura le intimidazioni razziste diventano banali.
E come già è successo dopo il caso Merah, c’è da temere che questi segni si moltiplichino dopo l’attentato antisemita perpetrato a Bruxelles.
Tutti gli elementi del meccanismo stanno lì, i pregiudizi razziali rispondono ad altri pregiudizi, i ripiegamenti comunitari si rispondono l’un l’altro.
Non dobbiamo lasciare che questo meccanismo si metta in moto. Perciò è necessario combattere tutte le idee reazionarie, così come quelle che consistono sicuramente nel confondere i fanatici religiosi islamici con i musulmani o l’immigrazione in generale. Ma questo vuol dire anche combattere l’idea per cui l’immigrazione è un problema..
Ma no, l’immigrazione non è un problema! Gli immigrati sono lavoratori, sono utili alla società. Producono e creano ricchezze, e questo nei settori dell’edilizia, dell’automobile, delle pulizie o della vigilanza dove spesso le condizioni sono quelle peggiori.
Come tutti gli sfruttati, essi producono più della loro parte perché producono anche la parte del padrone. Questo basta per dire che non sono loro a rappresentare un costo per la società.
Se ci sono uomini o donne che costano e sono nocivi per la collettività, li dobbiamo cercare dalle parti della borghesia, dalle parti degli sfruttatori. Sono i parassiti di tutte le nazionalità che si beano di vivere, e di vivere bene, a danno degli sfruttati.
Oltre al discorso anti-immigrati e a quello per il ripristino delle frontiere, i partiti reazionari che sono entrati nel Parlamento europeo riportano all’attualità il protezionismo economico.
Anche in questo campo essi influenzano la vita politica. In Francia quasi tutti i partiti hanno cominciato a raccomandare, chi più e chi meno, protezionismo.
È un’idea stupida perché il commercio internazionale è paragonabile alla circolazione del sangue, è necessario a tutta l’economia. Ma soprattutto è un’idea reazionaria e pericolosa, che sia portata avanti dalla Le Pen, dal governo o dalla sinistra di Mélenchon.
Si tratta dell’idea per cui bisognerebbe proteggersi dal vicino, preservare i nostri posti di lavoro contro quelli dei lavoratori degli altri paesi. È l’idea che i lavoratori dei paesi ricchi devono proteggersi in particolare dai lavoratori dei paesi poveri che starebbero facendo una concorrenza sleale.
Ancora una volta si tratta di opporre i popoli gli uni agli altri.
Il protezionismo è l’espressione economica del nazionalismo. Vuol dire più frontiere tra i popoli, più stupidaggini patriottiche.
(…)

La trappola del nazionalismo

Ma anche in Ucraina si può vedere dove portano queste logiche nazionalistiche. Ciò che succede in Ucraina deve essere per tutti un avvertimento. Dalla caduta di Ianukovic gli avvenimenti si sono accelerati. Alle pressioni delle bande nazionaliste ucraine della parte occidentale del paese, di cui alcune non nascondono la loro ispirazione nazista, hanno risposto quelle filorusse della parte orientale che hanno portato la Crimea a fare la secessione.
Il nazionalismo è diventato per la popolazione ucraina una trappola mortale.
Eppure non c’era alcuna predisposizione a scavare un fossato d’incomprensione e di odio tra quelli che si sentono ucraini e quelli che si sentono russi. Per decenni, sia l’uno che l’altro, hanno convissuto senza che ci sia stato un qualsiasi problema di identità, hanno parlato russo o ucraino passando senza problema da una lingua all’altra.
Alcuni di loro forse vedevano il loro futuro in Europa quando altri lo vedevano piuttosto nell’orbita russa, ma questo non impediva di vivere insieme e di mescolarsi anche nella stessa famiglia.
Per far sì che ciascuno si sentisse costretto a scegliere un campo, o tra filorussi o tra filo-ucraini, ci sono volute forze politiche, militanti, per far credere che ci fosse un’incompatibilità, per indicare l’altro campo come l’avversario, il responsabile di tutti i danni, mentre la realtà delle pensioni misere, le chiusure di miniere, la disoccupazione di massa esistono sia da una parte che dall’altra. E in entrambe le parti sono gli stessi burocrati ad ammucchiare le fortune mentre il loro popolo sprofonda nella miseria.
Ciò che succede in Ucraina deve ricordarci quel che è successo in Jugoslavia ed essere di insegnamento. La strada del nazionalismo porta alla barbarie. Il movimento operaio deve combattere il nazionalismo sotto tutte le forme, anche quelle più sfumate. Perché, anche a piccole dosi, un veleno rimane un veleno.
L’internazionalismo forse non è spontaneo, ma neanche il nazionalismo. Il nazionalismo, lo si insegna dalla più giovane età. Allora, il movimento operaio deve rappresentare il contrario, la fratellanza tra sfruttati dei vari paesi, l’internazionalismo.
Gli stessi che vogliono ergere più frontiere per rinchiudervi i popoli non vedono un problema nel fatto che i capitali della propria borghesia colonizzino il mondo.
Il colonialismo è finito, ma l’Africa continua di essere dissanguata delle sue ricchezze come ai tempi delle colonie. Per prelevare tutto quello che possono prelevare senza dover pagare una lira, i gruppi capitalistici sfruttano all’inverosimile i lavoratori, inquinano regioni intere e si appoggiano ai peggiori dittatori, condannando l’Africa al sottosviluppo.
E dopo avere saccheggiato, affamato e diviso popoli interi, i dirigenti dei paesi ricchi sono preoccupati del fatto che il continente sia sempre più destabilizzato. Dopo l’orrore del genocidio in Ruanda, della guerra nel Congo, si moltiplicano gli atti mostruosi di bande fanatiche.

Una barbarie che risponde alla barbarie

Dopo Al Qaeda, è la setta Boko Haram a seminare il terrore. Hollande, come sempre, si è gettato sul problema per provare a migliorare la propria immagine denunciando una "strategia contraria alla civiltà" e di "distruzione dei principali fondamenti della dignità umana".
Ebbene, queste parole descrivono perfettamente i comportamenti dei coloni che hanno scoperto l’America e praticamente distrutto la sua popolazione indiana, gli atti delle truppe coloniali francesi durante la conquista dell’Algeria e durante la sua guerra d’indipendenza, nonché il genocidio perpetrato nel Ruanda appena venti anni fa, con la complicità del potere francese.
Il rapimento di decine di ragazze, gli attentati sanguinosi di questa setta sono mostruosi. Ma le proteste di una Michelle Obama, di un Gordon Brown o di un Hollande lasciano un gusto amaro. Perché Boko Haram trae la sua forza dalla povertà causata dal saccheggio del paese da parte delle multinazionali britanniche e americane, nel petrolio in particolare, così come dall’odio prodotto dalle guerre delle grandi potenze imperialiste in Iraq, in Afganistan o in Africa.
Ad una situazione mostruosa di miseria materiale rispondono oggi su scala mondiale altre mostruosità, il fanatismo, l’etnocentrismo, il ritorno in forze di idee medievali, la persecuzione delle donne.
E il fatto che giovani di paesi ricchi come la Francia si impegnino in queste forze reazionarie è la dimostrazione che la putrefazione della società è un fatto generale. Il fatto che esistano dei giovani reclutati e pronti a sacrificare la loro vita in Siria o altrove per la religione deve interrogare tutta la società.
Il fatto che una frazione della gioventù che dovrebbe volgersi verso il futuro, avere progetti, passioni e sogni, aspiri solo ad instaurare la Sciarìa e tornare al passato, questo qualifica il tipo di società.
Certamente ci sono sempre state forze per opporsi al capitalismo in nome del passato, forze che volevano tornare indietro. Nella Russia sovietica c’era chi voleva il ritorno allo zar, in Francia chi voleva tornare alla monarchia. Queste forse reazionarie sono sempre esistite. Il problema oggi è che di fronte a loro non c’è niente.
(…)

Difendere la prospettiva del comunismo

Allora, anche per queste battaglie bisogna contare solo sulla capacità dei lavoratori di costruire un nuovo partito rivoluzionario.
Occorrono persone che pensino che l’unico modo di combattere il capitalismo non consiste nel decidere di far girare indietro la ruota della storia, non è quello di riportare il capitalismo indietro, ma di superarlo.
Ci vogliono uomini e donne che spieghino che questo si può fare solo in modo rivoluzionario. In ultima analisi tutto ciò dipenderà dal fatto che i lavoratori sappiano o meno cogliere prospettive di cui sono portatori, prospettive che solo loro sono capaci di portare avanti e di attuare, quelle di consentire alla società di rovesciare il capitalismo per fondare un’economia superiore.
Tutto questo necessita di un partito. Non è che i lavoratori non lottino più. Ogni volta che le masse si sono messe in moto, che sia in Tunisia, in Egitto, in Siria o, in un altro contesto, in Ucraina, ci sono stati lavoratori a combattere.
Ma in mancanza di un partito con l’obiettivo di battersi per gli interessi dei lavoratori, questi si sono trovati a dover dipendere da altre forze politiche. Non hanno avuto un’espressione politica che fosse la propria.
Per finire, sono stati i militari ad insediarsi al potere in Egitto. In Tunisia il confronto tra democratici e religiosi continua e per i diritti del lavoratori non è stato fatto niente. In Siria il malcontento popolare che si era espresso contro Assad si è trovato intrappolato in una guerra atroce, diventata una palestra per i jihadisti e da cui niente di buono può uscire, né da una parte né dall’altra.
Per far regredire tutte le forze reazionarie che vediamo intervenire su scala mondiale non basterà una battaglia ideologica, non sarà sufficiente raccomandare una società più solidale e più umana. Occorrerà sbarazzarsi dell’humus che le alimenta, la società capitalista.
La società capitalista impone rapporti sociali che non hanno niente di umano. Aumenta le disuguaglianze, le ingiustizie, le dominazioni e blocca ogni tipo di sviluppo umano. In questa società quelli che producono o sono comunque indispensabili alla sua sopravvivenza, gli operai, gli impiegati, gli insegnanti, gli infermieri sono considerati come pedine.
I parassiti, gli sfruttatori che incanalano nel loro profitto le ricchezze create da milioni di altri sono presentati come grandi filantropi e qualche volta come grandi uomini, come Servier, questo padrone del settore farmaceutico e grande avvelenatore che aveva il grado più alto della Légion d’honneur.
Una società in cui tutto si misura col denaro, l’accumulazione, la ricchezza, in cui tutto si può comprare, le coscienze, le donne, gli uomini, è una società che può solo marcire.
Allora, agli antipodi di queste forze reazionarie, bisogna creare partiti rivoluzionari.
Oggi si sviluppano forze reazionarie che raccomandano il nazionalismo e il ripiegamento su se stessi. Ma altre forze spingono in senso contrario, a cominciare dalla realtà della globalizzazione.
Nello stesso modo in cui nessuno riuscirà a far risalire le acque del Niagara alla loro fonte, nessuno fermerà gli scambi, la circolazione delle idee e degli uomini. I mezzi tecnici, le possibilità scientifiche e produttive della società sono troppo sviluppate per questo. I mezzi di comunicazione sono troppo sviluppati per separare e allontanare gli uomini gli uni dagli altri.
Gli stessi che pronunciano le parole più nazionaliste sono costretti a mantenere relazioni internazionali, a partecipare ai vertici mondiali, a coordinare i loro sforzi, a fare scambi su scala mondiale.
Nessuno può pretendere di poter risolvere da solo il problema del riscaldamento globale. Anche i peggiori nazionalisti francesi, i più protezionistici non sarebbero abbastanza pazzi da provare a produrre un’energia al 100% francese.
La globalizzazione è una realtà irreversibile, e tanto meglio. Perché dipendiamo tutti gli uni dagli altri, abitiamo la stessa terra, condividiamo le stesse acque, respiriamo la stessa aria!
Camminare sulla luna, avere come prospettiva quella di esplorare Marte, va benissimo. Ma bisogna anche pensare a cambiare le cose qui, su questa terra che ci farà da rifugio ancora per qualche secolo.
Rifondando l’economia in modo che l’umanità finalmente possa controllare coscientemente la propria attività produttiva e dare a ciascuno secondo i suoi bisogni, i lavoratori possono spingere la società in avanti, aprire una nuova era di progresso per la società. Sì, possono aprire una nuova pagina della storia dell’umanità.


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