Internazionale
Novant’anni fa: l’assassinio di Matteotti e la prima crisi del fascismo

Le illusioni suicide del riformismo

Il 10 giugno 1924 viene rapito il deputato socialista Giacomo Matteotti. Il suo corpo verrà ritrovato nelle campagne romane il 16 di agosto dello stesso anno. La banda che lo ha prima costretto a salire su un’auto per poi assassinarlo subito dopo è composta di noti fascisti capeggiati dall’ex ardito Amerigo Dumini.
La diffusione della notizia scatena un tale movimento di indignazione di massa da far vacillare il governo di Mussolini, ancora formalmente rispettoso delle istituzioni parlamentari.
Matteotti, qualche giorno prima, aveva tenuto un discorso estremamente coraggioso alla Camera dei deputati. Aveva denunciato la nuova legge elettorale, la legge Acerbo, che, con un meccanismo truffaldino, consentì al Partito fascista e ai suoi alleati di mantenersi al governo, ottenendo la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Si trattava, in sostanza di un sistema maggioritario che assicurava alla lista che raccoglieva più voti di avere due terzi della rappresentanza parlamentare. I fascisti, il cui partito era minoritario dal punto di vista elettorale, formarono un “Listone” con altre forze politiche conservatrici come i liberali e i nazionalisti, ufficialmente appoggiato dal presidente della Confindustria. Riuscirono così a risultare la forza con maggiore consenso nelle elezioni dell’aprile 1924.
Già al potere dopo la farsesca “Marcia su Roma”, dell’ottobre 1922, Mussolini e i suoi sfruttarono a pieno la complicità già solida dell’esercito, della polizia e della magistratura. La tornata elettorale si svolse all’insegna della completa libertà d’azione delle squadre fasciste. Gli avversari politici vennero minacciati, bastonati, intimiditi con tutti i mezzi, fino all’assassinio.
Il discorso di Matteotti, tenuto in un clima di intimidazione, di insulti e di dileggio da parte dei deputati fascisti e nazionalisti che lo interrompono continuamente, era diretto a denunciare questi innumerevoli episodi di violenza attraverso i quali i fascisti fecero la loro “campagna elettorale”, non contenti di avere a disposizione la legge Acerbo.
Nonostante il movimento operaio avesse già subito colpi durissimi e fosse fortemente limitato nella propria libertà d’azione, dopo il 10 giugno ci furono molti episodi di protesta popolare. Fu soprattutto la crisi e lo smarrimento che si impadronirono di parte della coalizione di governo che aprirono per qualche mese la possibilità di recuperare le vecchie posizioni e di impedire a Mussolini il definitivo consolidamento della dittatura. Il martirio di Matteotti, in questo caso, non sarebbe stato vano.
Un testimone di quei tempi, Bruno Fortichiari, tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia, in un libro uscito nel 1978, scrive: “Il delitto fascista del 10 giugno provocò una fremente collera nella grande maggioranza della nazione, già disgustata per molti motivi dalla rozza prepotenza dei dominatori. Una zona considerevole della stessa classe capitalistica si chiedeva se non fosse giunto il momento di sbalzare di sella un comandante sbagliato. La massa dei lavoratori, gli operai in primo piano, dopo anni di supina rassegnazione o di rabbia contenuta e di vani sussulti, reagiva con atteggiamenti di vivace ostilità. I fascisti sentivano ribollire una minacciosa collera. A Roma i gerarchi tremavano. Il “duce” si sentì per molti giorni quasi abbandonato”.
La sensazione di un allentamento dell’oppressione fascista da parte della classe operaia risulta evidente dalla statistica degli scioperi. Tra gennaio ed ottobre 1924 ci furono, secondo uno studio pubblicato l’anno successivo da un periodico della Confindustria, 246 scioperi, ovvero 46 in più di tutto l’anno precedente. Ma la cosa notevole è che 168 di questi scioperi si svolsero nei cinque mesi successivi all’assassinio di Matteotti.
Ma alla ripresa di fiducia della classe operaia non corrispose una capacità di iniziativa da parte delle proprie organizzazioni politiche.
Il Partito socialista, assieme alle altre opposizioni parlamentari, adottò la cosiddetta tattica dell’Aventino. In altre parole, i deputati dell’opposizione si ritirarono dal Parlamento per riunirsi in una specie di anti-parlamento che restava in attesa di un intervento del Re contro Mussolini. La qual cosa, puntualmente, non avvenne. I comunisti si divisero sull’opportunità di far parte degli “aventiniani” e una parte di loro continuò ad esercitare la carica di deputato. Ma soprattutto non riuscirono, per debolezza obiettiva o per immaturità a collegarsi con il malcontento operaio.
Gastone Manacorda, nel suo Il socialismo nella storia d’Italia, riferendosi al riformismo di Turati e
dello stesso Matteotti, scrive che non si rendono conto delle “novità profonde e irreversibili che la guerra ha portato nella società italiana. Guardano, anzi, al passato” e mettono al centro del loro programma un impossibile “ritorno alla normalità”. Inseguono, quindi, la borghesia, nelle sue componenti “democratiche”, convinti di poter ristabilire le regole del gioco costituzionali attraverso una politica di alleanze istituzionali e facendo appello perfino alla Corona.
Il destino tragico di Matteotti, proprio perché pagò di persona la coerenza con le proprie idee, riassume la tragedia del riformismo socialista. La lotta per il rispetto della legalità costituzionale, portata avanti con metodi legali, in un momento in cui nei tribunali e nelle questure, in combutta con i capi dello squadrismo fascista, si compilavano le liste dei “sovversivi” da incarcerare o da picchiare a sangue, non aveva nessun rapporto con la realtà. Era solo un riflesso idealizzato del “buon tempo antico” precedente alla Prima guerra mondiale, il riflesso di un’epoca che sembrava procedere linearmente verso il progresso politico, economico e sociale.
I riformisti non capiscono la sostanza di classe dello Stato e non vedono che è in corso un processo di svuotamento delle forme democratiche dall’interno. Non accolgono l’invito dei comunisti a indire uno sciopero generale utilizzando il sentimento popolare antifascista che si è rinfocolato e che mette in crisi lo stesso partito di Mussolini.
L’impotenza dell’opposizione democratica e socialista consentirà al fascismo di riorganizzarsi e di marciare spedito verso la liquidazione definitiva delle forme politiche democratico-costituzionali e, con queste, delle poche libertà di cui ancora godeva il movimento operaio. Il 3 gennaio 1925, un Mussolini pienamente consapevole dello scampato pericolo, pronuncia alla Camera un discorso nel quale si assume la responsabilità politica delle violenze fasciste. Pochi mesi ancora e tutti i partiti e i sindacati non fascisti saranno messi fuori legge.

R.Corsini


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