Internazionale
Di nuovo tante fantastiche promesse a cui nessuno crede. Tranne Cisl e Uil...

Marchionne presenta il nuovo piano industriale di Fca

Nell'odierna gara tra chi le spara più grosse, in cima al Palmares c'è sicuramente Marchionne. Il 5 maggio scorso, l'a.d. Fiat, oggi Fca, ha presentato a Detroit il nuovo piano industriale 2014-2018. Eccone una breve sintesi. Nel mondo, si punta a vendere annualmente 1,9 milioni di Jeep a partire dal 2018, il 160% circa in più delle 732.000 vendute nel 2013. Solo in Italia, lo stabilimento di Melfi dovrebbe produrre 200.000 Suv. Le vendite annue delle vetture a marchio Chrysler dovranno diventare 800000 rispetto alle 350.000 del 2013. Per quanto riguarda il marchio Fiat, si punta a vendere globalmente nel 2018 1,9 milioni di vetture (1,5 milioni quelle vendute nel 2013). In Italia, il target è di 500.000 vetture per il 2018 a fronte delle 373.000 immatricolate nel 2013. E, ciliegina sulla torta, si annunciano ben 8 modelli Alfa Romeo tra il quarto trimestre del 2015 e il 2018, anno in cui si raggiungerà l'obiettivo di 400.000 vetture vendute contro le 74.000 del 2013. Un piano fantastico, così fantastico tanto da essere bocciato, due giorni dopo, persino dalla Borsa di Piazza Affari con il crollo del titolo dell'11,7%. A sollevare dubbi sulla credibilità del piano sono due autorevoli quotidiani finanziari, il Wall Street Journal ed il Financial Times, secondo cui gli investitori si chiedono come Marchìonne riuscirà a finanziarlo, visto che non si spiega dove troverà i 55 miliardi di euro (10 soltanto per l'Italia) necessari a centrare obiettivi che definire ambiziosi è perlomeno eufemistico. Tanto più se è vero che nell'ultimo trimestre l'utile netto di Fca è sceso a 101 milioni di dollari e l'indebitamento è aumentato a 4 miliardi di dollari. Gli unici a credere alle fantasticherie dell'a.d. sono stati Fim, Uilm e Fismic, che non hanno esitato un secondo ad esprimere il loro fervido sostegno al piano di Fca definito "un libro totalmente nuovo", parafrasando così quanto affermato dallo stesso Marchionne e mostrando anche in questo la loro meschina sottomissione al padrone. D'altra parte, chi potrebbe dar credito ad un millantatore recidivo come Marchionne? Il suo piano industriale 2010-2014, meglio noto sotto il nome di Piano Fabbrica Italia, era anch'esso costellato di roboanti promesse puntualmente non mantenute. Basti citare alcuni dati. Il gruppo Fiat avrebbe dovuto raddoppiare la produzione di auto nel mondo per un totale di quasi 4 milioni di vetture. Solo in Italia si sarebbe passati dalle 650.000 del 2010 a 1,4 milioni del 2014. Obiettivi centrati? No di certo per l'Italia. Si è già detto che le vetture Fiat vendute in Italia nel 2013 furono solo 373.000, addirittura il 9,94% in meno sul 2012. Si puntava a vendere nel 2014 ben 350.000 Alfa Romeo, se ne sono prodotte invece soltanto 74.000. Incapacità di Marchionne? L'a.d. non è più incapace di altri managers della concorrenza. Egli, come i suoi omologhi, gestisce gli interessi dell'azienda per cui lavora nella logica del profitto, una logica che oggi si esprime in una forte accelerazione della forma assunta dal sistema capitalistico da almeno un secolo, quella dell'internazionalizzazione del capitale finanziario, a cui quello produttivo è legato e subordinato. A Marchionne e agli altri azionisti di Fca, oggi più che mai, e ancor di più in un contesto di gravissima crisi mondiale che obbliga i capitalisti a confrontarsi nell'arena di una spietata competizione mondiale, interessa molto di più un rialzo del titolo in Borsa che una vettura venduta! Forse è proprio qui il motivo della bocciatura del piano di Fca da parte degli analisti e della Borsa stessa: Fca è un gruppo sempre più inserito nel campo finanziario e, come tale, da contrastare con i mezzi tipici della speculazione finanziaria. Che Marchionne sappia fare il suo mestiere è dimostrato dall'impegno, a cui di certo non è mai venuto meno, volto a sfruttare di più i lavoratori. Già nel 2010 partì il modello Pomigliano, un contratto che l'anno dopo fu esteso a tutti i lavoratori del gruppo Fiat allo scopo di metterli sotto ricatto permanente. Le condizioni di lavoro peggiorarono con l'aumento dei ritmi e dei turni, la riduzione delle pause, il divieto di sciopero contro le materie contemplate dal contratto, ecc. Oggi, come nel 2010, il nuovo piano di Marchionne assicura che nessun lavoratore sarà licenziato, nessuno stabilimento sarà chiuso, e promette investimenti per Pomigliano, Melfi, Mirafiori, Grugliasco e Cassino. La realtà è ben diversa ed è sotto gli occhi di tutti. Gli stabilimenti di Termini Imerese e Irisbus sono stati definitivamente chiusi. A Mirafiori si lavora tre o quattro giorni al mese. Qui come in molte altre realtà il ricorso alla cassa integrazione continua ad essere massiccio. Dall'aprile scorso, i sindacati, esclusa la Fiom, hanno siglato un accordo a Pomigliano che applica a 2000 operai i cosiddetti contratti di solidarietà, quelli che le direzioni sindacali tutte, compresa la Fiom, spacciano ipocritamente come valida alternativa alla cassa integrazione. In realtà si accetta un orario ridotto del 40% con un salario anch'esso ridotto in proporzione. Si illudono i lavoratori facendo loro credere che così si potrà uscire dalla crisi, mentre l'unica a guadagnarci è la Fiat sia in termini economici che in quanto a rapporto di forza. Operai meno pagati sono operai più deboli perché più ricattabili. M.I.

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