Internazionale
Editoriale

L’Europa non è la causa della crisi capitalista e nemmeno il mezzo per superarla

Si avvicina la scadenza delle elezioni europee. In un certo senso saranno un referendum pro o contro tutto quello che, a torto o a ragione, si immagina collegato alle istituzioni comunitarie. La crisi del capitalismo ha ridato vigore, in tutta l'Europa, a correnti più o meno nazionaliste e talvolta perfino semi-fasciste. Queste correnti usano spesso un linguaggio “rivoluzionario” e si presentano come la risposta più radicale alla miseria e alla disoccupazione. La Le Pen in Francia, come Grillo o Salvini in Italia, tuonano contro l'Unione Europea, la “dittatura” della Banca centrale europea, i diktat della Merkel, l'euro, fanno appello alla “dignità nazionale” che sarebbe stata svenduta assieme alla perduta “sovranità”. Sono le idee tipiche della piccola borghesia declassata, dei piccoli imprenditori rovinati dalla crisi, dei giovani laureati mortificati da un ingranaggio che, dopo aver celebrato la meritocrazia, li relega ai margini del mercato del lavoro. In assenza di un forte movimento operaio, con una solida identità politica e culturale, è inevitabile che queste idee influenzino anche gli operai. Attribuire a un nemico oltre frontiera la colpa dei guai che investono una popolazione prostrata è un vecchio trucco. Fa apparire vittime quelle stesse classi borghesi nazionali la cui sete di profitto e le cui macchinazioni speculative hanno causato la crisi. Ma l'UE e lo stesso euro non sono entità estranee al capitalismo italiano. Esse sono il risultato di anni di compromessi e di intese fra i vari esponenti nazionali di un'unica classe sfruttatrice, una classe che ha trovato nelle istituzioni europee il modo migliore per moltiplicare i propri profitti sulla pelle del proletariato europeo e mondiale. I comunisti degni di questo nome sanno che l'interdipendenza economica delle nazioni è una delle caratteristiche del capitalismo fino dalla sua nascita. Il “patriottismo economico”, il ritorno alla moneta nazionale, l'innalzamento di barriere doganali più alte, ecc. non sono soltanto rivendicazioni reazionarie, sono anche, in buona sostanza, una stupidaggine. Al capitalismo rimproveriamo di aver costruito un mondo nel quale sopravvivono ancora troppe frontiere e non troppo poche. A cento anni dallo scoppio della prima guerra mondiale, l'Europa ha il doppio degli stati di allora. E proprio mentre si ricordava in tante celebrazioni ufficiali il centenario del primo macello mondiale, vantando la strada pacifica imboccata grazie al processo di integrazione economica europea, i governi delle più forti potenze dell'UE, contribuivano ad esasperare la crisi politica in Ucraina, portando quel paese sulle soglie di una guerra civile. Le maldestre diplomazie francese, tedesca, italiana, stupidamente accodate ai dettami di Washington, hanno aperto di nuovo le porte d'Europa ai venti di guerra. Con il risultato immediato di offrire a Putin il pretesto per impadronirsi della Crimea e di riprendersi, in questo modo, la popolarità che la crisi economica aveva cominciato a intaccare. Difensore del popolo russo e promotore di un ritorno della Russia al rango di grande potenza internazionale, così può presentarsi oggi, con un certo credito popolare, il capo del Cremlino. L'Unione Europea, non è certo un'unione di popoli. É piuttosto un'alleanza provvisoria fra briganti concorrenti. Non ha in sé niente di favorevole agli interessi dei lavoratori. Ma gli stati nazionali nemmeno. La scelta non è fra Europa sì o Europa no. La scelta vera, quella prospettata non dalle scadenze elettorali ma dall'aggravarsi della crisi capitalista, con il suo strascico di disoccupazione e precarietà, è fra passiva sottomissione alle “ragioni” delle classi dominanti o affermazione dei propri diritti e della propria dignità di classe al di là di ogni steccato nazionale. Le classi dominanti fanno di tutto per spingere verso il basso i lavoratori, mettendoli gli uni contro gli altri, secondo la nazionalità o la “razza”, prendendo a riferimento i più bassi salari e le peggiori condizioni di lavoro esistenti in questo o quel paese europeo. Cercare riparo dietro una più forte “sovranità nazionale” è un'illusione pericolosa. I lavoratori possono resistere efficacemente solo unendo le proprie forze e imponendo condizioni di lavoro umane e un salario decente in tutti i paesi europei. La resistenza accanita che opporranno grandi borghesi e governanti renderà evidente che questa stessa gente deve uscire di scena assieme al sistema nel quale ingrassa.

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