Internazionale
Da compagni a compagni

Qualche cosa ci insegnano anche Camusso e soci

L’aggressione nei confronti di Cremaschi e del gruppo di delegati che era con lui a Milano, in occasione di un’assemblea della Cgil, il 14 febbraio scorso, è stata mostrata da diversi notiziari televisivi. Per chi se li è persi c’è sempre You Tube. È un documento inconfutabile di che cos’è la burocrazia sindacale. A chi guarda quelle immagini vengono a mente certi film americani sul sindacalismo alla “Fronte del porto”, in cui i metodi gangsteristici servono a mettere a tacere ogni opposizione. Per i militanti più “stagionati” il ricordo va direttamente alllo stalinismo puro e semplice dei vecchi tempi, ben radicato anche nella Cgil, oltre che nel PCI. Uno stalinismo che usava indifferentemente la provocazione, la violenza fisica, gli insulti personali e le calunnie, per impedire a qualsiasi voce dissenziente di manifestarsi e di cercare consensi. Si tratta in tutti e due i casi di un apparato che difende la propria esistenza senza riguardo per i mezzi utilizzati.
Oltre allo sdegno, quelle immagini suggeriscono qualche riflessione. O meglio, ne forniscono l’occasione.
I lavoratori che, con Cremaschi, animano la corrente di sinistra della Cgil, se davvero si considerano militanti della lotta di classe, dovranno riesaminare i modi e gli obiettivi della propria attività. Dovranno uscire dalla gabbia dei “documenti contrapposti” che consente all’apparato di vincere sempre e talvolta offre un utile appiglio a lotte tutte interne a fazioni dello stesso apparato. Non è questo il terreno sul quale oggi ci si deve impegnare.
Il sindacato non è un universo a se stante, governato dalle sue norme e dalle sue regole statutarie democratiche. Il sindacato è soprattutto, e lo è in tutti i paesi del mondo, un pilastro del sistema capitalistico. Quindi ne subisce tutte le pressioni. Il suo apparato dirigente è attualmente disorientato e impaurito come lo è quello della Confindustria. Non a caso negli ultimi mesi si sono moltiplicate le occasioni di accordo, di posizioni comuni, fra segretari confederali e dirigenti delle associazioni padronali. Tutti invocano una “politica industriale” intendendo con questo che lo stato si faccia garante dei profitti delle imprese. Come questo debba avvenire non lo sa di preciso nessuno, ma sanno di certo che una reazione generale della classe operaia sarebbe un colpo inaccettabile ai profitti.
Da qui l’odio nei confronti di qualsiasi corrente o di qualsiasi orientamento sindacale che rappresenti, anche solo potenzialmente, una minaccia a questi profitti. Un sentimento che viene fatto proprio, pure esprimendosi con forme diverse, anche dalle burocrazie sindacali.
Se si parte da questa consapevolezza, senza aggiungere altra confusione con l’appellarsi ai diritti costituzionali, ma restando sul terreno della valutazione delle forze di classe, l’azione nel sindacato può e deve essere portata avanti. Con meno illusioni e forse più efficacia. Perché il sindacato è anche l’istituzione alla quale guardano i lavoratori per difendere i propri diritti. La Cgil rimane il sindacato più grande, quindi quello che organizza il maggior numero di lavoratori. Ma la stragrande maggioranza dei due milioni e mezzo circa di lavoratori attivi con la tessera della Cgil non sa niente delle lotte interne, dei congressi delle varie mozioni contrapposte, ecc. . Il senso di un’attività militante nella Cgil, cioè dell’attività di chi intende rimanere sul terreno della lotta di classe, sta nel mantenersi la possibilità di rivolgersi, cominciando dal proprio luogo di lavoro, a questa massa di lavoratori. Questo obiettivo è facilitato o reso più difficile oggi dall’autosegregazione in una corrente sindacale ben distinta?
Chi ha la tessera della Cgil in tasca e qualche anno di attività sindacale sulle spalle sa benissimo di che qualità sia la “democrazia” nella Cgil ( fermo restando che per quanto riguarda Cisl e Uil le cose vanno anche peggio). Si sa che chi controlla l’apparato dei funzionari orienta il voto dei pochi iscritti che si riesce a trascinare nelle assemblee congressuali, si sa che le operazioni di spoglio sono effettuate nella maggior parte dei casi senza il controllo dei rappresentanti delle minoranze, che si fanno trucchetti di ogni genere, ecc.
Bisogna abbassare la testa e arrendersi alla forza soverchiante della burocrazia? No, evidentemente. Ma non bisogna nemmeno fare della presenza negli organi direttivi del sindacato l’obiettivo dell’iniziativa dei militanti d’opposizione. Oggi c’è soprattutto bisogno di portare nei luoghi di lavoro la fiducia nelle forze della classe lavoratrice, la fiducia nelle proprie capacità di organizzarsi e di difendersi dalla crisi del capitalismo. In questo lavoro le tessere sindacali contano poco e ancora meno conta se si appartiene a questa o a quella corrente della Cgil.
Nessuno impedisce ai militanti che oggi animano la corrente di Cremaschi (si chiama “Il sindacato è un’altra cosa”) di organizzarsi in un polo che faccia da orientamento e da informazione per tutti gli iscritti Cgil e anche per tutti gli altri lavoratori. È un lavoro che in parte viene già svolto e che può essere svolto meglio, coinvolgendo un numero maggiore di lavoratori.
Per tutto il resto, lo ribadiamo, la condotta migliore, è creare e rafforzare legami solidi di fiducia con la base nel proprio luogo di lavoro. Se questo porta all’ingresso in qualche direttivo di categoria tanto meglio. Ma l’avanzamento “gerarchico” nel sindacato, allo stato attuale, non può assolutamente essere l’obiettivo dei militanti d’opposizione nella Cgil. Vale più uno sciopero o una qualsiasi iniziativa di lotta, organizzati da un delegato o da un semplice militante Cgil insieme ad altri lavoratori, anche iscritti ad altri sindacati o a nessun sindacato, che il “titolo” di membro di un direttivo o di una segreteria.

R.Corsini


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