Internazionale
Un’ipotetica "ripresina" non porterà nulla ai lavoratori

Si chiude in Grecia il sesto anno di recessione

Con il 2013 in Grecia si è chiuso il sesto anno consecutivo di recessione. Dalla fine della seconda guerra mondiale un trend negativo così lungo non si era mai verificato in nessun paese dell’Europa occidentale. Una catastrofe economica che si può paragonare solo a quella subita dai paesi dell’est Europa dopo la caduta del Muro di Berlino. Certamente il ritmo della recessione è rallentato ma non si può dire, a oggi, che si sia fermato.

Per quanto riguarda la disoccupazione i dati disponibili arrivano al 3° trimestre del 2013, cioè al mese di settembre, ed indicano che è stato raggiunto il record del 27,4%, mentre la disoccupazione giovanile sfiora il 58%. A questo va aggiunto che molti occupati (non ci sono statistiche precise, ma si valuta siano centinaia di migliaia di addetti su una forza lavoro che non raggiunge i 3 milioni e mezzo) sono pagati saltuariamente, irregolarmente o semplicemente non ricevono lo stipendio da mesi e mesi. All’inizio dell’autunno il governo ha improvvisamente "scoperto" che 350.000 famiglie greche (quasi una su dieci) vivono senza elettricità poiché non sono in grado di pagare la fornitura. Subito vi sono state dichiarazioni che assicuravano che tale "scandalo sociale" sarebbe stato riparato e l’energia elettrica sarebbe stata ripristinata alle famiglie rimaste al freddo e al buio. Quando i buoni propositi dovevano essere messi in pratica sono sorte le difficoltà: i comuni che dovevano farsi carico del pagamento delle bollette delle famiglie rimaste senza elettricità, molti dei quali già sull’orlo del fallimento, hanno dichiarato di non avere un euro in cassa. Ancora oggi quindi centinaia di famiglie sono senza energia elettrica, costrette a vivere come 150 anni fa: a lume di candela, senza lavatrice, senza frigorifero e spesso senza cibo caldo, dato che gran parte della popolazione utilizza le piastre elettriche per cucinare.
I tagli e la politica di austerità non riescono ad abbattere il debito pubblico che si aggira sul 170% del PIL, ma in compenso continuano a smantellare il sistema sociale; la sanità pubblica è quasi al collasso, così come il sistema scolastico.

A metà dicembre il parlamento ha approvato a strettissima maggioranza la legge di stabilità. Secondo alcuni studi per il 2014 è prevista una crescita del PIL di qualche decimo di punto percentuale. Questa previsione è bastata al governo per ribattezzare la legge di stabilità come "la legge della speranza", e sbandierare il fatto che la crisi economica sia ormai dietro le spalle. Un’operazione propagandistica a cui nessuno ha creduto, probabilmente neppure il primo ministro Samarás che ne è stato il fautore. Negli ultimi anni tutte le previsioni sull’andamento dell’economia greca sono sempre state più che ottimistiche, ed alla fine tutte sono state smentite dalla realtà. Questo potrebbe ripetersi anche per l’anno che è appena cominciato. Ma anche se così non fosse, non sarà certo una crescita economica dello 0,4% o dello 0,6% a ridurre la disoccupazione: perché ci sia in ripresa dell’occupazione la crescita economica dovrebbe avere ben altri ritmi. Molti analisti prevedono che bisognerà aspettare vent’anni per vedere il tasso di disoccupazione sotto le due cifre; naturalmente, se ci sarà una sviluppo continuato e sostenuto, cosa su cui nessuno, nemmeno il più ottimista, è disposto a scommettere.

L’anno che si è appena concluso ha visto la resistenza alla crisi, da parte del movimento dei lavoratori, frammentarsi in tutta una serie di lotte e scioperi di categoria, quando non addirittura a livello aziendale. Lotte che gli scioperi generali, proclamati dalle burocrazie sindacali più che altro per fare pressione sul governo, non sono riusciti né ad unificare, né a rilanciare su di un terreno rivendicativo generale. Così la lotta dei lavoratori dell’ERT (la televisione pubblica) contro il loro licenziamento, come quella del personale amministrativo dell’università, come quello di molte realtà pubbliche o private, non hanno prodotto risultati significativi.
La mancanza di un’avanguardia consapevole ed estesa per premere verso l’unificazione delle lotte è un grave limite in una situazione già di per sé non facile. La sua costituzione rimane comunque un obiettivo che i lavoratori più coscienti dovranno darsi per affrontare le lotte che inevitabilmente scaturiranno da una crisi che, nonostante le previsioni ottimistiche sbandierate dal governo e dai suoi tirapiedi, si protrarrà ancora a lungo.
Corrispondenza da Atene


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