Internazionale

La preziosa eredità di Lenin

Il 21 gennaio del 1924 moriva Vladimir Ilič Ulianov, noto al mondo come Lenin.
Nel poco spazio di un articolo non è pensabile, neppure lontanamente, di dare al lettore un’idea dell’immensità dell’opera di Lenin. Praticamente tutta la sua breve vita - era nato nel 1870 - è un susseguirsi di battaglie politiche, di attività rivoluzionaria, condotta spesso nelle peggiori condizioni, di studio e di elaborazione teorica. Scegliamo quindi di soffermarci su alcuni aspetti di queste battaglie e su alcuni caratteri del suo impegno personale, che ci sembrano più interessanti e più utili da conoscere per chi si pone oggi, in modo attivo, il problema della lotta contro il capitalismo e per il socialismo.
Il giovane movimento operaio e socialista russo trovò in Lenin l’uomo che meglio ne comprese le dinamiche, le potenzialità e le esigenze. Ma anche fuori dalla Russia, prima ancora che la Rivoluzione d’Ottobre ne rendesse noto il nome ai quattro angoli della terra, Lenin conquistò un ruolo di prim’ordine nel movimento socialista internazionale come strenuo difensore del contenuto rivoluzionario del marxismo.

La diffusione del marxismo in Russia
Bisogna dire che la Russia degli anni in cui visse Lenin fu straordinariamente generosa di uomini e donne che credevano nella rivoluzione al punto di dedicarvi la vita. Non si trattava soltanto di marxisti. Anzi, ancora alla fine degli anni ’80, il marxismo influenzava una parte infima dell’ambiente rivoluzionario. Quando si parlava di rivoluzionari russi, si intendeva soprattutto i narodniki, ovvero i populisti, con le loro propaggini terroristiche. Il fratello maggiore di Lenin verrà arrestato e impiccato assieme ai suoi compagni, nel marzo del 1887, proprio perché, in quanto populista, era implicato nel tentativo di uccisione dello zar Alessandro III.
Lenin scelse un’altra via. Non si trattava di preparare attentati contro i rappresentanti della monarchia autocratica, nell’ingenua speranza che un’insurrezione popolare sarebbe stata incoraggiata da questi atti, si trattava di capire le leggi della storia. Marx insegnava che la storia è fatta di lotte di classi e che l’espressione ultima delle lotte di classi sono le rivoluzioni. Ma le rivoluzioni non le fanno pochi individui, per quanto eroici, le fanno le classi sociali, quando, in virtù di un’esperienza vissuta concretamente, “sentono” che il regime in cui vivono è il più grande impedimento alle loro aspirazioni o perfino alla loro sopravvivenza materiale.
Nel dicembre del 1887, a 17 anni, iscrittosi alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Kazan, Vladimir Ilič viene arrestato dalla polizia per aver partecipato a riunioni studentesche. Confinato nel piccolo villaggio di Kokushkino, nel governatorato di Kazan, si immerge nello studio. Ricorderà più tardi: “Mi sembra che in tutto il resto della mia vita, persino in prigione a Pietroburgo e in Siberia, non abbia mai più letto tanto intensamente quanto nell’anno che seguì il mio allontanamento da Kazan. M’immergevo nella lettura dal primo mattino a notte inoltrata”.
Da Kokushkino, poi di nuovo a Kazan e a Samara, fino alla sua decisione di spostarsi a Pietroburgo, il giovane Lenin studia approfonditamente Marx. Come se dovesse accumulare le forze da impiegare in seguito nella battaglia politica. Non si trattò semplicemente dell’itinerario formativo di un uomo, si trattava della risposta a un’esigenza che era di tutto il movimento operaio e socialista russo.
Il marxismo russo si identificava allora con Plekhanov e il suo gruppo Emancipazione del lavoro, fondato nel 1883 in esilio a Ginevra. Plekhanov era un profondo conoscitore del marxismo ma la sua attività era pressoché unicamente letteraria. I circoli socialisti che si erano formati negli anni successivi in Russia, specie nelle grandi città, si ponevano il problema concreto di esercitare un ruolo nelle lotte operaie che stavano accompagnando il diffondersi del capitalismo. C’era la necessità di un partito operaio socialista con una solida base di principi, con un programma che rispondesse tanto agli interessi universali del proletariato quanto a quelli specifici di una rivoluzione che aveva come primo ostacolo l’autocrazia zarista. Questi obiettivi esigevano non soltanto coraggio e dedizione ma anche chiarezza di pensiero. Bisognava infatti battersi anche contro l’influenza dei vari esponenti populisti e liberali. Bisognava contendere loro il terreno anche sul piano della teoria.

Il metodo del “Capitale”
Da questo punto di vista ebbero un’importanza enorme i primi scritti di Lenin fino a Lo sviluppo del capitalismo in Russia. Un’opera nella quale la conoscenza del Capitale di Marx viene messa pienamente a frutto. Si tratta di una spiegazione esauriente e inconfutabile, basata su una quantità enorme di dati, di citazioni e di fonti consultate, della grande trasformazione sociale che sta interessando in quel momento la Russia. Non è solo un esempio ineguagliato di applicazione della metodologia marxista, è un libro che assesta un colpo definitivo ai tanti e influenti teorici della “specificità russa”, soprattutto populisti. Questi si appoggiavano a tutta una letteratura e, in genere, ad una cultura panslavista che sconfinava frequentemente in una idealizzazione reazionaria dell’arretratezza semifeudale dei villaggi russi. Secondo loro, la storia aveva preparato una specie di “corsia preferenziale” per la Russia. Il capitalismo non avrebbe mai attecchito in terra russa e pertanto il socialismo si sarebbe dovuto costruire sulla base dell’economia di villaggio.
Non sarà l’ultima volta per Lenin che una battaglia sul fronte della teoria avrà un diretto collegamento con le esigenze della lotta politica militante.
Del resto, gli anni dei primi scritti di Lenin sono anche gli anni del suo tirocinio come militante socialdemocratico (allora questo appellativo equivaleva a “marxista”). Nel 1895 contribuisce a far nascere l’Unione di Lotta per l’emancipazione della classe operaia a Pietroburgo, che unisce i vari circoli operai sparsi nella città. Nel 1896 l’Unione di Lotta dirige un grande sciopero di migliaia di operai tessili.

I caratteri del leninismo
Si può dire che le caratteristiche essenziali di Lenin come dirigente rivoluzionario sono già definite nei suoi anni di tirocinio socialista: rigore teorico, devozione completa alla causa, onestà personale, intransigenza nelle questioni di principio, fiducia nel ruolo dell’organizzazione, intelligenza tattica, tenacia. Certamente non è comune che tutte queste qualità si trovino in una sola persona, ma l’esempio di Lenin ne favorì la diffusione almeno come caratteristiche di un partito.
La scissione fra bolscevichi e menscevichi, che avverrà nel congresso socialista del 1903, oppone due modi diversi di intendere la battaglia politica . Si parlerà già allora, e non a torto, di leninismo per descrivere un insieme di concezioni politiche e organizzative che trovano nelle qualità personali di Lenin una delle migliori espressioni. Il fatto è che le qualità leniniste sono, in fin dei conti, quelle indispensabili a forgiare un partito che sia strumento di una classe rivoluzionaria.
L’importanza capitale del partito per la lotta di classe è una delle costanti del pensiero di Lenin. Già una serie di scritti articoli che precedono il Che fare?, da molti considerato l’esposizione organica dei principi organizzativi di Lenin, si occupano dei mezzi per costruire un saldo partito operaio. Ma anche negli anni successivi Lenin interverrà spesso su questo tema e darà battaglia più volte all’interno del suo stesso partito. La Rivoluzione d’Ottobre confermerà che la strada dei leninisti è quella giusta: il partito dei bolscevichi è l’unico che riesce a comprendere la dinamica della rivoluzione. Iniziata a febbraio come democratico-borghese, la rivoluzione costringe uno ad uno i suoi falsi portavoce a farsi da parte. In pochi mesi crollano i miti, crolla la popolarità, dei menscevichi, dei socialisti-rivoluzionari (il nome che avevano assunto gli eredi politici del populismo), dei laburisti. I bolscevichi rimangono l’unica forza salda e coerente che di fronte alla crisi, alla guerra che ancora si combatte ai confini occidentali dell’impero zarista, di fronte a quella che Lenin ha descritto come la catastrofe imminente, sanno che cosa fare e lo dicono apertamente.

Contro l’infantilismo di sinistra
La lotta per il partito viene ripresa da Lenin anche negli anni della III Internazionale. La preoccupazione di Lenin fino dai tempi dell’Unione di Lotta di Pietroburgo, è sempre stata quella di farsi capire dai lavoratori. Sviluppare, attraverso mezzi diversi, una agitazione e una propaganda in grado di “parlare” a tutti gli strati della classe operaia, ecco uno dei punti sui quali Lenin insisterà costantemente. La conseguenza naturale di questa concezione è l’avversità per ogni forma di estremismo verbale, per ogni posa intellettuale, per ogni snobismo. Nel suo L’estremismo si occupa, tra le altre cose, di contrastare proprio questi sintomi di una “malattia infantile” che colpisce quasi tutti i neonati partiti comunisti.
Ma la battaglia contro l’estremismo è qualcosa che riguarda anche il “fronte teorico”. Negli anni della guerra Lenin aveva completato due opere fondamentali: L’imperialismo e Stato e rivoluzione. Anche in questo caso si tratta di due lavori completamente in armonia con le necessità del movimento socialista di quel periodo. In un caso si trattava di dare sostanza scientifica alla posizione internazionalista dei bolscevichi e di pochi altri raggruppamenti socialisti rimasti fedeli alla tradizione internazionalista e antimilitarista di prima del 1914: almeno dal 1870 il capitalismo ha raggiunto l’unificazione dei mercati nazionali con le varie guerre d’indipendenza, si è contemporaneamente incamminato verso un’economia monopolistica che punta a servirsi degli stati, della diplomazia, degli eserciti per spartirsi il mondo, i discorsi e gli appelli patriottici dei vari governi erano una menzogna dietro la quale si nascondeva la sostanza imperialista della guerra, continuazione dei rapporti imperialistici fra potenze del tempo di “pace”. La maggioranza dei dirigenti socialisti che si accodavano ai propri governi non erano che traditori della classe operaia e dei contadini e complici del loro assassinio di massa nelle trincee di tutta Europa. Ma la portata del saggio popolare di Lenin va molto oltre le necessità di propaganda e di polemica politica del momento e rimane anzi un testo chiave per comprendere le caratteristiche del capitalismo attuale. Lo stesso si può dire del testo sullo Stato in cui Lenin recupera la concezione rivoluzionaria di Marx ed Engels, a lungo nascosta dagli esponenti del socialismo della Seconda Internazionale. Alla parola d’ordine ambigua della “conquista dei poteri pubblici”, tipica dei programmi socialisti, Lenin opponeva quella della distruzione della macchina statale borghese e della costruzione dello Stato operaio.
Alcuni dirigenti del partito bolscevico e del movimento comunista di altri paesi, esasperando le conseguenze tattiche degli stessi testi di Lenin, sostennero, per esempio, a più riprese l’indifferenza rispetto alle varie forme di oppressione nazionale, in nome della lotta al nazionalismo oppure l’astensionismo elettorale in nome del carattere comunque borghese dello Stato. Nell’uno e nell’altro caso, Lenin si sforzava di far capire la differenza fra la comprensione e la descrizione scientifica di un fatto, da parte di una minoranza rivoluzionaria, e il modo nel quale questo fatto viene vissuto dalle masse. Uno dei più difficili nodi della politica è proprio questo. I comunisti russi, spiegava, in quanto appartenenti a una nazionalità che sotto lo zarismo ha oppresso i polacchi, gli ucraini, i georgiani, ecc. devono essere chiaramente in prima fila nel rivendicare il diritto di questi popoli a decidere se dare vita a uno stato indipendente oppure no.
Sulla partecipazione dei comunisti ai parlamenti borghesi, Lenin ricordava che la maggior parte della popolazione, in tutti i paesi con regime politico parlamentare, è schiava dei pregiudizi democratico-borghesi. Non vede altra forma di lotta per i propri interessi che attraverso il parlamento. Nessun partito rivoluzionario potrà essere tanto forte da convincere con la propaganda la massa del proletariato a passare direttamente alla lotta per il proprio potere attraverso proprie istituzioni. Bisogna che il proletariato faccia esperienza diretta dell’inutilità dei parlamenti attraverso la partecipazione di propri rappresentanti, cioè di deputati comunisti, al parlamento.
Il pensiero di Lenin è dialettico. Per questo è realista.
I movimenti politici rivoluzionari sono composti di uomini che sono prima di ogni cosa dei ribelli. La loro esperienza li porta a preservare gelosamente l’integrità dei principi rivoluzionari e a disprezzare i compromessi, le mezze misure, gli appelli al “realismo” che caratterizzano tutti gli opportunismi. È naturale, quindi, che prevalgano all’inizio gli orientamenti estremisti. Non a caso Lenin parla di malattia infantile. Da questo tipo di malattie, infatti, si deve passare prima di raggiungere l’età adulta.
Lenin ci ha lasciato una grande eredità. Le sue capacità naturali e l’epoca nella quale le ha potute mettere a frutto hanno contribuito ad accumulare un prezioso capitale politico. Oggi che si tratta di nuovo di costruire un partito marxista della classe operaia, troviamo molti punti d’appoggio in quegli scritti di Lenin che contribuirono a indicare i mezzi e le tappe per la formazione del partito dei bolscevichi e ad elaborarne il programma politico. Domani, i militanti di un partito operaio rivoluzionario finalmente rinato, vi troveranno dei saldi punti di riferimento per le lotte del futuro.

R.Corsini


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