Internazionale
A fine anno il direttore generale dell’INAIL Bruno Adinolfi ha reso noti i rapporti annuali per regione relativi agli incidenti sul lavoro, una stima che comunque viaggia in ritardo di un anno, dato che si riferisce ancora al 2012. I dati vanno considerati con occhio critico, perché non comprendono il lavoro in nero e gli infortuni non denunciati, e spesso non concordano con i dati forniti da osservatori indipendenti. E la tendenza non è comunque rassicurante.

INCIDENTI SUL LAVORO, UN BILANCIO TRAGICO

Di sicurezza sul lavoro si parla poco, e quasi sempre in occasione di fatti eclatanti, quando proprio non se ne può fare a meno. Il risultato è un gran polverone successivo a ogni fatto tragico che metta improvvisamente sotto i riflettori della cronaca le condizioni reali di lavoro delle persone, per poi sparire in breve tempo nelle notizie di secondo piano, magari nelle sentenze di assoluzione o nelle lievi condanne dei datori di lavoro.

Il rapporto annuale dell’INAIL, fornito a novembre con i dati regione per regione, è almeno un’occasione per constatare come questi dati illustrino, spesso meglio di altri parametri, il procedere e l’evolversi della crisi economica. Gli incidenti sul lavoro nel 2012 sono diminuiti, perché con l’aumento della disoccupazione e della cassa integrazione diminuisce il numero degli occupati. Nel complesso in Italia sono stati 744.916, in calo dell’8,9 rispetto all’anno precedente, e rispetto al 2008 – anno di inizio della crisi – addirittura del 22,8%; un andamento simile hanno anche le morti sul lavoro, diminuite del 22,2 % rispetto al 2011. Secondo l’ANMIL (Associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro) “sono stati proprio i settori maggiormente colpiti dalla crisi economica quelli che hanno fatto registrare le diminuzioni più consistenti, ovvero le attività manifatturiere, che hanno avuto un calo infortunistico del 16,4% e, ancor più, il settore delle costruzioni, dove gli incidenti sono scesi del 21,3% e i casi mortali del 22,8%”.

Ma, malgrado risultino nel complesso in calo anche i dati delle morti sul lavoro, il dato non è omogeneo per tutte le Regioni. In Toscana, per esempio, dove si è verificato l’ultimo gravissimo episodio messo in risalto dai media, l’incendio nella fabbrica di Prato dove sono morti sette operai cinesi, gli infortuni sono calati rispetto al 2011 nella misura molto più contenuta del 10% - sono 53.286 nel 2012 - e gli incidenti mortali sono addirittura aumentati, sono 61 rispetto ai 57 del 2011 (La Repubblica Firenze, 4.12.13). Sono aumentati soprattutto gli incidenti sulla strada, non di chi usa l’auto per recarsi sul posto di lavoro, ma di chi guida per lavoro, come gli autotrasportatori.

Un altro dato interessante è direttamente collegato con la tragedia di Prato, ed è quello relativo alla nazionalità dei lavoratori interessati. Mentre Romania, Marocco e Albania sono in testa alla lista degli infortuni, la Cina è al quart’ultimo posto tra le nazionalità straniere, nonostante il distretto tessile di Prato sia uno dei territori a più alta densità di manodopera straniera: molto semplicemente, le imprese di Prato non denunciano gli infortuni, e la cosa non può stupire. il Macrolotto di Prato è una distesa di capannoni dove trovare l’irregolarità non è particolarmente né difficile né faticoso né impegnativo. Basta aprire una qualsiasi porta, e si può essere certi di trovare gente accampata alla meglio con alloggi di fortuna vicino alle macchine da lavoro, in condizioni igieniche disastrose e per nulla diverse da una fabbrica del cosiddetto terzo mondo. Al Macrolotto è in nero tutto: dagli orari di lavoro, ai contratti di lavoro, ai permessi di soggiorno, agli alloggi abusivi, agli affitti dei capannoni per cifre irrisorie (il resto sottobanco), all’assenza dei dispositivi di sicurezza, agli impianti elettrici non a norma. Il vero caso eccezionale è che tragedie come quella del 1 dicembre non si verifichino più spesso.
Nonostante ciò, a Prato c’è un solo ispettore Inail e il dato nazionale del personale addetto alle ispezioni per i vari Enti che fanno capo al lavoro è in calo per tutti (INAIL; INPS; Ministero del Lavoro), e destinato a ulteriori tagli.

Ma, sebbene questo sia un dato grave e insieme una scelta politica chiara, ancora più chiaro è che – ispettori o non ispettori – nessuno ha interesse a intervenire. Non i proprietari di capannoni, che intascano mensilmente belle cifre in contanti esentasse. Non gli amministratori locali, che maneggiano il consenso dei loro concittadini o ne strumentalizzano i malumori. Non le imprese titolari dei marchi, che danno in appalto e in subappalto commesse quasi impossibili da soddisfare, e realizzano utili enormi. Non i titolari cinesi delle ditte, che si autosfruttano e sfruttano i loro dipendenti in maniera disumana, ma incassano profitti consistenti. Quanto al ruolo istituzionale del Sindacato, di organizzazione e denuncia, registriamo l’iniziativa della Cgil Toscana sul tragico evento di Prato: una “marcia silenziosa” con deposizione di una corona di fiori al monumento ai caduti sul lavoro. Sarà un segno dei tempi: piuttosto di fare molto rumore, di farsi sentire forte e chiaro, oggi bisogna morire in silenzio. Difficile chiedere di ribellarsi ai lavoratori, che quasi mai dispongono di un’alternativa al super sfruttamento.

Aemme


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