Internazionale

L’Egitto tra dittatura militare e dittatura islamista

(Da “Lutte de classe” n° 154 – Settembre - Ottobre 2013)

Il nuovo ministro egizio degli Esteri, in visita in Francia il 9 settembre, ha fatto il discorso atteso dai dirigenti politici occidentali: secondo lui la transizione democratica è in corso in Egitto. Il foglio di via del governo di Hazem al-Beblaui è stato riassunto in questi termini: «A partire dal mese di luglio, ci siamo dato quattro mesi per avere una nuova Costituzione. Quindi l’avremo verso la metà di novembre". Pochi giorni dopo, il 12 settembre, lo stato d’emergenza decretato il 14 agosto veniva prolungato per un periodo indeterminato mentre il coprifuoco, pur spostato dalle ore 19 alle 21, continuava di interrompere le serate del Cairo.

Il paravento della cosiddetta transizione democratica male nasconde ciò che è la realtà del potere in Egitto. Non a caso il nome del capo del nuovo governo è meno conosciuto di quello del generale Al-Sissi. Dall’allontanamento di Mubarak in seguito alle manifestazioni del gennaio e febbraio 2011, lo stato maggiore ha sempre assunto il primo ruolo, tranne per lasciare spazio durante un anno ad un rappresentante dei Fratelli musulmani. Mohamed Morsi, eletto presidente nel giugno 2012 e il suo governo islamista appoggiato dal più importante partito islamista, Al-Nur, questi si sono rapidamente screditati agli occhi della grande maggioranza della popolazione che ha visto svanire le speranze di cambiamento concepite dopo la partenza di Mubarak.

L’esercito al servizio della volontà del popolo?

Le immense manifestazioni culminate il 30 giugno scorso al Cairo, l’impressionante raccolta di firme lanciata all’iniziativa del movimento Tammarod (ribellione), chiedendo la fine del governo di Mohamed Morsi, hanno permesso all’esercito di presentarsi come l’esecutore della volontà popolare quando lo ha destituito il 3 luglio, dopo di avere indetto un ultimatum con cui lo stato maggiore gli ordinava di accettare di governare con personalità dell’opposizione e politici non appartenenti alla confraternita.

Ma è da più di sessant’anni, dalla caduta di re Faruk nel 1952, che l’esercito costituisce la chiave di volta dello Stato egiziano. Da quel momento, da Nasser a Sadat e a Mubarak, il presidente è sempre stato un alto graduato dell’esercito. E se l’agitazione popolare dell’inizio del 2011 ha condotto lo stato maggiore, con beneplacito di Obama, a mollare l’odiato dittatore Mubarak, fu per far uscire dall’ombra i generali del Consiglio supremo delle forze armate (Csfa). Il maresciallo Tantaui che fu per vent’anni il ministro della difesa di Mubarak, ne ha assunto il ruolo dirigente. Anche quando Morsi fu eletto il 30 giugno 2012, Tantaui occupò il posto di ministro della difesa. Essendo il suo nome diventato il bersaglio delle manifestazioni della piazza, fu mandato in pensione due mesi dopo da un decreto presidenziale. Rimase però consigliere del presidente.

Pilastro del regime, l’esercito egizio è anche una potenza economica alle dimensioni del paese. Con il cemento, il tessile, le materie plastiche e naturalmente l’industria militare, ma anche la farmacia o i forni industriali, i settori controllati dall’esercito sono vasti, variegati e decisivi. Forte di un milione di membri e dei suoi ufficiali superiori che possiedono un buon numero di aziende e di terre, rappresenterebbe il 20% dell’occupazione e il 25% del prodotto interno lordo del paese. Ne risulta che l’Egitto è un importante esportatore di armi a destinazione dei paesi del Golfo ma anche dell’Africa. Secondo le stime di un diplomata americano il giro d’affari totale del complesso militare e industriale nelle mani dell’esercito ammontava due anni fa a quasi 5 miliardi di dollari.

D’altra parte, dagli accordi di Camp David del 1978, un aiuto specifico viene corrisposto ogni anno dal governo americano all’esercito egizio, con lo scopo evidente di vincolarlo alla difesa dei suoi interessi nella regione. Tale aiuto che ammonta attualmente a 1,3 miliardi di dollari è da paragonare con i 250 milioni di dollari dell’aiuto civile dato dagli Stati Uniti all’Egitto. Non è mai stato rimesso in discussione da 35 anni, né al momento della destituzione di Morsi e neanche dopo la repressione sanguinosa attuata dall’esercito e dalla polizia contro i sostenitori del presidente eliminato.

I quasi 1000 morti fatti in pochi giorni tra il 14 e il 16 agosto tra i sostenitori dei Fratelli musulmani non hanno fatto esitare i dirigenti degli Stati-Uniti, che non hanno interrotto l’aiuto militare. «Riteniamo che non sarebbe nel nostro interesse» ha dichiarato un portavoce della Casa Bianca. Secondo il capo del dipartimento di Stato John Kerrry, tale aiuto è «il migliore investimento mai fatto dall’America nella regione». Tra l’altro le somme "investite" lo sono anche a vantaggio diretto dei capitalisti americani dell’armamento, poiché metà di questi soldi vanno obbligatoriamente spesi da loro. Inoltre, sia detto per inciso, il libero accesso allo strategico Canale di Suez viene così garantito alla flotta americana.

Questo esercito, questa potenza economica, al tempo stesso è un’enorme forza di repressione. Lo ha dimostrato col bagno di sangue in cui ha annegato le manifestazioni di protesta dei sostenitori di Morsi contro la sua destituzione. Ma se i Fratelli musulmani sono stati ultimamente le sue vittime più spettacolari, in realtà non sono l’obiettivo principale del colpo di stato del 3 luglio.

Certamente c’è una concorrenza politica tra i dirigenti dell’esercito e quelli dei Fratelli musulmani. I primi sono stati costretti a lasciare i secondi occupare il primo posto durante un anno. I militari hanno avuto una rivincita il 3 luglio quando hanno posto fine al governo dei Fratelli musulmani. Ma la vera posta in gioco è di là di questa concorrenza tra due forze politiche che in realtà sanno benissimo collaborare o almeno completarsi.

Il potere di fronte al malcontento popolare

Dall’abbandono del potere da parte di Mubarak nel febbraio 2011, qualunque siano i discorsi sulla cosiddetta "transizione democratica" in corso, la questione è di riuscire a rimettere in posto un potere politico stabile, e innanzitutto capace di tenere a bada le classi popolari. Da due anni, e anche prima, queste ultime hanno cominciato a mobilitarsi e a pensare che, forse, adesso ci fosse per loro qualche speranza di uscire dalla loro miseria secolare. È questa situazione a preoccupare la borghesia egizia, a preoccupare le potenze imperialiste e a preoccupare l’esercito.

Da due anni e mezzo, la situazione delle masse popolari, cioè dell’immensa maggioranza degli 85 milioni di egiziani, è sempre più catastrofica. La disoccupazione si attesta ufficialmente oltre il 13% e in realtà molto di più, l’inflazione è quasi al 9%, la lira egizia è crollata durante l’estate così come l’ammontare degli investimenti stranieri. Quasi metà della popolazione vive sotto la soglia della povertà che è di 8,5 lire egizie al giorno, cioè poco più di un euro. Il 20%, cioè parecchi milioni di abitanti, sopravvive sotto la soglia dell’estrema povertà, ossia 5,7 lire egizie al giorno. Queste due categorie sono costituite da parecchie decine di milioni di lavoratori che sopravvivono grazie ai lavoretti dell’economia informale, ma anche da piccoli impiegati statali o da operai delle imprese statalizzate o private. E anche per questi ultimi, non è cambiato praticamente niente dalla caduta di Mubarak.

Sotto Morsi come sotto il suo predecessore, ci sono state manifestazioni al Cairo, ad Alessandria, a Porto Said e in numerose città, ma anche numerosi sit-in e scioperi che si opponevano direttamente al padronato, al sindacato di Stato e al regime. Al-Ahram, un giornale sempre vicino ai governi, intitolava un articolo del giugno scorso: "l’Egitto, un inferno per gli operai". La giornalista alludeva al ritorno del paese sulla lista nera dell’Organizzazione internazionale del lavoro, agenzia dell’Onu. Lavoro precario generalizzato, salari bassissimi, ricatti per i premi pagati a seconda del comportamento individuale oppure sempre rimandati, condizioni di lavoro insopportabili e sicurezza inesistente, diritti dei lavoratori calpestati da direttori arroganti, la lista è lunga degli attacchi subiti da quelli che hanno un lavoro. Ma di rimando si sono conteggiati non meno di 4.000 scioperi in un anno, cioè dall’elezione di Morsi. E questa cifra è nella continuità di ciò che si era prodotto durante il periodo precedente, sia quello che ha seguito la caduta di Mubarak che quello precedente.

Il sindacato di Stato, cinghia di trasmissione degli interessi dei possidenti e non organizzazione operaia, è sempre l’unico a negoziare gli aumenti di salario e i premi. Già sotto Mubarak molti movimenti avevano preteso il riconoscimento di sindacati indipendenti emanando dai lavoratori e non dal potere. Prima delle dimissioni del vecchio dittatore, uno solo era stato riconosciuto dopo lunghi mesi di mobilitazioni e di battaglie giuridiche, quello degli esattori di tasse. E nonostante una legge sia stata proposta poco dopo la sua caduta, mirando ad autorizzare l’esistenza e il riconoscimento di sindacati operai indipendenti, questa legge è rimasta un’astrazione sotto Morsi. È ancora tale oggi, sotto Al-Beblaui e Al-Sissi. Al contrario una legge criminalizzando gli scioperi era stata varata da Morsi, rafforzando la repressione dei movimenti e dei sit-in da parte della polizia antisommossa e dai cani da guardia dei padroni.

In una situazione economica e sociale drammatica, Mohamed Morsi e il suo governo si sono rapidamente screditati, compreso agli occhi dei loro propri sostenitori. Eletto da poco tempo e con una esigua partecipazione al voto, il presidente dei Fratelli musulmani sembrava innanzitutto attaccato alla difesa degli interessi della confraternita e a modificare le leggi nel senso voluto da quest’ultima. Questo potere politico che produceva sempre più malcontento, compreso tra i propri elettori, diventava inutile e sopratutto rischiava di diventare inefficiente per far fronte alle classi popolari.

Eppure il governo dei Fratelli musulmani ha provato a farlo. Anche le organizzazioni sindacali indipendenti costituitesi dopo il febbraio 2011 ne sono state le vittime, i loro militanti arrestati e maltrattati e gli operai che si volevano unire a loro minacciati o addirittura licenziati. Il rigetto di Morsi e della confraternita da parte dei lavoratori, tra i quali anche i militanti islamisti non hanno mai avuto un gran sostegno poiché secondo loro lo sciopero è un peccato, è aumentato man mano che le promesse svanivano, che la miseria peggiorava con la crisi e il crollo del turismo, che si esprimeva l’aspetto dittatoriale del partito religioso al potere. Uno dei raggruppamenti di sindacati indipendenti, tra l’altro, annunciava di avere raccolto parecchie centinaia di migliaia di firme sulla petizione anti-Morsi di Tammarod.

L’esercito e la polizia, difensori dell’ordine dei possidenti

Al contrario di ciò che vorrebbe far credere, l’esercito che ha appena ripreso direttamente il potere in mano non è amico dei lavoratori più di quanto lo siano stati i dirigenti della confraternita. Non ha mai mancato di inviare distaccamenti, o addirittura i blindati, contro gli operai in sciopero nella periferia del Cairo, del delta del Nilo e del Canale di Suez. Sia nel 2004-2005, durante i primi movimenti di sciopero che segnalavano l’usura del potere di Mubarak, nel 2007-2008 quando decine di migliaia di operai tessili reclamavano il dovuto mentre i padroni gli volevano far pagare il calo delle commesse e la caduta del prezzo del cotone, nel 2010 prima che i militari scegliessero di mollare Mubarak, oppure dopo, l’esercito e la polizia non hanno mai smesso di attuare la repressione. Hanno continuato di farlo sotto Morsi e continuano oggi.

Come al momento della caduta di Mubarak i capi dell’esercito hanno potuto presentare il loro colpo di stato del 3 luglio contro Morsi come la semplice attuazione della volontà del popolo. Nell’opposizione politica a Mohamed Morsi e ai Fratelli musulmani c’è stata unanimità per sostenere il colpo di Stato. Ma anche i dirigenti del partito salafista Al-Nur, alleato ai Fratelli musulmani al potere durante un anno, avevano ritirato il sostegno a Morsi nel giugno 2013, così come tra l’altro il loro principale protettore, l’Arabia Saudita che ha apertamente sostenuto il colpo di Stato di Al-Sissi. Questo significa, tra le altre cose, che quest’ultimo non dà più garanzie di difesa della laicità che i Fratelli musulmani, anche se la coalizione di partiti di destra, del centro, di sinistra, nasseriani ed altri raggruppati nel Fronte di saluto nazionale, lo sostiene.

Alcune manifestazioni organizzate dai Fratelli musulmani in corso d’interdizione e di cui la maggior parte dei dirigenti sono stati arrestati, vengono svolte i venerdì. Sono represse e sempre meno numerose. Ma su un altro fronte si fanno sentire altri manifestanti: nelle fabbriche i lavoratori mantengono le loro rivendicazioni per «il pane, la libertà e la dignità» come gridavano i manifestanti contro Mubarak. La rivendicazione di un salario minimo di 1500 lire egizie (175 €) espressa dai sindacati indipendenti è stata ripresa dai lavoratori di Mahalla-Al-Kubra e dai siderurgisti della Suez Steel Company, le cui manifestazioni sono state violentemente disperse dalla polizia il 16 agosto. Alla Weaving ans Spinning Co (24.000 operai) di Mahalla, migliaia di lavoratori si sono radunati il 26 agosto per esigere il pagamento del premio corrispondente a 45 giorni di salario promesso per fine agosto. Hanno anche chiesto le dimissioni del direttore della holding che era stato epurato dopo il gennaio del 2011, poi rimesso al suo posto.

Un mese prima, i lavoratori avevano rapidamente ottenuto il pagamento di una parte del premio e alcuni giorni di ferie per le feste dell’Aïd Al-Kebir. Una delle rivendicazioni avanzate, a prescindere da una certa indicizzazione dei salari sui prezzi, è anche l’allontanamento dei rappresentanti del sindacato di Stato, conosciuti per le loro prese di posizioni favorevoli al padronato.

Il nuovo ministro del lavoro promosso, Kamal Abu-Eita, è membro di un partito nasseriano di opposizione e poco fa era un dirigente di uno dei raggruppamenti di sindacati indipendenti. Sembra che il nuovo potere cerchi di avere dalla sua parte un certo numero di responsabili sindacali indipendenti emersi in questi anni. Ma continua anche di minacciare l’intervento dell’esercito contro gli scioperanti. E ci si può interrogare sul sostegno agli operai mobilitati che verrà da questo nuovo ministro del lavoro che ha dichiarato dopo la destituzione di Morsi che i lavoratori che furono i campioni dello sciopero sotto il regime precedente adesso devono diventare i campioni della produzione». È vero che i suoi ex colleghi si sono sentiti costretti di precisare che Abu-Eita non ce l’aveva con l’arma dello sciopero.

Tra militari e islamisti o tra la padella e la brace

Nel prossimo periodo è evidente che i nuovi dirigenti del paese vogliono utilizzare il credito di cui dispone l’esercito nei confronti di una parte della popolazione, in parte grazie a tutta questa opposizione politica che l’ha visto come il salvatore del popolo di fronte al governo dei Fratelli musulmani. Ma non salverà il popolo dalla miseria, né dal pericolo islamista. La borghesia egizia e soprattutto la borghesia imperialista di cui è la cinghia di trasmissione non hanno niente da offrire al popolo. I capitali devono continuare di fruttare profitti e questi profitti si possono produrre solo con il sudore e qualche volta il sangue dei lavoratori e delle masse povere delle città e delle campagne. Quindi è imperativo che queste ultime rientrino nei ranghi. I discorsi sulla democrazia non basteranno e il credito di cui oggi dispongono i capi dell’esercito si esaurirà rapidamente. Il regime potrebbe allora ritrovare ben presto lo stesso volto di dittatura che aveva sotto Mubarak.

Nonostante il radicalismo di cui ha dato prova nella repressione delle proteste dei Fratelli musulmani, il nuovo potere non salverà neanche la popolazione egiziana dal pericolo islamista. I dirigenti dei Fratelli musulmani, con l’inviare coscientemente durante le giornate d’agosto i loro sostenitori ad un massacro annunciato, si sono forgiato l’immagine di martiri della repressione. Hanno anche colto l’occasione di radicalizzare i loro sostenitori, che hanno istigati non solo contro il potere militare ma anche per esempio contro i cristiani copti che sono stati il bersaglio delle loro rappresaglie. Altri potrebbero diventare il loro bersaglio domani, compreso i militanti di sinistra, i militanti sindacali o gli operai in sciopero, perché tutti questi appaiono ai sostenitori dei Fratelli musulmani come complici dell’esercito nella repressione sanguinosa che hanno subita. E lì la confraternita potrebbe dimostrarsi di nuovo utile alla borghesia e al potere.

I dirigenti dei Fratelli musulmani sperano certamente di avvantaggiarsi della nuova situazione, mentre il sostegno unanime delle altre forze politiche al potere militare fa di loro l’unica opposizione visibile. Sanno che il nuovo potere si screditerà rapidamente. Sperano allora di riconquistare l’influenza e il credito persi durante l’esperienza del governo Morsi, e perché no di tornare al governo. E comunque il potere potrebbe di nuovo avere bisogno di loro, fosse solo col restaurare la discreta collaborazione che si era stabilita sotto Mubarak tra il potere militare e la confraternita, il cui radicamento in seno alle masse povere ne faceva un fattore di stabilità sociale.

I lavoratori, le masse popolari egiziane devono però avere un’altra scelta che questa scelta tra la dittatura militare e la dittatura oscurantista dei Fratelli musulmani, una scelta che li fa cadere dalla padella nella brace. Ne avranno un altra solo se riescono a diventare una forza politica, organizzata per difendere fino in fondo gli interessi della classe operaia e degli strati poveri contro la borghesia e il capitale imperialista. Solo allora la "primavera araba" potrà davvero diventare una rivoluzione.

14 settembre 2013.


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