Internazionale

Lo tsunami Grillo non fa paura alla borghesia

(Da “Lutte de classe” n° 151 – Aprile 2013)

Nelle elezioni politiche di febbraio il primo partito d’Italia in termini di voti è stato il Movimento cinque stelle di Beppe Grillo che, per la prima volta, si candidava su scala nazionale e ha raccolto il 25,5% dei voti alla Camera e il 23,8% al Senato. L’elettorato dei due grandi partiti tradizionali, il PD di Bersani e il Popolo della libertà di Berlusconi, è crollato. Il partito di Berlusconi ha perso 6 milioni di voti rispetto alle elezioni precedenti, nel 2008. In quanto al PD, ha pagato il suo sostegno al governo Monti e alla politica di austerità, e anche una campagna elettorale che non prometteva altro che di garantire la continuità dei sacrifici imposti alla popolazione. Il suo unico argomento nei confronti dell’elettorato popolare era di rappresentare l’unico "voto utile" contro Berlusconi. Ciò non è stato convincente e ha fatto perdere al PD 3 milioni di elettori rispetto alle elezioni del 2008.

Il Movimento cinque stelle ha avuto i voti di una parte dei lavoratori. Le elezioni sono anche state segnate da una forte astensione, passata dal 20% al 25% degli aventi diritto al voto. Il 40% degli operai e dei disoccupati ha votato Grillo, il quale è anche riuscito a rastrellare i voti della piccola borghesia, con il 40% dei voti dei piccoli imprenditori e artigiani e il 30% dei voti dei liberi professionisti.

Grillo aveva promesso uno “tsunami” che avrebbe fatto piazza pulita e spazzato via la casta politica, nel migliore dei casi inefficiente e nel peggiore corrotta. Con le sue qualità d’imbonitore e professionista dello spettacolo l’ex comico è riuscito a riunire decine di migliaia di persone nelle piazze durante i comizi elettorali del suo “tsunami tour”. Il suo programma acchiappatutto ha attratto milioni di elettori, tra i quali un elettorato operaio, tradizionalmente di sinistra ma disorientato dalla politica di sostegno aperto all’austerità del PD, e disgustato dagli scandali e dalla corruzione della classe politica.

Un partito diverso dagli altri?

L’M5S proclama di essere un “non-partito”, che esiste solo come una rete in cui l’informazione si trasmette tramite Internet e le reti sociali. Si proclama “anti-sistema” e all’opposto dei partiti politici tradizionali, dice di non essere un’organizzazione strutturata. È un “non-partito” senza direzione e senza capi, secondo Grillo - che però è onnipresente e non tollera concorrenti nelle sue file.

I 250 000 iscritti sul sito del M5S hanno ovviamente la possibilità di inviare i loro commenti favorevoli e sono invitati a votare, per esempio per nominare il futuro candidato M5S alle elezioni comunali di Roma. Ma in fin dei conti, quanto incidono i loro messaggi e osservazioni sulle scelte del movimento? Ben poco, stando al risultato dei dibattiti svoltisi sul sito a proposito dei candidati alle comunali dell’anno scorso, in cui l’M5S aveva registrato i suoi primi successi. Mentre numerosi commenti prendevano le distanze da un membro, Daniele Berti, che spiegava in un messaggio che “i Rom non hanno alcun intento di integrarsi, questo non fa parte del loro DNA”, quest’ultimo è stato scelto come candidato in una città della Lombardia. Come, e da chi? È ben difficile saperlo. Ma in ultima istanza sta Grillo a definire ciò che è ammissibile o meno da parte dei “grillini”.

Ma ciò che più sembra disturbare Grillo non sono le divergenze sulle idee o il programma, come dimostra l’espulsione dal movimento nell’ottobre scorso di un’eletta al consiglio comunale di Bologna. Quest’ultima aveva avuto il torto di accettare di partecipare ad una trasmissione politica di una rete televisiva. Fu subito insultata da Grillo che le rimproverò di avere "un punto G che ti provoca orgasmi nei salotti dei talk-show". Grillo parla di fare politica “diversamente”, ma è chiaro che assume senza scrupoli la continuità del discorso volgare e maschilista che finora era terreno favorito di Berlusconi. D’altra parte è piuttosto strano vederlo indignarsi del fascino esercitato sugli altri dai proiettori, mentre lui stesso occupa in permanenza il palcoscenico... anche se ormai disprezza i mass media italiani e accetta solo di rivolgersi ai media stranieri, chiaramente meno colpevoli secondo lui di essersi svenduti al “sistema”.

È vero che, come si sa, al vertice dell’M5S ci sono due sedie, quella di Beppe Grillo e quella di Gianroberto Casaleggio. Fondatore del M5S nel 2009 assieme a Grillo, Casaleggio è un uomo d’affari milanese, alla testa di un’impresa specializzata nell’edizione, la comunicazione e la strategia sulla rete. Si dice che sia stato lui ad introdurre Beppe Grillo ai segreti della navigazione sul Web e all’utilizzazione delle reti sociali.

La “rivoluzione” tramite Internet

Casaleggio, che nega di aderire ad una qualsiasi ideologia, si esprime poco in pubblico. È solo apparso brevemente all’ultimo comizio della campagna elettorale a Roma per lanciare "stiamo per cambiare l’Italia", prima di lasciare di nuovo il palco allo specialista del One-Man-Show Grillo. Si trovano però alcuni video, su Internet ovviamente, che espongono la sua visione “profetica” del futuro, in cui vede l’arrivo della “civiltà di Gaïa”. Annunciata con una precisione degna di Nostradamus per il 2050 circa, questa civiltà avrà superato i conflitti, le ideologie e le religioni e ciascuno in essa sarà "il leader di se stesso" grazie alla “comunità della conoscenza collettiva” consentita da Internet, che permetterà all’umanità di eleggere un presidente della Repubblica mondiale e di prendere tutte le decisioni collettivamente.

Comunque, in questa visione non esiste il capitalismo, non esistono classi sociali dagli interessi contrapposti e quindi non esistono i conflitti sociali. L’unico vero antagonismo del mondo di Casaleggio oppone i paesi in cui l’accesso alla rete è libero, e cioè secondo lui gli Stati democratici dell’Occidente, alle dittature dell’est che lo controllerebbero. Tra l’altro, sarebbe al termine di una terza guerra mondiale di vent’anni, che dovrebbe eliminare sei miliardi di persone, che secondo Casaleggio le democrazie occidentali potrebbero instaurare la libertà sulla rete a livello globale, che quindi permetterà l’installazione della “civiltà di Gaïa”.

L’universo mentale di Casaleggio risente di cattiva fantascienza, e si capisce perché alcuni giornalisti lo paragonano a Ron Hubbard, autore di romanzi di questo tipo prima di lanciare la “Chiesa di scientologia”. Al di là delle visioni fantasiose del futuro rivendicate da un suo fondatore, la specificità del Movimento cinque stelle è quindi di utilizzare Internet come il più “puro” mezzo per instaurare la “democrazia partecipativa” di cui abbiamo già evocato i limiti. Lo si vede, il venditore di servizi Internet Casaleggio non perde mai la bussola.

Così i candidati alle ultime elezioni sono stati invitati a candidarsi sul sito Internet del M5S mandando un messaggio o un video di motivazione. Gli unici criteri di scelta erano di non far parte di nessun partito politico e di accettare la “Carta di comportamento” degli eletti e il programma del movimento. Questo sarebbe stato il mezzo per ridare la parola ai “veri” cittadini e per sbarazzarsi dell’odiata casta dei politici di professione.

È vero che i “grillini” nuovi eletti del M5S, 54 al Senato e 108 alla Camera dei deputati, non fanno parte del personale politico del vecchio apparato. Tra i nuovi deputati M5S l’età media è di 33 anni e cinque di loro hanno meno di 25 anni. In maggioranza sono liberi professionisti, tra i più giovani ci sono insegnanti e studenti. Più giovani, più donne e nessun politico di professione: questo basterà a fare degli eletti M5S dei responsabili capaci di rompere con le combinazioni istituite dal sistema politico italiano, per non dire di poter cambiare qualcosa della situazione sociale?

Il “nuovo” modo di fare politica alla moda odierna...

Certamente questi nuovi eletti hanno cominciato col rifiutare una parte degli impressionanti privilegi della classe politica, hanno limitato il loro salario e rifiutato il titolo di onorevole, preferendo quelli di “cittadino” e “cittadina”. Ma il sistema politico si è già mostrato capace in passato di digerire quelli che si proclamavano anti-sistema. L’operazione “mani pulite” condotta da Di Pietro negli anni ’90 aveva mirato ad eliminare la corruzione e il clientelismo dal mondo politico italiano. Un’ondata di processi aveva segnato la fine dei partiti di governo tradizionali, tra cui l’inamovibile Democrazia cristiana, e centinaia di responsabili politici erano stati messi sotto avviso di garanzia per corruzione.

Ma nuovi politici come Berlusconi, non proprio l’esempio dell’uomo dalle “mani pulite”, presero il loro posto in seno a nuove formazioni che riciclarono anche i vecchi cavalli della politica, o almeno quelli che non erano in carcere o latitanti. E vent’anni dopo, gli scandali finanziari e i casi di corruzione continuano a dominare l’attualità, tanto più sconcertanti in quanto si verificano nel momento in cui tutti i politici si prodigano a turno nel giustificare i “sacrifici necessari” che risultano dai successivi piani di austerità.

Il legittimo disgusto provocato da questi affari è stato alla base dell’impresa grillina. Bastava aggiornarsi: già il sistema politico era il bersaglio di una campagna dei mass media, gli stessi che Grillo critica, e accusato di essere l’unico responsabile di tutti i mali e le ingiustizie d’Italia. Leggendo i giornali, guardando le trasmissioni politiche della televisione, si ha la sensazione che il paese sia diviso, non tra classi sociali dagli interessi opposti, ma tra cittadini onesti pronti ad rimboccarsi le maniche per lavorare, che siano padroni o operai, e quelli che li dissanguano e approfittano del loro lavoro: una burocrazia statale e una casta politica, inefficienti e corrotti.

Tra l’altro, era già col prendere le distanze dalla “casta” politica che Mario Monti aveva insediato il suo “governo tecnico”, dopo l’estromissione di Berlusconi nel novembre 2011. I media sottolineavano allora le grandi qualità di questo governo “al di sopra dei partiti” e quindi in grado di agire con “equità” per spartire fra tutti i sacrifici necessari per uscire dalla crisi.

L’onestà e la semplicità, almeno di facciata, l’etichetta “non professionista della politica” e il “superamento della forma partito” sono quindi di moda. Ma al contrario di ciò che vorrebbero far credere i commentatori, la putrefazione dei vertici dello Stato e dei responsabili politici non è solo una questione di persone e di qualità individuali: è l’espressione della putrefazione ben più profonda di una società capitalista che sopravvive a se stessa. Alla grande borghesia italiana piacerebbe senz’altro disporre di un personale politico un po’ più adeguato, che avesse abbastanza credito nella popolazione da far passare le sue misure antioperaie. Ma è proprio con l’assumere questa funzione che perde il suo credito, portando ad un’instabilità politica resa evidente dal risultato di queste elezioni.

Al tempo stesso, mentre le conseguenze della crisi pesano sempre più drammaticamente sui lavoratori, la campagna “anti-casta” di cui il Movimento cinque stelle si è fatto il portavoce più rumoroso diventa in modo sempre più evidente una diversione, che permette di esonerare l’economia capitalista da ogni responsabilità. Eppure se i milioni prelevati dai politici parassiti e corrotti sono una realtà, sono ancora poca cosa rispetto ai miliardi di denaro, pubblico o preso a prestito dalle banche, che lo Stato spende generosamente per riempire le tasche del grande padronato tramite tutta una serie di aiuti e sovvenzioni.

….che permette di scagionare il sistema capitalista

Il programma politico del M5S di Grillo è una raccolta di temi sedicenti di sinistra o ecologici, tra cui la democrazia partecipativa, lo sviluppo di fonti di energia alternative o l’opposizione alla Tav Lione - Torino. Tutto questo si accompagna ad una buona dose di demagogia che sa di nazionalismo, contro l’euro, contro “quelli che vogliono sfruttare l’Italia” e svendono “i talenti e il patrimonio nazionali”, ecc. Dal punto di vista sociale c’è lo stesso “mercato di tutto”. La rivendicazione di un “reddito minimo di cittadinanza” fissato a 1000 euro è affiancata all’affermazione che i sindacati, come i partiti, sono istituzioni “superate”. E soprattutto, quando si tratta di prendere posizione sulla crisi e il debito sovrano, Grillo torna a sparare sul suo unico bersaglio: lo Stato e la sua classe politica.

Spiegando che il Paese non ha bisogno di un governo per andar avanti e riformarsi, e che basta lasciare lavorare i deputati, Grillo propone una legge “anti-casta” che i suoi deputati dovrebbero presentare: si tratta di un piano di risparmi sulle spese che derivano non solo dai salari e da altri vantaggi dei deputati, ma anche dal funzionamento del Parlamento, che consentirebbe di risparmiare ogni anno 42 milioni. Così, governo e politica diventerebbero “a buon mercato”. Va bene, ma paragonati ai quasi due mila miliardi di debito sovrano dell’Italia, si tratta di una somma simbolica. E non sarà questo a consentire di arginare e di rimettere in discussione le misure dei vari piani di austerità, da cui deriva l’impoverimento delle classi popolari.

Gli interventi dei presidenti dei gruppi M5S alla Camera e al Senato sono anche significativi per quanto riguarda il dibattito sul pagamento dei debiti da parte dello Stato. Si sa che una parte del debito di quest’ultimo riguarda il pagamento di aziende che hanno lavorato per l’amministrazione pubblica e non sono state pagate, ed anche i prestiti presi da queste stesse aziende presso le banche in attesa che lo Stato le paghi.

Reagendo ad una dichiarazione degli eletti M5S, il ministro dell’economia del governo Monti, Grilli, ha detto che "sarebbe pericoloso introdurre il principio di non pagare le banche”. Fortunatamente Vito Crimi e Roberta Lombardi, rispettivamente presidenti del gruppo degli eletti M5S al Senato e alla Camera hanno immediatamente dichiarato: "ci teniamo a precisare che non abbiamo mai affermato tale principio. Le banche devono legittimamente poter ritrovare i capitali che hanno anticipati agli imprenditori che si erano rivolti a loro in assenza di pagamenti da parte dell’amministrazione pubblica. Diciamo solo che almeno questa volta possono aspettare un po’ il rimborso”.

Si vede quindi che se Grillo ha potuto attaccare “l’alta finanza senza scrupoli” durante i comizi del suo “tsunami tour”, non si tratta per i suoi eletti di sollevare il minimo dubbio contro il sistema bancario o contro la borghesia in generale. Bisogna ricordare che nell’universo di Grillo quest’ultima non esiste: le classi sociali, così come i partiti e i sindacati, appartengono ad un passato remoto, senz’altro all’era “pre-Internet”, poiché la rete consente "l’uguaglianza di tutti, qualunque sia la loro categoria sociale".

In questo contesto di crisi economica, è ovvio che occorrerà fare sacrifici - spiega il programma del movimento di Grillo - che promette, come Monti prima di lui, che i suddetti sacrifici saranno “equamente spartiti”. E di nuovo si mettono sotto accusa lo Stato e le sue spese che si tratta di ridurre. Niente di originale in questa politica, poiché Grillo canta la stessa canzone dei reazionari di ogni genere, che mettono nello stesso sacco lo spreco e le spese dei vertici dell’apparato di Stato, così come gli statali e i servizi pubblici accusati di essere improduttivi. Oltre la diminuzione dei salari e dei vantaggi degli eletti, chiede quindi la soppressione delle province e il raggruppamento dei piccoli comuni, il che significherebbe la soppressione di migliaia di posti di lavoro fra gli impiegati degli enti locali e la scomparsa di molti servizi pubblici utili alla popolazione.

I grillini al livello locale

Non c’è quindi da meravigliarsi, se i grillini che si ritrovano alla guida di comuni in seguito alle elezioni amministrative dell’anno scorso applicano una politica di austerità molto simile a quella dei politici della “casta”. Così poche settimane fa il sindaco M5S di Parma si è ritrovato a fronteggiare le sue prime manifestazioni di malcontento. Il 14 marzo parecchie centinaia di lavoratori comunali, vigili urbani, impiegati di servizi cittadini e impiegati delle scuole hanno dato al sindaco del “buffone”... uno degli insulti preferiti di Grillo nei confronti dei politici.

Prima di essere eletto sindaco di Parma, Federico Pizzarotti era un giovane ingegnere informatico del settore bancario. Gli piace dire che ha sempre voluto “cambiare la società”. Ma come? Col garantire il primo punto del suo programma, cioè l’estensione della copertura Internet alta velocità a tutta la città! D’altra parte, egli propaganda la sua visione “imprenditoriale” della gestione comunale e il suo “grande rispetto” per la natura e gli animali, per cui ha incluso nel suo programma il divieto della sperimentazione animale sul territorio del comune. Ma pare che Pizzarotti non abbia lo stesso interesse per la sorte dei lavoratori, e comunque non per la sorte dei dipendenti comunali. Infatti è a loro che intende far pagare i tagli di bilancio per provare a ripianare l’indebitamento del Comune, che ammontava a 800 milioni di euro alla fine del 2011.

Le politiche locali sono certamente condizionate da un contesto nazionale sul quale hanno poca influenza, ma Pizzarotti si incarica senza scrupoli di far pagare i lavoratori, parlando di una nuova era “che bisogna accettare”. In questo caso la nuova era rappresenta una perdita tra 50 e 80 euro su stipendi mensili che si aggirano intorno ai 1200 euro. Ci si aggiunge la soppressione di parecchie indennità, come quella dei turni notturni dei vigili urbani, che perderanno più di 150 euro al mese. Altra meschinità: il notturno è stato ufficialmente soppresso nel gennaio 2013, ma i lavoratori non hanno ancora percepito quello dei sette ultimi mesi del 2012.

Quando parecchie centinaia di lavoratori comunali hanno invaso il palazzo di città, Pizzarotti ha affermato che si trattava di "manifestazioni di un’altra epoca, organizzate da sindacati che appartengono ugualmente al passato”. E ha aggiunto che “i sindacati chiedono il ripristino della situazione precedente. Non è uno stato d’animo moderno”... Sì, la lotta di classe è superata dall’arrivo di Internet, ma pare che i lavoratori siano rimasti ancora legati al vecchio principio, che quando i loro interessi sono attaccati, bisogna difenderli!

Un vuoto politico dalla parte dei lavoratori

Per la loro origine sociale e le idee che portano avanti, la maggioranza dei grillini recentemente eletti si ritrovano nel programma del loro movimento. L’attacco ai privilegi della casta politica e contro le pesantezze burocratiche dello Stato traduce la frustrazione e la collera di una parte della piccola borghesia. Studenti superlaureati, ma disoccupati o condannati ad alternare i lavoretti, che vedono gli alti posti del pubblico e del privato sfuggire loro a vantaggio dei “raccomandati” che hanno relazioni altolocate, piccoli imprenditori, piccoli commercianti e artigiani esasperati dal peso delle tasse e dalla difficoltà ad ottenere prestiti dalle banche, liberi professionisti che vedono la loro clientela scarseggiare e le tasse aumentare, tutti questi soggetti sociali vogliono credere che se i loro simili occuperanno le poltrone delle assemblee rappresentative, la società sarà in grado di offrire loro un futuro.

Grillo ha saputo, come abbiamo detto, attrarre i voti di una parte importante dell’elettorato operaio e di un ceto di piccoli artigiani e commercianti di cui molti una volta facevano parte dell’elettorato del Partito comunista, specialmente nelle regioni ricche dell’Emilia-Romagna e della Toscana, che hanno massicciamente votato per Grillo questa volta. Ma c’è da meravigliarsi? L’unico grande partito che ancora confusamente ha un’etichetta di sinistra è il PD, quello che ha sostenuto l’opera del governo Monti fino ai suoi provvedimenti che attaccavano i diritti e gli stipendi dei lavoratori, e davano sempre più libertà al padronato per imporre condizioni di lavoro e di salario degradanti.

Non si tratta di ripetere qui tutta la storia che ha portato il Partito comunista italiano - il più grande partito stalinista dell’Europa occidentale del dopoguerra – a trasformarsi nell’attuale Partito democratico. Come tutti i partiti stalinisti e nonostante il suo riferimento al comunismo, ha tradito gli interessi della classe operaia. Lo ha fatto ad esempio nel momento della caduta di Mussolini e del regime fascista, mentre gli scioperi si estendevano nel paese e lo Stato italiano crollava. Fu il partito comunista ad evitare una crisi rivoluzionaria alla borghesia, impegnando tutto il proprio peso per richiamare i militanti comunisti a non confondere resistenza antifascista e rivoluzione, e collaborando al ristabilimento di un apparato di Stato al servizio dei possidenti.

Questo Partito comunista, i cui dirigenti successivi tradirono la classe operaia con altrettanta continuità, ha poi gettato la maschera ed assunto apertamente la società capitalista e l’economia di mercato come “unico modello economico valido”, e l’alternanza all’americana tra due grandi partiti simili come unico modello politico. In quanto al Partito della Rifondazione comunista, che raggruppò nel 1991 quelli che non accettavano di abbandonare il riferimento comunista, in realtà non cerca di incarnare un programma comunista. Se ne ha conservato il nome, questo non gli ha impedito di screditarsi impegnandosi nelle politiche anti-operaie dei vari governi di sinistra. Questa evoluzione ha portato Rifondazione comunista a fondersi nella coalizione liberale “Rivoluzione civile”, condotta da Ingroia nella speranza di riconquistare alcuni posti di deputato, speranza comunque delusa. Riprendendo anche alcuni temi del M5S, come “ridare la parola ai cittadini”, ecc, e scommettendo sulla personalità del giudice protagonista di alcuni processi contro Berlusconi e la Mafia, la coalizione non si rivolgeva ai lavoratori sul loro terreno di classe.

Il disorientamento dei lavoratori è tanto più profondo, in quanto - come in molti paesi d’Europa - gli attacchi più violenti di questi ultimi decenni sono stati portati da governi “di sinistra”. Soppressione della scala mobile, primi attacchi contro il sistema delle pensioni, prime leggi per riformare il diritto del lavoro ed introdurre le varie tipologie di contratti precari: tutti questi colpi sono in gran parte l’opera di coalizioni di centrosinistra, senza dimenticare il sostegno del PD alla politica di austerità dell’anno scorso. In queste elezioni del febbraio 2013 nessuna formazione o coalizione presente su scala nazionale difendeva un programma che facesse riferimento agli interessi dei lavoratori. In questo deserto molti lavoratori hanno votato Grillo perché vi vedevano un modo di esprimere la loro insofferenza nei confronti di tutti i politici e il bisogno di mettere a soqquadro il sistema politico, senza necessariamente farsi illusioni sulle sue capacità di migliorare la loro condizione. Altri hanno certamente una piccola speranza e scommettono confusamente sulla sincerità degli eletti cinque stelle per migliorare la loro sorte.

Tra le formazioni di estrema sinistra, solo il Partito comunista dei lavoratori (PCL) ha presentato liste in parecchie circoscrizioni, nella misura delle sue possibilità. Ha avuto almeno il merito di candidarsi in nome del comunismo "per un governo dei lavoratori" e contro il fatto di far pagare la crisi del capitalismo alla popolazione. Ma altri all’interno della cosiddetta “sinistra radicale” si stanno ancora chiedendo se non varrebbe la pena di sostenere Grillo.

È stato per esempio l’argomento dell’ultima riunione dell’esecutivo nazionale della confederazione Cobas. Nel resoconto della loro riunione di direzione del 10 marzo i dirigenti della confederazione sottolineano che le motivazioni del tandem Grillo-Casaleggio sono estranee agli interessi dei lavoratori, ma che bisogna tener conto del suo successo nell’elettorato popolare che si basa su elementi che il sindacato di base può condividere. Quindi bisognerebbe non appoggiare Grillo al livello nazionale, ma non trascurare le possibilità di collaborazione al livello locale. Strano modo di mettere i lavoratori in guardia sugli aspetti "confusi, demagogici o addirittura populisti" della politica di Grillo che d’altra parte il testo denuncia. In realtà la direzione della confederazione Cobas sceglie di adattarsi alla corrente e riflette tanto più facilmente le illusioni di una parte del suo ambiente in quanto non vuole trascurare, come esprime il testo, "la possibilità che il movimento di Grillo possa impegnarsi davvero per porre termine al monopolio sindacale Cgil"... il che piacerebbe ai vari mini-apparati che fanno riferimento al sindacalismo di base e la cui rappresentatività sindacale non è riconosciuta.

Il miglior modo di convincere i lavoratori che potrebbero avere illusioni su Grillo e la sua demagogia “anti-casta” non è però di evidenziare i cosiddetti “punti positivi” del suo programma, sperando che questo lo condurrà ad adottare una politica più radicale sul terreno sociale.

Ridare prospettive comuniste rivoluzionarie

Lo “tsunami” Grillo è certamente un fenomeno elettorale spettacolare. Dopo un anno di “governo tecnico” che ha moltiplicato le misure di austerità, un anno segnato dalle chiusure di imprese e dal peggioramento della povertà e delle difficoltà per le classi popolari, il discredito dei politici è tale che un partito come il Movimento cinque stelle, presente per la prima volta in elezioni generali, ha potuto raccogliere il 25% dei voti e diventare il primo partito del paese. Al di là del talento del comico Grillo, questo risultato è una traduzione politica della crisi ed esprime il disorientamento di una parte dell’opinione pubblica. In assenza di prospettive di fronte alla crisi che si approfondisce, una parte dell’elettorato si è ritrovato nella demagogia del programma acchiappa tutto e dei discorsi di Grillo.

Non si conoscono ancora tutte le conseguenze del successo di Grillo per quanto riguarda il governo del paese. Napolitano rieletto per un secondo mandato riuscirà ad imporre alle due camere un governo “di larghe intese”, cioè basato come il governo Monti su PD e PdL, oppure bisognerà tornare a votare? Comunque la borghesia troverà il modo di imporre la sua soluzione. Ha già dimostrato in passato che il suo sistema era capace di assorbire quelli che pretendevano di combatterlo. E’ stato il caso dell’Italia dei valori di Di Pietro, che aveva condotto i processi di “mani pulite” e si presentava come un garante contro la corruzione, partito nel quale alcuni eletti sono stati anche loro coinvolti in qualche scandalo.

Anche la Lega Nord si presentava come il partito degli “onesti e laboriosi italiani del Nord” e denunciava “Roma ladrona”, senza dimenticare di speculare sul razzismo antimeridionali e anti immigrati, prima che Umberto Bossi e la sua famiglia fossero accusati di aver utilizzato le sovvenzioni pubbliche per i loro bisogni personali. E anche prima di screditarsi su questo terreno, queste due formazioni si erano comunque integrate al gioco politico, raggiungendo le alleanze intorno ai due grandi partiti, PD e PdL.

L’M5S sarà senz’altro altrettanto assimilabile dal sistema quanto lo furono prima altri partiti “anti-casta”. Questo può essere la funzione di questo genere di formazione che si dichiara opposta ai partiti tradizionali rivendicando un modo più “pulito” e più “onesto” di fare politica, pur rimanendo sullo stesso terreno di classe: possono almeno per un certo tempo alimentare l’illusione di un possibile cambiamento, prima di dimostrare la loro vacuità politica e di essere a loro volta digeriti dal sistema.

Il movimento di Grillo si distingue da altri cosiddetti movimenti “populisti” che nascono dappertutto in Europa, come il Fronte nazionale in Francia, per il fatto che non è marcato all’estrema destra. Il suo principale discorso consiste piuttosto nello spiegare che tutto questo è superato e che partiti, sindacati e ideologie non servono più. Bisogna dire che in Italia la demagogia di estrema destra ha già fatto parte del bagaglio di molte altre formazioni, del Msi diventato poi Alleanza nazionale per integrarsi infine nel centro-destra così come nel centro destra è confluita anche la Lega Nord; e in fondo anche del berlusconismo.

Quindi bisognava trovare altro, o almeno fare finta, e Grillo ha fatto coabitare nel suo programma rivendicazioni di sinistra o addirittura della sinistra radicale come l’opposizione alla costruzione della Tav Lione-Torino, con prese di posizione nazionaliste, esaltazione del genio italiano, ecc., il che in fondo è il marchio di fabbrica di ogni demagogo. Tra l’altro, il campione dell’eclettismo Grillo si è anche opposto al riconoscimento della nazionalità italiana ai figli di immigrati nati in Italia, e ha dichiarato ai fascisti del movimento Casapound che le porte del M5S erano aperte per loro.

Il “grillismo” può evaporare rapidamente come altri prima di lui, ma nondimeno è un sintomo. L’M5S ha potuto esprimere le preoccupazioni, il disorientamento e l’amarezza di una piccola borghesia scontenta delle conseguenze della crisi per i suoi affari e le sue carriere, attraendo sullo stesso terreno un’importante frazione di lavoratori disperati, disorientati e senza prospettive di classe. E questa preoccupazione, questo malessere di un’importante frazione della società non si scioglieranno con la stessa facilità.

Grillo ha dichiarato in sostanza che in fondo i politici italiani lo dovrebbero ringraziare perché ha orientato verso i canali elettorali e parlamentari un malcontento sociale che altrimenti avrebbe potuto prendere forme più violente. Ma questo malcontento rimane, si approfondisce e diventa esasperazione. Il passato ha mostrato come in certe circostanze e ad un certo livello della crisi questa esasperazione può essere utilizzata da demagoghi e rivolta come uno strumento di battaglia contro la classe operaia. Fu questo il caso precisamente in Italia, paese dove il fascismo fu inventato da un altro imbonitore, Benito Mussolini, sorto dalle file del Partito socialista, che riuscì a mobilitare la piccola borghesia arrabbiata per schiacciare il movimento operato.

Grillo certamente non è il “Duce” e non ha intenzione di raggruppare gli scontenti su un terreno che non sia solo elettorale, ma il successo del suo movimento ha per lo meno il valore di un avvertimento per i lavoratori e per tutti i militanti che vogliono lottare sul loro terreno di classe. Di fronte alla crisi del sistema capitalista, solo la classe operaia può aprire prospettive di trasformazione rivoluzionaria della società, nel suo interesse come nell’interesse dell’insieme delle classi popolari. Ma lo può fare solo se riprende l’offensiva sul suo terreno, utilizzando le sue armi di classe, che non sono certo la scheda di voto e il delegare a turno questo o quel politico borghese, ma gli scioperi, le manifestazioni, l’organizzazione per difendere fino in fondo i suoi interessi di classe di fronte all’offensiva borghese. Non si potrà ricollegare con questa politica di classe senza un partito, e un partito che non sia un partito di grillini, e neanche un “non-movimento” esistente nell’universo virtuale d’Internet, ma un partito operaio, comunista e rivoluzionario che abbia tratto tutte le lezioni dal passato per essere un autentico partito di battaglia contro il sistema capitalista.

31 marzo 2013


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