Internazionale

Un bilancio delle campagne di Lutte Ouvrière per le elezioni presidenziale e politiche

29 ottobre 2012

L’anno trascorso è stato segnato dalla campagna per l’elezione presidenziale, cominciata con la raccolta delle firme di sindaci necessarie per la candidatura di Nathalie Arthaud e seguita da quella, molto più breve, per le elezioni politiche.

La nostra partecipazione all’elezione presidenziale è stata di per sé una riuscita collettiva, perché la raccolta delle firme di sindaci, avvenuta senza incontrare ostacoli particolari, è pur vero che ha poggiato sulla nostra capacità militante. Così è stato anche per la nostra partecipazione alle elezioni politiche poiché presentare candidati in tutti i collegi metropolitani era anche un obiettivo militante.

In quanto ai nostri risultati alla presidenziale, è un eufemismo dire che sono stati modesti poiché sono i più bassi della nostra storia elettorale. La nostra candidata ha ottenuto lo 0,56% dei voti, pari a 202.561 elettori. Rispetto al risultato del 2007, il cui livello era già il più basso registrato in una presidenziale, abbiamo perso più di metà del nostro elettorato. I risultati alle politiche, 126.522 elettori ossia lo 0,51% dei voti, non sono stati migliori.

Questi risultati elettorali non ci hanno sorpresi. Se ci fossero state illusioni o celate speranze di un risultato un po’ migliore, i sondaggi le hanno sempre mantenute entro limiti molto stretti. E più dei sondaggi, è stato innanzitutto il ragionamento politico a prepararci e a consentirci di preparare il nostro ambiente a questi bassi risultati.

Durante tutta la campagna abbiamo detto e ribadito che, per ottenere le loro rivendicazioni vitali, i lavoratori dovevano ritrovare la strada di grandi lotte come quelle del maggio ’68 o del giugno ’36, pur sapendo che la combattività e il morale della classe operaia erano lontani da quel livello. Abbiamo anche scelto di ostentare la nostra identità comunista e di affermare, nel modo più chiaro possibile, le nostre prospettive comuniste rivoluzionarie, pur essendo coscienti che questa scelta non sarebbe stata molto redditizia dal punto di vista elettorale.

Il 30 marzo 2012 scrivevamo nella nostra rivista “Lutte de classe”: "il programma di lotta portato avanti da Nathalie Arthaud non produrrà grandi risultati elettorali in un periodo in cui la maggioranza della classe operaia, colpita dalla crisi, disorientata, ha perso i suoi punti di riferimento e ripone ancora qualche speranza negli illusionisti del sistema istituzionale della borghesia”.

Avevamo dunque anticipato il nostro basso risultato. Ma i comunisti rivoluzionari non si candidano nelle elezioni per adattare e smorzare i toni del loro programma in modo da poter piacere di più e ottenere più voti possibili. Essi approfittano dell’organizzazione delle elezioni per difendere, su scala più estesa, una politica che rappresenti gli interessi dei lavoratori, anche se sono condannati ad essere controcorrente e minoritari in una situazione di riflusso delle lotte e di regresso della coscienza operaia.

Abbiamo fatto campagna su un programma di lotta per i lavoratori rivendicando il divieto dei licenziamenti, la ripartizione del lavoro tra tutti senza diminuzione dei salari, la scala mobile dei salari e delle pensioni, e il controllo che bisogna imporre sulle imprese. Non abbiamo "inventato" questo programma per la campagna, abbiamo solo ripreso quello che difendiamo permanentemente, al nostro modesto livello, al fine di provare ad armare moralmente e politicamente i lavoratori per le lotte future.

Visto la crisi e le sue conseguenze politiche, ci abbiamo anche tenuto ad esprimere le nostre convinzioni comuniste rivoluzionarie. Noi abbiamo cercato, nel nostro piccolo, di "alzare la bandiera del comunismo". Ben lungi dall’idea di far votare sul comunismo, il che sarebbe semplicemente stupido, si trattava di affermare la necessità di espropriare la borghesia e di combattere la dittatura del capitale in un contesto di crisi profonda in cui l’economia capitalista dimostra, oltre alle sue ingiustizie, tutta la sua irrazionalità.

La crisi sconvolge la vita di milioni di lavoratori e non farà a meno di sconvolgere anche le coscienze. Di fronte alla realtà della disoccupazione e della miseria, nonché agli attacchi padronali e governativi, i lavoratori dovranno necessariamente lottare. Alcuni già dicono che bisogna rimettere in discussione "tutto il sistema". Ma lotteranno sul proprio terreno di classe o si lasceranno trascinare in false battaglie che possono essere altrettante trappole mortali per i lavoratori?

Sappiamo, infatti, e la storia l’ha dimostrato in tante occasioni, che il sentimento d’ingiustizia e la rivolta dei lavoratori possono essere sviati e incanalati da ogni sorta di forza politica, dai riformisti quali il Fronte di sinistra fino alle forze d’estrema destra.

L’ascesa reazionaria che stiamo vivendo è profonda e affonda le radici nella situazione economica e sociale, nel rapporto di forza sfavorevole tra i lavoratori e il padronato. Ciò non si svolge nel campo delle pure idee e nessun partito rivoluzionario lo potrebbe arginare con la sola forza delle sue convinzioni.

Un partito comunista rivoluzionario, invece, offrendo prospettive agli sfruttati, potrebbe attrarre nelle proprie file molti di quei lavoratori disorientati, senza punti di riferimento, che rigettano ogni politica e, addirittura, qualche volta hanno la tentazione di esprimere il loro disgusto del sistema con il voto per il Fronte nazionale.

Il partito comunista rivoluzionario, capace di difendere una politica sul terreno degli interessi specifici dei lavoratori per attrarre i più coscienti e più combattivi, non esiste. I partiti un tempo influenti nella classe operaia, il Partito socialista prima e il Partito comunista poi, hanno perso la fiducia dei lavoratori perché hanno tradito, a più riprese, i loro interessi. Da molto tempo essi non difendono più la prospettiva di un rovesciamento radicale dell’organizzazione sociale, né ugualmente, e ciò è collegato, difendono gli obiettivi di lotta immediati in grado di rafforzare il campo dei lavoratori.

Sappiamo che non abbiamo né le dimensioni, né il radicamento, né l’influenza necessari per essere questo partito che manca alla classe operaia. Ma potevamo utilizzare la piccola cassa di risonanza di questa campagna elettorale per far sentire gli interessi politici dei lavoratori in questo contesto di crisi e difendere la prospettiva del rovesciamento del capitalismo. Siamo molto minoritari, ma possiamo affermare delle idee e provare a popolarizzarle e propagarle. Questo è tanto più importante dal momento che siamo gli unici a farlo.

La campagna militante che abbiamo fatto organizzando comizi, presenze nei mercati, affissioni di manifesti, non è stata facile. È stata una campagna condotta con le proprie forze in un clima caratterizzato dalla forte rassegnazione delle classi popolari, rassegnazione che spiega in gran parte la mancanza di voglia di politica da parte dei lavoratori. Per molti, l’unico obiettivo delle elezioni era quello di sbarazzarsi di Sarkozy, con la speranza più o meno diffusa che le cose sarebbero andate meglio con Hollande.

Ambiente socialista a parte, anche la prospettiva dell’arrivo del Partito socialista al potere era segnata da grande fatalismo. L’idea che i politici non hanno più il vero potere, che a dirigere sono i padroni, banchieri o addirittura Bruxelles e l’Europa, alimenta un clima fatalista tra i lavoratori. In questo contesto è stato difficile approfondire le discussioni che spesso si fermavano alla constatazione che i lavoratori non vogliono o non possono più lottare.

Tuttavia gli obiettivi che abbiamo portato avanti erano capiti e ben accolti. La crisi del capitalismo ha fatto sì che abbiamo potuto difendere le idee di rivoluzione, di rovesciamento del capitalismo e le idee di comunismo, il che ci procurava se non la simpatia, almeno un certo rispetto da parte delle classi popolari. Candidarsi come comunisti non è stato un ostacolo per parlare con i lavoratori.

I risultati di queste elezioni misurano lo stato d’animo dei lavoratori e il numero di 202.561 elettori dimostra che la corrente comunista è molto minoritaria. Possiamo tuttavia sperare di avere influenzato dei lavoratori al di là del nostro elettorato, e che i lavoratori, di fronte agli avvenimenti, faranno proprie alcune idee che abbiamo difeso in questa campagna per lottare.

Il programma che abbiamo difeso corrispondeva e continua a corrispondere agli interessi dei lavoratori, anche se solo un nuovo slancio di combattività può fare di questi obiettivi una realtà. Molti compagni hanno potuto rendersi conto, durante la preparazione della giornata del 9 ottobre 2012, che "il divieto dei licenziamenti" e anche "la ripartizione del lavoro fra tutti senza diminuzione di salario" sono parole d’ordine popolari.

Oltre a popolarizzare il programma di lotta e ad alzare la bandiera del comunismo, avevamo un altro obiettivo in questo periodo: saldare politicamente, tramite la campagna delle presidenziali e quella delle politiche, l’ambiente che abbiamo intorno a noi o che potevamo incontrare nel corso di queste campagne.

Paul Lafargue scriveva nel 1899, in “Il socialismo e la conquista dei poteri pubblici", che “il Partito socialista è l’unico partito che non teme le sconfitte perché, sconfitto o vittorioso, esce da ogni periodo elettorale più ricco negli uomini e meglio organizzato". Fatto sta che le varie campagne elettorali hanno avuto una grande importanza nella costruzione del Partito socialista in Francia in quei periodi. Ogni comizio elettorale, ogni presenza in una città portavano alla creazione o al rafforzamento di una sezione socialista.

Noi ne siamo molto lontani, ma questo non è un fatto nuovo. Nessuna campagna ci ha consentito di reclutare massicciamente, nemmeno quella del 1995 in cui avevamo raddoppiato gli sforzi per lanciare la nostra rete il più lontano possibile, organizzando una specie di post campagna elettorale.

In compenso, le campagne elettorali, e segnatamente quelle politiche, ci hanno sempre consentito di allargare il nostro ambiente, di rafforzare i nostri legami con esso. Abbiamo cercato di farlo anche questa volta organizzando i comitati di sostegno alla candidatura di Nathalie Arthaud.

L’obiettivo non era tanto quello di reclutare. Sappiamo che nel periodo attuale esso può solo essere limitato a rafforzare i legami politici con i simpatizzanti e i contatti che abbiamo intorno a noi. Quindi, non solo abbiamo cercato di far sì che essi partecipassero alle attività della campagna, ma innanzitutto abbiamo voluto far loro comprendere profondamente la nostra politica e le nostre scelte nella campagna, che sono scelte politiche per tutto il prossimo periodo. Rispondendo alle domande più diverse quali "perché non siamo nel Fronte di sinistra?", "cosa significa essere comunista?", "perché siamo minoritari?", "non è il protezionismo una soluzione alla disoccupazione?", abbiamo avuto la possibilità di spiegare la nostra politica.

In questi comitati di sostegno i partecipanti hanno preso l’abitudine e il gusto di discutere di politica e di scambiare opinioni sui vari argomenti. Nuovi legami, alcuni più politici, si sono stabiliti grazie a queste discussioni e agli interventi. Ciò ci ha consentito di proporre a tutti i partecipanti di questi comitati di proseguire il loro impegno per aiutarci, come meglio potevano, alla costruzione di un partito comunista rivoluzionario.

La grande maggioranza di questi comitati di sostegno ha accettato. Quindi, oggi abbiamo non tanto un nuovo ambiente, visto che molti partecipanti erano già conosciuti, qualche volta da molto tempo, quanto un ambiente che possiamo ancor più avvicinare politicamente e saldare all’organizzazione. In un contesto di riflusso che vale per tutte le organizzazioni militanti, ciò è una cosa preziosa. Se riusciremo a stringere le file e a consolidarle, e se saremo in grado di farlo a lungo, sarà già molto.

La solidità dei legami con questi comitati di sostegno non dipende solo da noi. I comitati raggruppano lavoratori, disoccupati, pensionati del mondo del lavoro, che sotto molti aspetti rispecchiano lo stato d’animo della classe operaia e se questo stato d’animo arretrerà, quello dei comitati farà altrettanto.

Al contrario, in caso di ascesa operaia, essi saranno forse fra i primi a sentirla e ad annunciarcela. Tutto ciò che possiamo fare oggi, dunque, non andrà perduto. Se riusciremo a conquistare profondamente la loro fiducia, li ritroveremo con noi nelle lotte future.

Il periodo che stiamo vivendo è un periodo di riflusso per i lavoratori e non può essere favorevole per noi. L’abbiamo verificato grazie a queste due campagne. Ciò è vero per noi, ma lo è anche per l’Npa.

Abbiamo detto che ci auguravamo che l’Npa ottenesse le firme di sindaci necessarie a candidarsi in modo che i lavoratori potessero scegliere fra le varie tendenze dell’estrema sinistra. Così è stato. Ma è difficile sapere su quali basi gli elettori abbiano scelto, data la debolezza dei nostri risultati.

Detto questo, abbiamo almeno potuto paragonare le due campagne. Anche se la campagna del Npa è stata imperniata sul divieto dei licenziamenti e l’espropriazione delle banche, l’Npa ha tenuto ad apparire più antinucleare degli antinucleari, più ecologista degli ecologisti e più unitario di tutti.

Il posizionamento di Poutou rispetto al Fronte di sinistra è stato l’opposto del nostro. Egli ha sempre lasciato capire che l’Npa avrebbe potuto fare campagna comune con il Fronte di sinistra, spiegando che l’unico ostacolo era stato Mélenchon impostosi come candidato. È difficile dire quanto ci sia di ipocrita in questa spiegazione, sicuramente rispecchia la pressione del Fronte di sinistra subita dal Npa, pressione che, tra l’altro, ha portato una parte dei suoi militanti a raggiungere in piena campagna il partito di Mélenchon.

La differenza tra loro e noi, dunque, non sta nel loro risultato elettorale, insignificante quanto il nostro, ma nella politica che difendiamo e nel fatto che sappiamo dove andiamo politicamente.

Durante questa campagna abbiamo mantenuto ferme le nostre idee. Siamo riusciti a stringere meglio i legami con il nostro ambiente e a rafforzare le nostre convinzioni. Ciò è prezioso per il futuro perché la forza di un’organizzazione rivoluzionaria non risiede nei suoi successi elettorali, bensì nella forza delle sue convinzioni e nel suo capitale politico.

(testo votato dal congresso di Lutte Ouvrière – Dicembre 2012)


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