Internazionale

La situazione in Francia

12 novembre 2012

Non è stato necessario aspettare a lungo perché tutti potessero constatare come Hollande e la nuova maggioranza socialista siano agli ordini dei padroni. C’è stata la pietosa capitolazione di fronte all’irrisoria ribellione dei cosiddetti “piccioni”, i padroni di imprese informatiche. Prima di questo, ancora più significativo è stato il cambiamento di tono rispetto al piano di licenziamenti della PSA, che il governo ha prima chiamato “inaccettabile”, per poi accettarlo come base per le trattative. E le ultime misure annunciate dopo la pubblicazione del rapporto Gallois sono senza nessuna ambiguità: ai padroni che rivendicavano “la diminuzione del costo del lavoro” in nome della competitività, il governo ha concesso venti miliardi di euro di esoneri fiscali. E il primo ministro Ayrault ha confermato che questo era solo un inizio. Nello stesso tempo, il governo annuncia tra l’altro, per compensare il calo delle entrate, l’aumento dell’aliquota IVA, mentre – solo qualche giorno prima - lo stesso Ayrault affermava che mai e poi mai l’IVA sarebbe stata usata per aumentare le entrate dello Stato.

La presidente del MEDEF (la Confindustria francese) si è dichiarata soddisfatta, spiegando che “noi (i padroni) siamo stati ascoltati”. Da parte sua, Jean François Copé, che aspira alla direzione dell’UMP (il partito di destra), ha reagito dicendo in sostanza che Ayrault-Hollande continuavano la politica iniziata dal suo partito. Sono complimenti che risparmiano qualsiasi lunga spiegazione.

Lo stesso Ayrault si vantava nel quotidiano economico Les Echos di aver fatto meglio di Sarkozy.

Questo non è l’unico campo nel quale questo governo capitola. Anche rispetto a promesse che non costerebbero nulla alla borghesia, come ad esempio il diritto di voto promesso agli immigrati extracomunitari nelle elezioni comunali, ha lasciato perdere prima ancora che ci fossero contestazioni.

Per via della demagogia e della competizione tra politicanti, la destra trae lauti profitti dalle esitazioni e dai dietrofront della sinistra al potere.

Gli eccessi verbali dell’attuale opposizione fanno parte del tradizionale rituale dell’alternanza politica. Quando la sinistra è all’opposizione, si dimostra in genere molto più misurata, limita ogni esagerazione, anche solo a parole, che potrebbe contraddire la sua preoccupazione di dimostrare all’opinione di destra e ai padroni il suo senso di responsabilità. Non sono le preoccupazioni della destra, che utilizza davvero ogni argomento possibile. La minima decisione della maggioranza è sottolineata dall’opposizione attuale come un segno di debolezza. Ma lo stesso governo, pauroso di fronte alle lamentele della destra e dei padroni, non lo sarà di fronte ad una contestazione proveniente dalla classe operaia.

A destra, il duello fra Fillon e Copé è solo una schermaglia.

Il posizionamento di Copé - nella campagna per il posto di segretario dell’UMP - su temi vicini a quelli dell’estrema destra sta nel solco della politica messa in opera da Sarkozy lungo il suo quinquennio. Le idee xenofobe agitate dalla cosiddetta destra repubblicana finiscono col legittimare e rafforzare i pregiudizi esistenti in una frazione dell’elettorato. Fillon invece ha scelto un profilo meno estremo. Ma quando era primo ministro di Sarkozy, per cinque anni non ha mai mostrato il minimo imbarazzo di fronte alle decisioni dei successivi ministri degli interni, Guéant e Hortefeux. Da Fillon a Copé, da Copé a Le Pen, le differenze sono sempre più difficili da identificare. Ed è ancora più vero quando si pensa che le loro scelte risultano solo dalla demagogia, cioè dalla scelta dei temi che potrebbero fruttare più voti.

L’estrema destra è rappresentata in Francia soprattutto dal Fronte Nazionale, ormai incarnato da Marine Le Pen. La sua successione al padre si è tradotta con prese di posizioni che riflettevano la volontà dei dirigenti del FN di integrarsi ad una maggioranza di destra, come già succede in un certo numero di altri paesi europei. Anche perché i discorsi della maggior parte degli esponenti della cosiddetta destra repubblicana si avvicinavano sempre più a quelli dei dirigenti FN.

Tale eventualità per ora non c’è stata a causa della sconfitta elettorale della destra. Ma in fondo, il discorso del FN è rimasto lo stesso, con la stessa demagogia nazionalista, la stessa virulenza anticomunista e la condanna dell’immigrazione, in particolare magrebina, col pretesto di accusare l’islamismo e, colmo dell’ironia, in nome della difesa della laicità!

L’FN rimane uguale alla sua immagine, alla raccolta di tutti i pregiudizi in giro nell’opinione pubblica e in grado di portargli voti e magari, in futuro, truppe eventualmente pronte ad agire su un terreno diverso da quello elettorale, contro quelli che la sua demagogia del momento indicherà come responsabili, Rom, magrebini, ebrei o altri. E in ogni modo, contro il movimento operaio organizzato. La sua preoccupazione di presentarsi come il migliore rappresentante degli operai e delle classi popolari, francesi ovviamente, non è né nuova né originale, ma nella tradizione dell’estrema destra, passata ed attuale.

Il relativo progresso di Marine Le Pen nella presidenziale del 2012 si iscrive in una tendenza duratura. Nel 2002, suo padre aveva potuto mantenersi al secondo turno con più di 4.800.000 voti, cioè il 16,8 % dei voti espressi - più di 5.400.000 aggiungendo anche i voti raccolti dal dissidente Mégret. Marine Le Pen ha raccolto 6.421.000 voti nel 2012, ossia il 18 % dei voti espressi. Questi risultati dimostrano l’esistenza di una corrente d’estrema destra che, un anno dopo l’altro, si radica nell’elettorato e va oltre i soliti limiti dell’estrema destra, facendo presa sull’elettorato popolare. È un avvertimento, tanto più che si osserva la stessa evoluzione a vari gradi in più paesi europei, e anche perché bisogna aggiungere ovunque un’altra evoluzione parallela: l’indebolimento della presenza militante e politica della sinistra nelle fabbriche e nei quartieri popolari. Questo si spiega con varie ragioni, ma in particolare con la delusione e la demoralizzazione, provocate dalla politica dei partiti che si proclamavano in difesa degli interessi della classe operaia, il PCF ed il PS. Infatti, ogni volta che sono arrivati al governo, essi si sono comportati da leali e perfino entusiasti gestori degli interessi dei capitalisti, provocando la delusione e il distacco soprattutto dei militanti ed elettori del PCF. Anche questo pesa sul morale dei lavoratori e dei ceti popolari.
A sinistra, il Fronte di sinistra ha vinto in parte la sua scommessa, anche se il suo risultato non corrisponde alle fanfaronate del suo candidato alla presidenziale, Jean-Luc Mélenchon, che si dava l’obiettivo di sorpassare la candidata del FN. Ma, col sorpasso della soglia simbolica del 10 %, ha permesso al PCF di uscire elettoralmente dalla zona di risultati marginali in cui si manteneva da anni (il 3,32 % nel 2002 con Robert Hue, l’1,93 % nel 2007 con Marie-George Buffet). In questo risultato è ovviamente impossibile distinguere quanto dipenda da Mélenchon e quanto dal PCF.

Tuttavia, il Fronte di sinistra non è riuscito, anche a causa della legge elettorale, ad ottenere un numero di deputati sufficienti per costringere il PS a fare i conti con questo raggruppamento nella costituzione della maggioranza parlamentare; ci fosse riuscito, avrebbe ottenuto condizioni migliori per mercanteggiare il suo sostegno, e magari anche la sua partecipazione al governo.

Ma in seno al Fronte di sinistra, le due principali componenti non hanno le stesse ambizioni. Quella del Partito di sinistra di Jean-Luc Mélenchon, è di apparire come un ricambio quando Ayrault e il suo governo si saranno screditati e avranno dovuto affrontare la contestazione della classe operaia. Mélenchon si candida apertamente alla successione di Ayrault.

Le pretese dei dirigenti del PCF sono altre. Infatti, malgrado il declino elettorale, il PCF è lontano dall’essere scomparso dalla scena politica, al contrario di ciò che annunciano periodicamente i commentatori. Conserva ancora, in modo più diffuso, meno strutturato ma reale, un’influenza nelle classi popolari, compreso nelle fabbriche. Questo si traduce in particolare nel buon successo a livello locale, nei comuni, nei consigli generali e regionali. I dirigenti del PCF hanno come obiettivo principale quello di mantenere queste posizioni locali. Ciò implica la tattica di mantenere con i loro alter ego del PS relazioni non troppo difficili, giacché nelle elezioni a due turni come le comunali le alleanze di secondo turno sono decisive sia per il PCF che per il PS. Questa preoccupazione di non compromettere le condizioni delle alleanze a quel livello non esclude né la competizione tra di loro, né le rotture che la direzione del PS può tollerare.

Con due ministri nel governo Ayrault, un gruppo parlamentare e diciotto deputati all’Assemblea, gli ecologisti raggruppati in Europa-Ecologia-I Verdi (EELV) sono stati quelli che nel mondo dei politici se la sono cavata meglio. Hanno avuto la fortuna, o il fiuto, di discutere un accordo molto prima della presidenziale, in base ad un rapporto delle forze elettorali molto sopravvalutato rispetto al risultato finale dell’elezione presidenziale. Per di più, il PS, avendo ottenuto da solo la maggioranza assoluta dei deputati, rimane libero di scegliere le sue alleanze, senza dover discutere con nessuno per costituire una maggioranza, né dalle parti di EELV, né dalle parti del Fronte di sinistra, che dopo il suo risultato ha rifiutato finora (e fino a quando?) di partecipare alla coalizione governativa. Se il programma e le idee portati dagli ecologisti non ci hanno guadagnato molto, una nuova generazione di dirigenti ecologisti dopo quella di Dominique Voynet ha potuto realizzare le sue ambizioni, che non hanno niente a che vedere con la protezione dell’ambiente o del pianeta.

La loro evoluzione ha sorpreso solo quelli che credevano ancora ai loro discorsi sulla loro volontà di “fare politica diversamente”.

Dopo la vittoria di Hollande, seguita rapidamente dall’annuncio di un’ondata di piani di licenziamenti, è stato necessario aspettare fino al 9 ottobre 2012 perché venisse organizzata una giornata di protesta, e solo dalla CGT, con l’obiettivo di “difendere l’occupazione e l’industria”, un modo per affermare che l’occupazione deve essere necessariamente collegata alla prosperità economica. Malgrado questa ambiguità, abbiamo partecipato a questa manifestazione perché si metteva sul terreno della classe operaia (a differenza di quella del 30 settembre contro il trattato europeo, alla quale non abbiamo partecipato perché si spingeva in un campo che non è il nostro: quello della protezione “dell’indipendenza della Francia” rispetto all’Unione europea).

Abbiamo partecipato alla manifestazione del 9 ottobre con le nostre parole d’ordine, come “il divieto dei licenziamenti senza perdita di salario” e “la spartizione del lavoro tra tutti”. Abbiamo potuto verificare in questa occasione che erano parole d’ordine rilanciate anche oltre gli ambienti in cui siamo presenti. E se la partecipazione a questa manifestazione è rimasta scarsa (90.000 persone su scala nazionale), non è stata comunque trascurabile. Nell’immediato futuro, dovremo cogliere ogni opportunità di questo tipo, se si presenterà, per agire sulle nostre basi politiche.

Detto questo, i dirigenti delle confederazioni sindacali operaie si dimostrano ben poco preoccupati ed attivi per organizzare la risposta alle misure antioperaie varate dal governo socialista, che si aggiungono a quelle decise dalla destra. Tutti si sono recati alla “grande conferenza sociale” convocata da Ayrault, che aveva scelto di mettere al centro del dibattito la questione della competitività delle imprese francesi e del costo del lavoro, argomenti che da tempo sono per i padroni e i loro portavoce i temi di una campagna che ormai stanno vincendo. I dirigenti sindacali che partecipavano alla conferenza hanno tutti ripreso, compreso Thibault della CGT, la tesi padronale per cui la competitività delle imprese è un problema reale.

La CFDT e la CGT sono certamente di fronte a problemi di successione. François Chérèque deve cedere il posto di dirigente della CFDT e Bernard Thibault sarà sostituito da Thierry Lepaon. Questa successione non è avvenuta senza difficoltà, giacché la candidata che era stata scelta da Thibault è stata bocciata dal Comitato confederale nazionale (CCN), che deve dare il suo assenso. Tuttavia, il cambiamento ai vertici delle due centrali non cambierà nulla del loro orientamento. La CFDT si manterrà nella sua politica riformista e la CGT continuerà la sua evoluzione, cominciata ormai da decenni, che si traduce a livello della direzione con una convergenza sempre più chiara con la CFDT e le altre confederazioni che si affermano chiaramente riformiste.

Le differenze tra CGT e CFDT si assottigliano sempre di più, ed esclusivamente a causa delle scelte operate dai dirigenti della CGT. Le confederazioni sindacali sono per natura riformiste e gli apparati sindacali, per riprendere l’espressione di Trotsky, sono da tanto tempo integrati allo Stato. A seconda dei momenti e delle situazioni, possono dimostrarsi più o meno remissivi, cooperando con questo o quel governo e con i padroni, o più critici. Ma non hanno mai l’obiettivo di contestare il sistema economico capitalista. Tali limiti diventano palesi con la crisi. Così, per far solo un esempio recente, possiamo citare la reazione di Jean-Claude Mailly, segretario generale della confederazione FO, che si è dichiarato “complessivamente soddisfatto” per le decisioni prese dal governo dopo la relazione Gallois. Si può ugualmente citare la reazione di François Chérèque, che si è rallegrato che il governo abbia ripreso la maggior parte delle proposte della CFDT. Ovviamente, non si tratta di confondere questi apparati e la loro politica con i militanti, che aderiscono con la volontà di difendersi meglio contro i colpi dei padroni e dei governi al loro servizio. Dobbiamo rivolgerci a questi militanti e non a Mailly o Chérèque.

Si è potuto verificare di nuovo quanto le direzioni sindacali fossero timorose in questo momento. Hanno scelto di lasciarsi intrappolare nelle pseudo trattative con il governo sui “contratti di generazione” o sulla “assicurazione del posto di lavoro”, che sono lungi dall’essere al cuore dei problemi che riguardano il mondo del lavoro nel suo insieme.

Bisogna capirci. Il fallimento delle confederazioni non sta tanto in ciò che fanno, quanto in ciò che non dicono. Certamente c’è un regresso della combattività e della coscienza operaia, per tutta una serie di motivi di cui non scriveremo qui. Ma questo sottolinea, appunto, cosa dovrebbero dire le direzioni sindacali se avessero la preoccupazione della difesa degli interessi dei lavoratori. In particolare, sarebbe necessario spiegare che l’unica via, l’unico mezzo per i lavoratori e i ceti popolari di difendere le loro condizioni di esistenza, è una lotta collettiva. Non lo dicono neanche di fronte alla disoccupazione sempre più generale. Certo, sarebbero lotte difficili, senza nessun garanzia di vincere. Ma d’altra parte si è certi di perdere le battaglie che si rinuncia a condurre, dal momento che gli avversari della classe operaia, da parte loro, non rimangono senza reazioni. La crisi non li spinge alla tregua, nella guerra di classe che fanno ai lavoratori.

Questa lotta bisognerebbe prepararla con la propaganda e l’agitazione. Perché se è giusto dire che non si fa partire uno sciopero solo premendo un bottone, bisogna almeno dimostrare che si ha la volontà di farne un obiettivo da raggiungere.

Questa rapida panoramica della situazione politica e sociale in Francia, all’indomani della sostituzione di Sarkozy, non basta per predire la situazione a venire. Questa, non è necessario ricordarlo, è segnata profondamente da una crisi di cui si può scommettere che si approfondirà. D’altronde, anche se ci fossero periodi di pausa, questo non significherebbe un miglioramento delle condizioni di esistenza della classe operaia e dei ceti popolari. Infatti non si sono mai visti i padroni decidere da soli di mollare le posizioni acquisite.

Nella sua volontà di non pagare la crisi e di farne pagare il prezzo ai lavoratori, la borghesia e i padroni rafforzeranno le loro esigenze, esigenze che saranno assunte e magari anticipate dai socialisti al potere. Quando molti lavoratori, prima delle elezioni, per giustificare il loro voto a favore di Hollande dicevano che in ogni modo lui non avrebbe potuto fare di peggio di Sarkozy, sbagliavano. Sì, la politica dei socialisti al governo può essere ancore più dura per il mondo del lavoro di quella della destra. Non perché sono più ostili ai lavoratori o meno sensibili alla miseria, ma perché anche loro stanno dalla parte degli sfruttatori.

Ciò che abbiamo denunciato prima e durante le campagne elettorali del 2012, e cioè il fatto che non si poteva contare sul governo socialista per migliorare la sorte della popolazione, si sta realizzando sotto i nostri occhi. E sicuramente non abbiamo ancora vissuto il peggio.

In questa situazione, si può prevedere che ci saranno lotte. Non possiamo prevederne né le scadenze, né il ritmo, né l’ampiezza. Ma la nostra responsabilità, a seconda delle nostre forze e della nostra presenza, che possiamo aspettarci più forte in questa situazione, è di fare in modo di essere preparati.

Ma anche se l’allargamento di queste lotte si svolgesse in modo spontaneo, il che è già successo nella storia, come in Francia nel 1936 o nel 1968, questo non basterebbe. Questi esempi storici ce lo ricordano. Infatti le lotte non bastano, bisogna che ci sia una direzione, cioè militanti che difendono un programma di classe, un programma comunista. Ed è in questo campo che i lavoratori, nella gara di velocità cominciata contro gli avversari della classe operaia – dichiarati o falsi amici, altrettanto pericolosi degli avversari – subiscono un ritardo importante. Non esiste in Francia un partito rivoluzionario che rivendichi senza ambiguità, con orgoglio, l’eredità del comunismo, un partito influente, radicato nella classe operaia, nelle fabbriche come nei quartieri popolari. È un serio ostacolo. Ma se si rifiutano la rassegnazione ed il fatalismo, bisogna lavorare alla sua costruzione. E poi, in un periodo di lotte e ancora di più nei periodi rivoluzionari, le coscienze si evolvono rapidamente, le forti convinzioni nascono con più facilità. A patto, ripetiamolo, che ci siano donne e uomini presenti per aiutare i lavoratori a trovare la politica giusta. È questa la via che abbiamo scelta, è questa che bisogna seguire in questo periodo di tempeste annunciate.

Ci saranno lotte sul terreno sociale, ma anche sul terreno politico, perché si può prevedere che, nello stesso tempo, la situazione politica attuale sarà sicuramente rimescolata e sconvolta. Tra le altre ipotesi, c’è quella di vedere l’estrema destra mobilitarsi su un terreno ben diverso da quello che finora ha scelto in Francia. O per esempio potremo vedere coalizioni di governo del tipo “sacra unione”.

Sarebbe sbagliato voler elaborare i compiti cui saremo di fronte sulla base di qualche pronostico. Ma sarebbe un altro errore non prepararsi a fare fronte a situazioni inedite in Francia da tanto tempo.

(testo votato dal congresso di Lutte Ouvrière – Dicembre 2012)


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