Internazionale

La crisi dell’economia capitalista

12 novembre 2012

L’attuale crisi finanziaria, cominciata nel 2008 con il fallimento della Banca Lehmann Brothers, è solo l’ultima di un succedersi di crisi finanziarie o borsistiche che si sono verificate dagli anni 80 al ritmo medio di una crisi ogni tre anni. Essa però è quella più grave. Dopo quattro anni, pur avendo cambiato forma e centro di gravità, non è stata superata. Pesa sull’economia produttiva che, dopo un rimbalzo nel 2010, insufficiente però per diminuire la disoccupazione, dall’agosto 2011 si orienta verso la recessione. Organismi ufficiali internazionali della borghesia, quali per esempio l’organizzazione mondiale del commercio (Wto), hanno allora cominciato a dare a questo nuovo periodo il nome di “grande recessione” in riferimento alla grande depressione che era seguita al crollo borsistico del 1929.

Il rallentamento dell’attività produttiva i è proseguito per tutto il 2012. Il numero dei disoccupati continua a crescere. Niente indica un’inversione di tendenza, il che significa che l’economia non ha raggiunto il punto più basso di questa grande depressione del ventunesimo secolo. In altri termini, non si è ancora visto il peggio.

Tanto più che continua a gravare sull’economia la spada di Damocle di un ennesimo e brutale peggioramento della crisi finanziaria, questa volta centrata sull’Unione europea.

Abbiamo scritto molto spesso delle ragioni e dell’ampiezza della finanziarizzazione dell’economia che, in un certo modo, è la risposta del grande capitale al rallentamento dell’espansione del mercato a partire dall’inizio degli anni 1970, da quando cioè incominciano ad alternarsi i periodi di stasi o di crescita debole ai periodi di autentico regresso.

Il peso dominante della finanza rispetto all’attività produttiva certamente non è una novità dell’economia capitalista. Già Lenin considerava il dominio del capitale finanziario sull’insieme dell’economia come una delle caratteristiche fondamentali dell’imperialismo.

Ciò che oggi si è soliti chiamare con il termine di “finanziarizzazione” è questa evoluzione, che per il grande capitale, di fronte alla saturazione del mercato solvibile, consiste sostanzialmente nel rallentare gli investimenti produttivi per dedicare una parte crescente dei profitti a collocazioni finanziarie. Ne è risultato, nel tempo, una crescita cancerosa dell’“industria finanziaria”, l’incessante invenzione e il moltiplicarsi di nuovi prodotti finanziari sempre più sofisticati e speculativi.

Una delle espressioni della svolta dell’economia capitalista da un periodo di crescita o di boom economico verso la crisi è il calo del tasso di profitto. Questa è anche l’aspetto che più preoccupa la borghesia. Da tale svolta situata all’inizio degli anni ’70, il gran capitale si è lanciato in una politica mirante a ristabilire il tasso di profitto aumentando lo sfruttamento. In altri termini, si tratta di accrescere i redditi del capitale a detrimento della massa dei salari. Il gran capitale ci è riuscito facendo la guerra alla classe operaia, bloccando i salari, intensificando il ritmo del lavoro, approfittando della paura della disoccupazione, attaccando i servizi pubblici indispensabili a tutta la popolazione (sanità, educazione, trasporti collettivi, ecc.) e tagliando la spesa sociale.

In Francia, la parte del reddito nazionale costituita dalla massa dei salari è passata dal 73,2% al 63,4% in sei anni, dal 1982 al 1988.

La classe capitalista ha ritrovato, verso l’inizio degli anni ’90, il tasso di profitto di prima della crisi. Tale tasso di profitto non è stato ottenuto grazie ad un nuovo dinamismo, ad un nuovo allargamento del mercato solvibile con conseguenti nuovi investimenti produttivi. E soprattutto, anche il ristabilimento del tasso di profitto di prima della crisi non ha portato, in seguito ad una ripresa importante degli investimenti produttivi, a nuove assunzioni e a un nuovo ciclo di produzione. Il ritrovato tasso di profitto non è stato l’inizio di un nuovo ciclo dell’economia capitalista. Gli alti profitti avrebbero ancora gonfiato la sfera finanziaria.

I meccanismi di questa finanziarizzazione dell’economia sono diventati sempre più complessi all’incirca a partire dal 1982, un anno di recessione importante. Per frenare l’alta inflazione dell’epoca, gli Stati hanno sostituito in gran parte la stampa di carta moneta con l’indebitamento, senza mai però abbandonare la prima. In altri termini, invece di colmare il disavanzo del bilancio tramite l’emissione di moneta supplementare, gli Stati hanno chiesto prestiti alle banche e più in generale al mercato finanziario internazionale. Ne è risultato un funzionamento economico sempre più dipendente dal credito e quindi dalla crescita del debito. Gli Stati vi hanno avuto il proprio tornaconto. L’emissione di titoli del debito pubblico -buoni del Tesoro, obbligazioni statali di ogni genere- ha dato loro la possibilità di colmare il disavanzo. Ciò è stato,al tempo stesso, un importante regalo alle banche, quali intermediari tra gli Stati e il gran capitale in cerca di collocazioni vantaggiose.

Riportiamo qui di seguito solo alcune cifre, quelle che riguardano il debito pubblico degli Stati Uniti, perché in grado di riassumere tale evoluzione. Si tratta solo dell’indebitamento dello Stato federale, senza mettere in conto quello degli Stati e, a maggior ragione, quello degli enti locali.

Il debito pubblico degli Stati Uniti era di 305 miliardi di dollari nel 1963, di 370 miliardi nel 1970 alla vigilia della crisi del sistema monetario internazionale e del primo urto petrolifero che ha segnato l’inizio della lunga crisi strisciante dalla quale l’economia capitalista mondiale non è mai uscita. L’indebitamento è passato a 907 miliardi nel 1980, a 3233 miliardi nel 1990, a 5674 miliardi nel 2000, per arrivare nel 2008, all’inizio dell’attuale crisi finanziaria, a 10024 miliardi di dollari! Alla fine del 2010, dopo l’intervento massiccio dello Stato per salvare il sistema bancario, il debito pubblico americano è arrivato a 15154 miliardi di dollari, l’equivalente del prodotto interno lordo degli Stati Uniti.

Il debito privato americano ha seguito la stessa evoluzione, passando da 580 miliardi di dollari nel 2000 a 1250 miliardi nel 2005.

L’evoluzione è stata simile in tutti i paesi imperialisti. In Francia, in un ventennio, il debito pubblico è passato dal 22% all’84% del prodotto interno lordo.

Da tre decenni quindi, e in modo sempre più forte, gli Stati sono costretti, per far fronte alle scadenze di finanziamento, a trovare fondi sul mercato dei capitali, emettendo ogni tipo di obbligazioni, di credenziali o di buoni del Tesoro, con il vincolo di dover rimborsare il loro debito alla data prevista e di pagare ogni anno interessi ai loro creditori.

Così il debito alimenta il debito. I creditori (banche, fondi di investimento, società d’assicurazione) incassano un crescente flusso di denaro. Gli interessi pagati al sistema finanziario rappresentano una parte crescente del bilancio di tutti gli Stati.

L’indebitamento delle imprese segue lo stesso meccanismo. Con questa differenza però: nelle relazioni tra imprese e sistema finanziario questo meccanismo assicura la ripartizione del plusvalore tra capitale industriale e capitale finanziario, all’interno del gran capitale. Bisogna ricordare infatti che i fondi di investimento e le banche non prestano, o non prestano esclusivamente, i loro propri fondi, ma anche i capitali disponibili delle imprese industriali o commerciali.

Trattandosi però del debito pubblico, è lo Stato stesso che, servendosi del suo potere illimitato, mette mano alle tasche dei cittadini, e più particolarmente a quelle delle classi popolari, per alimentare il capitale finanziario. Il racket organizzato dallo Stato costituisce un complemento sempre più indispensabile alla massa del plusvalore tratta dallo sfruttamento.

Per giustificare questo racket e, al di là di ciò per provare a dare una legittimazione alle politiche di austerità, tutti i governi invocano l’ammontare del debito pubblico e, ovviamente, il dovere per ogni cittadino di pagare il suo contributo per non lasciare l’obbligo di rimborsare il debito "ai nostri figli e ai figli dei nostri figli"!

I pappagalli che alla testa degli Stati ripetono questo discorso sono più discreti sui debiti privati. Non li mettono in permanenza alla gogna come se fossero una minaccia per l’economia mondiale. L’ammontare dei debiti privati, tuttavia, essenzialmente i debiti delle imprese, delle banche, della classe ricca, è tre volte più importante di quello dei debiti pubblici.

Secondo il comitato per l’annullamento del debito del terzo mondo (Cadtm) che cita l’ultimo rapporto del McKinsey Global Institute, "la somma dei debiti privati su scala mondiale raggiunge i 117 mila miliardi di dollari, ossia quasi il triplo dell’insieme dei debiti pubblici il cui volume arriva a 41 mila miliardi”.

I debiti privati, che potrebbero portare ad una catena di fallimenti, costituiscono una minaccia per l’economia mondiale almeno quanto il debito pubblico di questo o di quello Stato. Basti ricordare le conseguenze del fallimento della Banca Lehmann Brothers!

Nel nostro testo per il congresso del 2008, dedicato alla crisi dell’economia capitalista poche settimane dopo il fallimento della Banca Lehmann Brothers, abbiamo riportato, obiettandole, le varie spiegazioni date sulle cause della grave crisi bancaria che stava cominciando:

“Dall’aggravamento repentino della crisi finanziaria, registrato il 15 settembre 2008 dal fallimento della banca Lehman Brothers, uno dei pilastri di Wall Street, molti economisti, capaci soprattutto di prevedere il passato, accusano alla rinfusa, come cause fondamentali della crisi, la de-regolazione, la deregolamentazione, il liberismo, la globalizzazione, l’assenza di controllo sul sistema finanziario.

Tutto ciò ha avuto la sua parte e spiega questo o quell’aspetto delle concatenazioni che hanno portato alla crisi finanziaria attuale e alla forma che essa ha assunto, ma non la sua ragione fondamentale: l’economia capitalista non può funzionare senza crisi. "Finché il capitalismo non sarà stato rovesciato da una rivoluzione proletaria, vivrà gli stessi periodi di rialzo e di ribasso e conoscerà gli stessi cicli". [L’alternanza tra] "le crisi e i miglioramenti [è propria] del capitalismo dal giorno della sua nascita e lo accompagnerà fino alla tomba", scriveva Trotsky commentando la crisi del 1920-1921. E aggiungeva che "durante i periodi di sviluppo rapido del capitalismo le crisi sono brevi e hanno un carattere superficiale", mentre "durante i periodi di decadenza le crisi durano a lungo e i rialzi sono momentanei, superficiali e basati sulla speculazione".

L’avvento dell’imperialismo più di un secolo fa, con i suoi trusts che stringono il mondo intero con i loro tentacoli, la sempre più grande complessità dell’attività economica nel corso del tempo, hanno reso più aleatoria la periodicità dei cicli economici, hanno moltiplicato le modalità dello scoppio delle crisi e hanno aggravato i loro danni, ma non le hanno rese meno ineluttabili. Le crisi costituiscono fasi essenziali della riproduzione capitalista. È precisamente tramite le crisi che l’economia di mercato, mossa dalla concorrenza cieca, ristabilisce gli equilibri tra la produzione e il consumo solvibile, tra i vari settori dell’economia, in particolare quello dei mezzi di produzione e quello dei beni di consumo, tra le varie imprese che attuano le fasi successive del processo di produzione. Sono le crisi che esprimono i ribassi del saggio di profitto risultanti dalla saturazione del mercato. Sono loro che, distruggendo una parte del capitale produttivo, eliminando le imprese non redditizie, creano le condizioni dell’avvio di un nuovo ciclo in cui il saggio di profitto ricomincia ad aumentare e gli investimenti riprendono così come le assunzioni”.

Uno degli effetti della finanziarizzazione è però quello di modificare e diminuire questo ruolo regolatore delle crisi.

Ogni volta che la produzione ha minacciato di sprofondare verso la recessione, per curare l’economia si sono aperti i rubinetti del credito, e si sono aumentati la quantità di moneta, di titoli di debito, di crediti in circolazione. Da un salvataggio all’altro, l’economia è arrivata a questa ipertrofia della finanza da cui non riesce ad uscire.

Abbiamo sempre sottolineato che, dal punto di vista capitalista, il capitale è sempre il capitale, che sia sotto la veste finanziaria o quella industriale. I grandi gruppi capitalisti praticano naturalmente sia le operazioni finanziarie che le attività produttive. Un esempio attuale viene dato dal gruppo PSA Peugeot - Citroën, le cui attività produttive e finanziarie sono strettamente collegate. Non solo perché la vendita delle auto prodotte dal gruppo è condizionata dai crediti concessi ai clienti dalla banca Peugeot, ma anche perché lo sciame delle società finanziarie che circonda il gruppo PSA, così come la società holding che gestisce la fortuna privata della famiglia Peugeot, non si limitano alla gestione dei crediti dati ai clienti ma gestiscono anche i miliardi di liquidità a loro disposizione e acquisiscono partecipazioni finanziarie in un gran numero di imprese. A seconda del periodo, questa attività finanziaria può fruttare alla PSA più denaro che non la produzione di auto. Bisogna dire, tra l’altro, che molti artifici contabili consentono al trust PSA di trasferire, a seconda della convenienza, l’origine dei suoi profitti dall’attività produttiva all’attività finanziaria, o addirittura alla speculazione, e viceversa.

Ma se, nel funzionamento continuo del capitalismo, non è possibile la distinzione, e addirittura non ha senso, sulla scala dell’insieme dell’economia il significato della finanziarizzazione sta nel fatto che la finanza, la quale non produce plusvalore, preleva una parte crescente del “tesoretto comune” del plusvalore complessivo tratto dallo sfruttamento. La finanziarizzazione esprime e produce il parassitismo crescente della finanza.

All’origine della crisi finanziaria attuale c’è la bolla immobiliare dei subprimes formatasi durante gli anni 2000 per poi esplodere nel 2007 e trasformarsi nel 2008, con il fallimento della Banca Lehmann Brothers, in una minaccia di crac bancario.

Ricordiamo il meccanismo con cui il sistema bancario è stato minacciato da un crac nel 2008. Infatti, se all’epoca il crac è stato evitato per poco, lo stesso meccanismo sta mettendo radici attualmente, in un altro modo, tra le banche suscettibili di possedere troppi debiti emessi dagli Stati in difficoltà nel poter rimborsare. All’epoca ogni banca sapeva che tutte le altre possedevano nelle loro riserve una grande quantità di titoli tossici legati all’immobiliare americano e diventati senza valore. La diffidenza tra le banche minacciava di fermare i mercati interbancari, in altri termini quelle miriadi di operazioni quotidiane tra le banche che costituiscono il sistema sanguigno dell’economia capitalista.

Gli Stati imperialisti, per impedire la trombosi, si erano immediatamente fatti garanti delle grandi banche riacquistando il titoli sospetti. L’intervento rapido degli Stati e la messa a disposizione del sistema bancario di centinaia di miliardi di dollari e di euro riuscirono ad evitare il crac bancario mondiale.

Tale scelta implicava il gonfiarsi della massa monetaria, cioè una politica inflazionistica. Era quindi un cambiamento rispetto alla svolta degli anni ’80, quando gli Stati avevano rallentato il ricorso alla stampa delle banconote a vantaggio del ricorso ai prestiti sui mercati finanziari internazionali. Dall’allerta del 2008, tutti gli Stati in condizione di farlo praticano le due cose. Ma non allo stesso modo e non con le stesse conseguenze.

Ne è risultato un nuovo peggioramento dell’indebitamento dello Stato, così come una diffidenza crescente nei confronti della capacità degli Stati di rimborsare i loro debiti. La crisi del debito pubblico ha preso il posto della crisi bancaria, o più precisamente ci si è aggiunta. Gli sviluppi ulteriori hanno dimostrato che era l’inizio di un circolo vizioso, con il trasformarsi della diffidenza nei confronti degli Stati a sua volta in una diffidenza nei confronti delle loro banche.

Un’altra conseguenza dell’urgenza di salvare il sistema bancario è stata quella di spostare il centro di gravità della crisi finanziaria dagli Stati Uniti verso l’Europa o, più precisamente, verso l’eurozona. Dalla sua creazione, l’eurozona è tormentata da una contraddizione: in effetti, c’è una moneta unica, ma invece di essere appoggiata ad uno Stato unico, lo è a 17 Stati dagli interessi differenti e qualche volta contraddittori. Tale originalità ha rivelato la sua forza esplosiva solo dopo l’inizio dell’attuale crisi finanziaria. Ma le sue radici risalgono molto più lontano.

L’esistenza della moneta unica non ha posto fine alla disparità tra le economie ricche dell’Unione europea, in generale tra i suoi paesi imperialisti e i quelli più poveri.

La creazione dell’eurozona ha portato prima a spostamenti di capitali dalle banche dei paesi ricchi verso i paesi più poveri. Si parlava molto, allora, del vantaggio di appartenere all’eurozona per paesi come la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda e, in una certa misura, anche la Grecia, paesi che hanno visto investire i capitali presso di loro.

Gli spostamenti di capitali erano legati in una certa misura agli aiuti europei concessi per favorire la costruzione di infrastrutture in questi paesi. Ma i capitali che andavano dalla parte ricca dell’Europa verso quella più povera si spostavano non solo per gli investimenti più o meno utili finanziati dai fondi europei. C’era anche con un obbiettivo speculativo consistente nell’approfittare delle differenze di livelli di sviluppo tra i paesi e delle differenze di prezzi che ne derivavano. La stessa crisi finanziaria del 2008, traducendosi in un primo tempo con il versamento di enormi quantità di denaro nel sistema bancario, ha amplificato il fenomeno. I banchieri, nel cercare di investire questa liquidità supplementare, prestavano a tutti, compresi Grecia, Portogallo e Spagna.

Nel caso della Spagna, ad esempio, questi capitali sono andati in particolare all’immobiliare. Gli economisti, all’epoca, hanno parlato a vanvera dell’alto tasso di crescita della Spagna sorvolando sul fatto che esso era realizzato, per l’essenziale, nell’immobiliare. Quando la bolla immobiliare formata dalla speculazione è scoppiata, è finita la progressione spettacolare dell’economia spagnola. È finito anche l’equilibrio del bilancio dello Stato spagnolo, che però all’epoca era stato citato come esempio. Lo scoppio della bolla immobiliare ha portato al crollo delle banche che, ovviamente, lo Stato spagnolo si è sforzato di rifinanziare con i propri soldi, al punto da indebitarsi a sua volta.

L’Irlanda attirava i capitali da investire per altre ragioni, in particolare per la sua politica fiscale molto favorevole. Il Portogallo li attirava perché l’ampiezza dei lavori d’infrastruttura finanziati dai fondi dell’Unione europea prometteva profitti sostanziosi. La Grecia li attirava forse solo perché voleva prestiti per ripianare il disavanzo del suo bilancio.

Fino al 2010 le banche non si preoccupavano della solvibilità degli Stati che chiedevano prestiti. Erano loro che spingevano al consumo. Ancora nel 2010, la Grecia e le imprese di questo paese potevano chiedere prestiti allo stesso tasso della Germania. A tal punto che, alla fine del 2010, l’esposizione totale delle banche europee in Grecia ammontava a 162 miliardi (debito pubblico e debiti privati). Le banche tedesche, e ancor di più le banche francesi, credevano di avere trovato il filone d’oro. Fino a quando, patatrac, la diffidenza nei confronti della Grecia si è insediata e ha innescato la spirale delle speculazioni al ribasso, determinando sui beni della Grecia e sulle sue imprese un brutale ribasso.

È stato il trasformarsi della crisi finanziaria in una crisi del debito sovrano a dare a quest’ultima la forma specifica di crisi dell’euro. La diffidenza nella capacità degli Stati di rimborsare i loro debiti non ha preso infatti la stessa forma per Stati come gli Stati uniti, la Gran Bretagna e molti altri che dispongono della loro moneta e della possibilità di manovrarla come vogliono. Non è così per gli Stati europei, i quali non possono chiedere prestiti nello stesso modo o comunque non li possono prendere facilmente.

Gli Stati Uniti hanno sempre la possibilità di pagare un debito ricorrendo alla stampa delle banconote. I trattati che fondano l’Unione europea, invece, fanno divieto alla Banca centrale europea di finanziare il disavanzo pubblico di uno Stato in difficoltà. D’altro canto, pur facendo parte della stessa eurozona, ognuno dei 17 Stati che la compongono è responsabile del proprio debito, così come del debito delle banche che operano sul suo proprio territorio.

La speculazione ha fatto tesoro di questa debolezza, facendo variare il tasso d’interesse dei prestiti in funzione dei livelli di diffidenza verso la capacità degli Stati di rimborsare i loro debiti. Uno Stato come la Germania, che ha risorse solide, non è nella stessa situazione di un paese come la Grecia, e i 17 Stati dell’eurozona rappresentano altrettante situazioni intermedie.

Ora, il tasso d’interesse decide a quale prezzo uno Stato può approvvigionarsi sul mercato dei capitali, cioè presso la decina di grandi banche e fondi d’investimento che dominano questo mercato.

La diffidenza fa aumentare il tasso d’ interesse e l’aumento del tasso d’ interesse alimenta la diffidenza, e così via.

I mercati finanziari hanno trovato nelle differenze tra i tassi d’interesse un terreno di speculazione illimitato.

I tassi di cambio tra le monete sono sempre stati uno dei principali campi di speculazione. La convinzione che una certa moneta perdeva più valore di quella vicina spingeva ovviamente i possessori di capitali a sbarazzarsi della moneta che stava male a vantaggio di un’altra che stava meglio. Questo tipo di speculazione costituisce sempre il pane quotidiano del mercato finanziario mondiale. Ogni multinazionale è naturalmente attenta ad ottimizzare il suo portafoglio costituito da valute, credenziali e obbligazioni in monete varie. In altri termini, si fa in modo che ci sia solo un minimo di monete deboli e un massimo di monete solide.

Ma nell’ambito dell’euro si tratta d’una forma particolare. C’è, ovviamente, materia per speculare tra l’euro da un lato e il dollaro, la sterlina, il franco svizzero o lo yen giapponese dall’altro. La novità dell’eurozona sta nel fatto che l’euro è unico, ma è la moneta di 17 Stati diversi con un credito diverso agli occhi degli investitori di capitali.

Invece di scommettere su una moneta contro le altre, gli speculatori scommettono sui rispettivi crediti degli Stati.

C’è, tuttavia, una forte interdipendenza tra gli Stati e le banche che operano sul loro territorio. Nel 2008 furono gli Stati a venire in aiuto alle banche ricapitalizzandole. Ma ognuno degli Stati venne in aiuto alle sue. Se la cosiddetta crisi della Grecia ha tanto preoccupato i principali dirigenti delle potenze imperialiste d’Europa, certamente non è stato per commiserazione nei confronti dello Stato greco, ma perché le principali banche presenti sul suo territorio erano banche francesi o tedesche, o collegate a queste ultime.

Come agire, nel caso degli Stati troppo deboli, al fine di riuscire a salvare il loro settore bancario? Il succedersi di vertici europei rappresenta altrettante tappe di una fuga in avanti per trovare una soluzione a questo problema.

L’aggravarsi della crisi del debito sovrano è tornato come un boomerang peggiorando ancora la situazione delle banche.

Le banche, in particolare le grandi banche francesi, tedesche e in generale europee, che avevano speculato sul debito pubblico della Grecia, avevano nelle loro riserve sempre più obbligazioni dello Stato greco. Questa situazione suscitava la diffidenza delle altre banche meno impegnate, in particolare delle banche non europee. Così si è riprodotta in altra forma la situazione di diffidenza tra le banche che nel 2008 stava per portare al crac.

La perdita di fiducia verso le banche dell’eurozona si traduce con il fatto che, da un lato, coloro che hanno depositato capitali in queste banche tendono a spostarli altrove, verso banche più sicure, dall’altro, le banche dell’eurozona hanno sempre più difficoltà a finanziarsi presso banche in situazione più sana.

Come fermare questo movimento? Dall’inizio c’era una via d’uscita con la mutualizzazione del debito. In altri termini, si trattava di accordarsi affinché l’insieme degli Stati dell’eurozona si impegnassero a rimborsare il debito dello Stato fallito. Ma come si poteva far accettare agli Stati, ognuno abbarbicato al proprio interesse nazionale, cioè a quello della propria borghesia, di pagare per un altro?

Non c’è da stupirsi che fosse lo Stato più ricco, quello tedesco, a rischiare di pagare di più per i debiti degli Stati in difficoltà, e ad essere il più restio all’idea della mutualizzazione. Le discussioni su questo argomento, che hanno occupato l’essenziale dei vertici europei, non erano solo di principio ma innanzitutto discussioni da sordidi affaristi. Chi paga, quanto e come? Come ripartire le aliquote di partecipazione al fondo di solidarietà istituito? Quale contropartita si può esigere?

In realtà la fuga in avanti dei dirigenti europei è consistita nel seguire le orme dei dirigenti americani e nel calpestare sempre più le regole di funzionamento dell’eurozona.

Gli Stati Uniti sono arrivati al loro terzo piano cosiddetto di “programma di ammorbidimento quantitativo”, che consiste nell’emettere dollari supplementari per permettere allo Stato di far fronte alle scadenze.

I dirigenti europei, a forza di vertici ripetuti, alla fine hanno trovato il modo di calpestare con discrezione le regole dell’eurozona. Essi hanno autorizzato la Bce a riacquistare dalle banche private i titoli di debito degli Stati in difficoltà. Questo è come prendere due piccioni con una sola fava: permettere alle banche di sbarazzarsi dei titoli meno affidabili e allentare la pressione sugli Stati in difficoltà. Ma tutto questo è comunque un modo di peggiorare l’inflazione.

Gli stessi dirigenti europei hanno imposto agli Stati che beneficiavano di quei prestiti di impegnarsi in una drastica politica d’austerità.

Il 6 settembre 2012, con l’annuncio che la Banca centrale europea era pronta a riacquistare senza limiti i debiti sovrani dei paesi dell’eurozona con difficoltà di finanziamento, è stata varcata un’ultima tappa. Tutte le banche e tutti i fondi d’investimento che hanno speculato sul debito greco o spagnolo ormai sono sicuri di recuperare i loro investimenti. I mercati finanziari hanno immediatamente applaudito alla decisione, anche se un giornale come Le Figaro l’ha considerata come uno degli “avvenimenti più disastrosi della storia monetaria europea”, non fosse altro che perché rilancia fortemente l’inflazione. Ma la Bce fa solo con ritardo ciò che già attua la Fed (Riserva federale americana).

Questa decisione ha tirato fuori dai guai le banche che hanno speculato in Grecia o Spagna. Essa ha anche rallentato la speculazione sulle differenze di tassi d’interesse tra i paesi dell’eurozona. Non per questo è sicuro che possa salvare l’euro. Non è neanche sicuro che ciò possa porre fine alla diffidenza tra le banche europee. Pur sottolineando gli sforzi fatti dalla Bce per “arginare la crisi”, la rivista Alternatives économiques fa notare che tramite operazioni di finanziamento a lungo termine “essa ha prestato quasi mille miliardi di euro alle banche solo tra dicembre 2011 e marzo 2012 (cioè anche prima della decisione di aprire gli sportelli); il credito bancario si contrae di nuovo nell’eurozona, il che è particolarmente dannoso per le attività in quanto le banche in Europa tradizionalmente assicurano la maggior parte del finanziamento dell’economia”.

Ancora una volta la supposta soluzione di una delle fasi della crisi aumenta la finanziarizzazione e, in questo modo, predispone gli elementi della fase successiva.

Dietro i sobbalzi della finanza la crisi dell’economia produttiva prosegue e peggiora. I prodotti interni lordi (Pil) sono in diminuzione sull’insieme dell’anno, anche se questo regresso globale si produce con variazioni locali momentanee, il che consente ai più ciechi ottimisti di avanzare dati momentaneamente più favorevoli, della serie “il mese scorso la produzione industriale ha registrato una leggera crescita in Gran Bretagna”, o “il numero dei disoccupati è diminuito negli Stati Uniti”, oppure “il commercio estero della Germania mostra segni di ripresa”.

Ma la varietà delle situazioni non nasconde la realtà del movimento in profondità. Il Pil dell’eurozona, ad esempio, all’inizio del 2012 non aveva ritrovato il livello del 2008.

Ancor più significativo è l’andamento della produzione industriale. Secondo la rivista Problèmes économiques “la produzione industriale nel 2012 è inferiore a quella del 2008, anche in Germania”. La stessa pubblicazione aggiunge che “la domanda interna diminuisce, in particolare l’investimento” e che “la produzione industriale in Francia è tornata al livello di 15 anni fa” (calo dell’8% tra il 2000 e il 2011).

Certamente gli indici della produzione industriale sono quasi altrettanto astratti delle cifre del prodotto interno lordo, che lo sono molto. Questi indici, tuttavia, indicano senza ambiguità un’evoluzione che si rispecchia ancora di più nelle cifre dei licenziamenti collettivi, delle chiusure di fabbriche e della crescita della disoccupazione.

La caduta dei prezzi delle materie prime utilizzate dall’industria (minerali di ferro, di rame, alluminio; nickel, ecc.) è un altro segno dell’aggravarsi della crisi. Queste materie prime, nondimeno, ancora poco tempo fa, erano oggetto di speculazioni e i loro prezzi aumentavano meno per la domanda reale dell’industria che non per le previsioni degli speculatori che questa domanda sarebbe ancora aumentata.

Un recente dossier del giornale Les Echos intitolato “materie prime: la fine dell’età d’oro” afferma che “dopo 10 anni di ascesa quasi ininterrotta dei prezzi, in cui quelli dell’oro e del rame sono stati moltiplicati per sette, qualcuno nei mercati comincia a dubitare. Dall’inizio dell’anno l’evoluzione delle materie prime risulta caotica, e questo è ancora più vero dall’inizio del secondo trimestre che ha visto i prezzi decelerare”. E nel citare l’indice di riferimento che raggruppa 24 materie prime rileva una perdita di quasi il 2% in un mese.

Questo è almeno il segno che il capitale non crede ad una ripresa rapida dell’industria, neanche nei paesi come la Cina di cui si affermava che le sue necessità avrebbero trascinato verso l’alto la domanda mondiale di materie prime.

Un altro segno forse dell’aggravamento della crisi è la constatazione del “rapporto Gallois”, pubblicato in Francia, che i margini di utili dell’industria sarebbero in calo. La nozione di “margine” rispecchia solo in modo molto indiretto quella del tasso di profitto. Ma è possibile che la diminuzione del margine di utile rispecchi il fatto che dopo essere stato ristabilito negli anni Novanta, il tasso di profitto comincia di nuovo a diminuire. Sarebbe allora l’indizio di un nuovo peggioramento della crisi.

Il rapporto Gallois e le misure decise con urgenza dal governo dopo la sua pubblicazione indicano comunque chiaramente che per la classe capitalistica e i suoi servitori del governo il compenso alla diminuzione dei margini va trovato con prelievi sulle classi sfruttate. Lì c’è il riassunto, in pochi giorni, di tutta la politica della borghesia dall’inizio della crisi.

C’è in ogni caso da sottolineare che anche se esiste una tendenza al ribasso del margine di utile delle imprese, ciò non riguarda i dividendi, e comunque non quelli distribuiti dalle grandi imprese. Lo stesso rapporto Gallois riconosce che “i versamenti dei dividendi da parte delle società del Cac 40 sono rimasti complessivamente stabili nonostante la forte volatilità degli utili”. Gli effetti dell’aggravamento della crisi approfondiscono sempre più lo scarto tra la parte dei redditi del capitale e quella dei salari.

Il bilancio dell’anno è quindi un nuovo dilatarsi della sfera finanziaria e al tempo stesso l’annuncio di un peggioramento dell’inflazione.

Il bilancio per le classi sfruttate è già disastroso.

Contemporaneamente al proseguimento della crisi dell’economia produttiva, che si traduce con l’aumento della disoccupazione e il moltiplicarsi delle chiusure di fabbriche, la crisi finanziaria si traduce con una politica d’austerità drammatica in paesi come Grecia e Spagna e, in generale, nei paesi più poveri d’Europa. Una crisi che peggiora anche nella parte imperialista dell’Europa e negli Stati Uniti. Contemporaneamente alla crescita della disoccupazione, cresce il numero dei lavoratori che, pur avendo un posto di lavoro più o meno stabile, vivono sotto la soglia della povertà, anche in paesi come Germania o Svezia.

Alcuni fra i portavoce della borghesia, economisti o politici, sottolineano fino a che punto le politiche di austerità, col ridurre i consumi, peggiorano la crisi e azzerano la possibilità della ripresa di un nuovo ciclo economico. I crescenti prelievi della finanza, infatti, soffocano l’economia capitalista e bloccano la ripresa economica. Eppure nessuno può farci niente tanto sono potenti gli interessi in causa.

Gli economisti dell’universo riformista, cioè quelli che criticano l’evoluzione dell’economia capitalista negli ultimi trent’anni, danno la responsabilità di questa evoluzione al controllo sull’economia da parte della tendenza neo liberale, quella dei “fondamentalisti del mercato”, e sognano un ritorno a politiche che diano più spazio allo statalismo e alla “solidarietà sociale”. Come se le grandi tendenze dell’evoluzione economica dipendessero da idee, da dibattiti tra clan opposti di economisti della borghesia, e non dagli interessi della classe dominante. Gli economisti, nella migliore delle ipotesi, non danno che una formulazione retorica alle esigenze della classe privilegiata. Niente è più utopico che sognare un capitalismo ideale e invocare gli anni ’50 o ’60, quando lo Stato regolamentava più o meno l’attività delle banche e, mediante la sua politica sociale, manteneva i consumi ad un certo livello.

Questo passato non è mai stato ideale per le classi sfruttate. E soprattutto nessuno di questi riformisti ha inventato il modo di tornare indietro.

La finanziarizzazione, con tutte le sue conseguenze disastrose non solo per le classi popolari ma anche per l’economia capitalista stessa, non è venuta dall’esterno e ancor meno da qualche decisione politica.

Le decisioni politiche, la deregolamentazione, le mani libere lasciate alla finanza non hanno fatto altro che accompagnare e facilitare gli interessi del grande capitale in un contesto di crisi. Peggiorare lo sfruttamento della classe operaia per compensare l’insufficienza dell’allargamento del mercato, così come accrescere il ruolo del credito e dell’indebitamento, sono tendenze fondamentali dell’economia, spinte da potenti interessi di classe, anche se questi interessi contengono qualche contraddizione.

Niente in tali tendenze annuncia un cambio di direzione. Il semplice fatto che le tendenze attuali si prolungano significa un peggioramento per le classi sfruttate. Non a caso, anche nei paesi imperialisti più ricchi, le due esigenze trasformate in “grandi cause nazionali” sono la necessità di rimborsare il debito e la competitività.

La prima esprime l’esigenza della finanza di prelevare una prebenda crescente sulla produzione. La seconda indica la volontà del grande capitale nel suo complesso di peggiorare lo sfruttamento per aumentare il plusvalore globale.

Anche se nessun cataclisma finanziario porta ad un crollo economico generale - cosa di cui nessuno ha la garanzia che non avvenga il prossimo periodo andrà di male in peggio per le classi sfruttate.

La quasi unanimità dei mass media e della casta dei politici presenta la competitività come una grande causa che dovrebbe unire tutta la società. La borghesia ha sempre rappresentato i suoi interessi come se fossero quelli dell’insieme della società. È l’ennesima variante del detto: “ciò che è buono per la General Motors è buono per gli Stati Uniti”.

Non solo la classe capitalista conduce le sue guerre commerciali nell’ambito della concorrenza mondiale sulla pelle dei lavoratori, ma i suoi politici vorrebbero addirittura l’approvazione dei lavoratori.

Non c’è niente di nuovo in questo cinismo di classe, ma ciò che manca è che il proletariato cosciente faccia sentire la sua voce e rifiuti con disprezzo questa forma di sacra unione. I lavoratori non devono sposare la causa di una classe privilegiata che, con la crisi, dimostra ogni giorno di più il suo fallimento e la sua incapacità di dirigere l’economia e la società.

E’ inoltre stupido pretendere di combattere la crisi con la competitività. È ridicolo considerare i problemi dell’economia in Francia come problemi dell’esagono rinchiuso nelle proprie frontiere nazionali o anche nelle frontiere un po’ meno strette dell’Unione europea. Problemi che si vorrebbe correggere migliorando la “competitività” dei prodotti made in France a spese dei salariati. Rafforzare la posizione della classe capitalista di Francia nella concorrenza internazionale non ha alcun effetto sulla crisi stessa. Questa crisi è mondiale.

Per fare solo un esempio, gli stessi che evocano la concorrenza della Cina sul mercato mondiale sottolineano che uno dei motivi dell’aggravamento della crisi consiste nel fatto che alcuni cosiddetti paesi “in via di sviluppo”, tra cui la Cina, i quali avevano spinto un po’ i consumi mondiali, oggi vedono la loro crescita rallentare e la domanda diminuire.

Se è vero che le varie borghesie si fanno una guerra spietata, al contempo sono, per riprendere una vecchia espressione, “banditi legati alla stessa catena”. Il naufragio degli uni provoca quello degli altri.

Ciò che è vero per le relazioni tra la Cina e l’insieme dei paesi imperialisti è altrettanto vero per quelle tra gli Stati Uniti e l’Europa. Se gli Stati Uniti sono tanto preoccupati della salute dell’Europa, è perché sanno che un crollo dell’eurozona porterebbe ad un fallimento economico in Europa, con inevitabili conseguenze per l’economia americana.

A proposito delle proposte del rapporto Gallois sulla competitività, il Pcf constata, citando dati statistici, che “nel 2011 gli interessi pagati alle banche dalle società non finanziarie ammontavano a 309 miliardi di euro in Europa, mentre i contributi sociali dei salariati costavano solo 145 miliardi di euro.” La constatazione è giusta. Il Pcf ne trae la conclusione che una politica alternativa è possibile con “l’abbassamento dei prelievi finanziari che asfissiano le imprese”.

Dal Pcf agli altermondialisti e al Partito di sinistra di Mélenchon, tutti cantano la stessa canzone: “un’altra politica è possibile”. Ed elencano le ricette che potrebbero permettere alle imprese di trovare clienti sul mercato mondiale per le loro produzioni. Questi discorsi, anche se espressi in termini radicali, significano chiedere alla borghesia, al mondo capitalista, di accettare di dedicarsi un po’ meno alla finanza e un po’ di più alla produzione industriale. Questo è come chiedere latte ad un becco. E, soprattutto, questo è ingannare i lavoratori.

Tanto più che la domanda di un’ “altra politica” è sempre seguita, da parte dei riformisti di ogni genere, dalla proposta di cambiare la squadra dirigente mediante le elezioni. Ieri Hollande al posto di Sarkozy. Domani Mélenchon al posto di Ayrault?

In astratto, molte misure proposte da economisti che deplorano la finanziarizzazione eccessiva dell’economia sono “realiste”, nel senso che sono realizzabili nell’ambito del capitalismo. Infatti, questi economisti che danno consigli al PC o a Mélenchon si ispirano a politiche già portate avanti dalla borghesia in passato. Queste vanno da varie forme di regolamentazione bancaria all’intervento statale più o meno spinto, ad una politica sociale più consolidata e al protezionismo.

Alcune delle misure proposte sono certamente accettabili dalla borghesia. Niente tuttavia indica che la classe capitalista abbia voglia oppure si auguri di tornare indietro rispetto alla finanziarizzazione, anche se è del tutto cosciente delle sue conseguenze catastrofiche. Se la borghesia fosse guidata dalla coscienza, non ci sarebbe speculazione e finanziarizzazione, e neanche concorrenza e guerre commerciali devastanti. Ma la borghesia è guidata dai suoi interessi e, con la finanziarizzazione, da interessi a molto breve termine.

È una classe irresponsabile nei confronti della società e incapace di controllare la propria economia. Niente indica che la miscela degli imperativi contraddittori tra i suoi interessi finanziari e il suo interesse a ritrovare una nuova crescita della produzione lasci ad essa la possibilità di ritornare ad alcune politiche fatte in passato, o comunque di ritornarci a prescindere da un cataclisma sociale o una guerra. Basti ricordarsi dei discorsi sulla necessità di regolamentare il sistema bancario durante le settimane del 2008 in cui c’era la minaccia di un crac bancario! Nessuno di questi discorsi è stato seguito da atti.

Per questo i comunisti rivoluzionari dovranno combattere tutte le proposte che, anche si nascondono dietro a buoni sentimenti, pretendono di indicare vie d’uscita per gli sfruttati nell’ambito del capitalismo. Finché dura la crisi dell’economia capitalista, l’unica preoccupazione della classe operaia deve essere quella di difendere fermamente le proprie condizioni d’esistenza opponendo i propri interessi di classe a quelli della borghesia. Lo spezzettamento della classe operaia a causa della disoccupazione, la decomposizione morale della principale classe produttiva della società costituirebbero un regresso drammatico.

Gli interessi da classe operaia e quelli della classe borghese sono assolutamente inconciliabili, più che mai in questo periodo di crisi. Bisogna essere coscienti che ogni lotta un po’ seria della classe operaia sul terreno della difesa coerente dei suoi interessi porta a scontrarsi con la classe capitalista e ad opporsi al suo dominio politico ed economico sulla società.

Battersi per un’esigenza così elementare in questi tempi di crisi come il divieto dei licenziamenti e la ripartizione del lavoro fra tutti, è già mettere direttamente in discussione il potere del padronato sulle imprese e della borghesia sulla società.

Questa semplice esigenza di buon senso ne porta con sé un altra che in fondo deriva da una necessità altrettanto elementare: quella del controllo delle imprese da parte dei lavoratori e della popolazione organizzati intorno a quest’obiettivo. Ciò perché senza questo controllo i padroni, gli azionisti, la borghesia hanno tanti sotterfugi per affermare che non è possibile, che opporsi al diritto di licenziare vuol dire uccidere le imprese.

Ad un livello ben più generale, quello del funzionamento dell’economia nel suo complesso, gli stessi borghesi con i loro rappresentanti politici sollevano periodicamente la questione del controllo delle banche. Sono gli stessi che hanno difficoltà ad ottenere crediti per i loro affari e soffrono del peso schiacciante delle banche e dei loro prelievi, ma che, come possessori di capitali che vogliono piazzare il loro denaro, hanno interesse che le operazioni finanziarie siano coperte dal velo del segreto.

Il controllo del funzionamento delle banche e delle imprese è nell’interesse della schiacciante maggioranza della società. Solo la classe operaia lo può tuttavia imporre nell’ambito di una lotta potente, e soprattutto cosciente.

Oggi non siamo in questa situazione. Ciò nonostante, il compito dei comunisti rivoluzionari è di anticipare questa situazione, anche se la schiacciante maggioranza della classe operaia, oggi ridotta a battaglie difensive, non è ancora cosciente: non ci può essere una difesa efficace della classe operaia in questo periodo di crisi senza la coscienza chiara che la battaglia per difendersi va trasformata prima in una contestazione del potere della borghesia, poi in una lotta per il potere della classe operaia.

(testo votato dal congresso di Lutte Ouvrière – Dicembre 2012)


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