Internazionale
Un libro sull’occupazione italiana della Grecia: 1941-1943

"Camicie nere sull’Acropoli"

Pubblicato dalla casa editrice romana DeriveApprodi, è uscito alla fine della primavera un libro che ha per tema, l’occupazione italiana in Grecia durante la seconda guerra mondiale. Il libro dal titolo "Camicie nere sull’Acropoli - L’occupazione italiana in Grecia 1941-1943)", è opera di Marco Clementi, un ricercatore dell’Università della Calabria che con questo lavoro arriva alla sua nona pubblicazione.
Sulla guerra con la Grecia la letteratura storica italiana ha prodotto molto, ad iniziare del famoso lavoro di Mario Cervi "Storia della guerra di Grecia", e non mancano neppure testimonianze o testi su fatti specifici come l’eccidio di Cefalonia. Mancava invece fino ad oggi un lavoro che riguardasse non tanto gli eventi bellici quanto l’occupazione italiana nello svolgersi della quotidianità, ed è questo il merito di Clementi.

Il testo, dopo essersi soffermato nel primo capitolo sulla guerra e sui preparativi che l’hanno preceduta, dedica i capitoli successivi agli avvenimenti che sono seguiti alla resa della Grecia, facendone gli argomenti centrali dell’opera.

Dopo aver descritto la situazione "amministrativa" della Grecia sotto la triplice occupazione italiana, tedesca e bulgara, l’autore affronta il più grande dramma subito dal paese in quegli anni: il dramma della fame. La fame colpì Atene nel tragico inverno 1941-1942, causando decine e decine di migliaia di morti, quindi si spostò nel tempo e nello spazio in numerose località della Grecia, come dimostrano le ricerche dell’autore sull’aumento vertiginoso della mortalità in alcune regioni. Cause della fame furono la disastrosa situazione dei trasporti - la quasi totalità dei mezzi di trasporto era stata spietatamente requisita dagli occupanti, ed era praticamente impossibile trasportare generi alimentari da una parte all’altra del paese - ed il blocco navale inglese. Per non far giungere nulla nelle regioni europee occupate da Hitler, lo Stato inglese non si fece scrupolo di lasciar morire di fame centinaia di migliaia di cittadini di un paese alleato. Pochi sono gli storici che ricordano questo episodio, che stona con la narrazione di una guerra mondiale combattuta fra due campi: uno abitato dai "buoni" e l’altro dai cattivi. Su questo sfondo si svolge una vita quotidiana, di cui l’autore fa un interessante oggetto di studio, compiendo un lavoro mai tentato da parte di uno storico italiano.
Non mancano ovviamente approfondimenti sulla resistenza greca, e sulla sua repressione da parte dell’esercito italiano: gli italiani gestirono una ventina di campi di concentramento e eseguirono rappresaglie contro i civili accusati di fiancheggiare i partigiani. L’autore ricorda l’eccidio di Doméniko dove oltre 150 contadini furono passati per le armi dai soldati della divisione Pinerolo.

Interessante è anche lo studio del comportamento delle autorità italiane rispetto ai numerosi ebrei di nazionalità italiana residenti a Salonicco, città sotto occupazione tedesca. Le autorità italiane li strapparono ai tedeschi e li trasferirono nei territori occupati dagli italiani, salvando alcune migliaia di persone dalle camere a gas. Un atto in sé encomiabile, ma la cui logica dimostra ancora una volta il cinismo imperante nei rapporti tra paesi capitalisti: lo Stato italiano, pur avendo varato le leggi razziali, avoca a sé gli ebrei di cittadinanza italiana in quanto di sua "proprietà", lasciarli alla Germania sarebbe stato un cedimento intollerabile. In ultima istanza queste persone furono salvate non per una questione umanitaria, ma per affermare il "principio" del controllo di una Stato sui propri cittadini.
Il libro affronta, negli ultimi capitoli, altri due importanti temi: la cacciata dei cittadini italiani dalla Grecia e la questione dei criminali di guerra. I cittadini italiani residenti in Grecia, e non solo quelli dell’ex possedimento italiano del Dodecaneso, furono in grandissima parte espulsi, e le loro proprietà vennero sequestrate. Il caso più importante fu forse quello della comunità italiana di Patrasso, costretta repentinamente a lasciare la città dove viveva fin dal secolo XIX. Un ulteriore, triste conseguenza di questa seconda guerra mondiale, un fiume di esiliati che conta milioni di civili: la Grecia in fondo è un piccolo caso, molto più grossi quello dell’Istria, riguardante ancora gli italiani, ed ancor di più la Polonia e Cecoslovacchia, dove parecchi milioni di tedeschi furono costretti ad abbandonare case e città in cui avevano vissuto per secoli. La guerra moderna è una guerra totale che non risparmia nessuno, i civili sono le sue prime vittime.

Ultimo tema trattato è quello della punizione dei criminali di guerra. L’autore ci mostra con quali mezzi ed in quali occasioni lo Stato italiano fece resistenza passiva, in modo da non consegnare cittadini italiani anche palesemente colpevoli alla giustizia greca. Pochi furono i condannati, nessuno dei quali scontò la pena inflitta per intero: tutti furono amnistiati alla spicciolata e in gran segreto. La guerra fredda incipiente richiedeva che fra stati alleati nella NATO non ci fossero rivalse o attriti, doveva essere dimenticato al più presto qualsiasi "spiacevole ricordo" che turbasse i buoni rapporti fra i nuovi alleati, impegnati a contrastare l’espansionismo sovietico. Così anche per i fucilati una gelida mattina di febbraio del ’43 a Doméniko non fu trovato e cercato nessun colpevole, solo dopo oltre sessant’anni, e dopo decenni di sforzi di un comitato locale per avere giustizia, l’ambasciatore italiano ad Atene sì è recato a Doméniko a chiedere ufficialmente scusa. Niente di più.

Mauro Faroldi


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