Internazionale

Dalla crisi del capitalismo alla rinascita di una corrente operaia rivoluzionaria

Dove va l’economia mondiale? Si può dire che il capitalismo si sia lasciato alle spalle la sua ultima grande crisi? Niente autorizza l’ottimismo eccessivo di molti dirigenti politici. Se alcuni indicatori economici mostrano i segni di una ripresa, molti altri non vanno affatto in questa direzione. Soprattutto non è affatto superato il problema numero uno: gli effetti disastrosi della finanziarizzazione dell’economia.

Una transizione verso che cosa?
Presentando il suo rapporto semestrale, José Vinals, direttore del dipartimento del Fondo monetario internazionale (FMI) che si occupa del mercato finanziario, ha prospettato una difficile “fase di transizione” in cui sarebbe entrata l’economia mondiale e, in particolare, la sua componente finanziaria. Più precisamente, Vinals ha parlato di “quattro transizioni maggiori, estremamente difficili, che si accompagneranno a dei rischi considerevoli”. La prima di queste “transizioni” è la fine annunciata della politica di ammorbidimento quantitativo praticata dalla banca centrale americana. In altre parole, una massa enorme di denaro pressoché a costo zero che si è riversato sul sistema bancario americano per sostenerlo artificialmente. Il FMI ha calcolato questo flusso in 1300 miliardi di euro dal 2009 a oggi. Già soltanto il dibattito su un possibile dietro-front della politica monetaria americana avrebbe causato un disinvestimento di capitali statunitensi dai cosiddetti paesi emergenti, il Brasile in particolare.
L’altra “transizione” si collega al sistema bancario europeo, visto come troppo frazionato e legato ai debiti pubblici dei vari stati, e per questo non all’altezza di soddisfare la domanda di credito che viene dalle imprese. La terza “transizione” è la nuova politica economica del Giappone, un paese il cui stock di debito pubblico è il doppio del Pil. In ultimo c’è la Cina. Di questo paese si dice che la metà circa del credito è in mano ad un sistema bancario-ombra il cui controllo sfugge alle autorità monetarie. In sintesi, uno dei più accreditati centri del capitalismo mondiale, attraverso le parole di un suo dirigente, vede molti pericoli nell’immediato futuro dell’economia finanziaria globale. Più che di “quattro transizioni” si dovrebbe parlare di quattro bombe a orologeria. Non stupisce che il Wall Street Journal, la bibbia quotidiana del mondo del business, abbia dato l’allarme sul clima troppo euforico che si respira nella Borsa di New York, come alla vigilia dello scoppio di tante bolle speculative del passato.
Il quotidiano economico francese Les Echos ha pubblicato un breve articolo di Frederic Lasserre, presidente di un fondo di investimento con interessi in tutto il mondo. Secondo Lasserre la crisi non è finita, è semplicemente traslocata. Partita dagli Stati Uniti nel 2008, ha in seguito raggiunto l’Europa e ora “sembra evidente che l’epicentro della crisi si è spostato verso i grandi paesi emergenti”. In Cina, in India, in Turchia, in Brasile, scrive, si presentano gli stessi sintomi che suggeriscono le stesse cause. Quindi c’è da aspettarsi che si producano gli stessi effetti: due o tre anni “molto dolorosi”. Il capitalismo “globalizzato” è un unico organismo vivente. È impossibile pensare che la cancrena che colpisce una parte del suo corpo non abbia conseguenze sulle altre parti. Del resto le speranze del capitalismo occidentale, non da ora, sono in gran parte rivolte verso i paesi “emergenti”ed è normale che adesso si guardi con preoccupazione ai possibili effetti di nuove bolle finanziarie in quelle aree del pianeta. Che si tratti di due o tre anni “dolorosi” o di un periodo ancora più lungo nessuno può dirlo.
Quello di cui, come marxisti, siamo sicuri è che gli anni di crisi che sono alle nostre spalle sono serviti alla borghesia per rafforzare ulteriormente le proprie posizioni nei confronti della classe lavoratrice. Allo stesso modo, si può essere certi che un’eventuale ripresa, più o meno lunga, più o meno solida, non comporterà automaticamente un allentamento della morsa del capitale sul proletariato. In tutti i paesi del mondo, sono stati assestati colpi durissimi alla contrattazione collettiva, ai salari, alle condizioni di esistenza più generali dei lavoratori. Ognuno di questi colpi costituisce un punto di forza della borghesia, una postazione dalla quale potrà essere fatta arretrare solo in seguito a lotte durissime.

Disoccupazione in aumento
Nei 28 stati dell’Unione europea la disoccupazione giovanile supera il 23%. In numeri assoluti significa più di cinque milioni e mezzo di ragazzi senza lavoro. Il tasso complessivo di disoccupazione di tutte le età è dell’11%. Rispetto allo scorso anno i disoccupati europei sono un milione in più. Certo, questa media nasconde le forti differenze che esistono, ad esempio, fra la situazione tedesca e quella italiana o spagnola. In Germania le statistiche ufficiali mostrano addirittura una percentuale di disoccupati al minimo storico, 5-6%, contro il 12,5% dell’Italia e il 26,6% della Spagna. Ma, a parte la questione dei criteri con i quali vengono elaborati i dati statistici, neanche il proletariato tedesco sfugge alla pressione sulle condizioni di vita imposte dal capitale a un livello più generale. Il dibattito sull’istituzione di un salario minimo legale di 8,50 euro, rivendicato dalla SPD per accettare di sedersi al governo con i democristiani della Merkel, ha portato alla luce una condizione generale della classe lavoratrice tedesca ben diversa da quella comunemente percepita fuori dalla Germania. Intanto perché è risultato che sotto alla soglia degli 8,50 euro l’ora si trova oggi circa un quinto dei lavoratori con rapporto di lavoro continuativo. Proporzione che sale fino al 50% per i giovani sotto i 25 anni. Pur beneficiando di condizioni di lavoro mediamente migliori dei loro compagni italiani o spagnoli, i lavoratori tedeschi sono in gran parte, e in misura maggiore che negli anni passati, malpagati e sottoposti a tutti i drammi della precarietà.

Il capitalismo italiano e le “riforme”
Gli indicatori economici italiani sono fra i peggiori d’Europa. Secondo il governo, il 2014 segnerà l’uscita dalla recessione. È ormai un’abitudine di tutti i governi in carica rimandare la ripresa all’anno successivo. Inutile dire che su questo genere di previsioni “scientifiche” si costruiscono i bilanci pubblici, con le rispettive previsioni di entrate puntualmente disattese dalla realtà. In ogni modo, l’Istat prevede un aumento della disoccupazione.
Negli ultimi due o tre anni, di fronte al disastro della crisi, vari esponenti del mondo borghese hanno difeso e pubblicizzato l’idea della necessità di una serie di corpose riforme. Tutti questi progetti e queste proposte, articolati in genere in sei, sette o dieci punti, descrivono una serie di disfunzioni del sistema politico, burocratico e amministrativo. Se la prendono con la corruzione, con l’evasione fiscale, con la lentezza e la farraginosità della giustizia civile e così via. Sottolineano la necessità di favorire le aggregazioni delle piccole imprese per raggiungere dimensioni medie paragonabili a quelle dei più avanzati paesi europei, dimensioni che consentano maggiori investimenti nell’innovazione e nella ricerca. Richiamano la necessità di superare il capitalismo relazionale, cioè quello guidato non dalla ricerca del profitto ma da convenienze di famiglie e clan, per approdare a un “sano” capitalismo fatto di imprese quotate in borsa. In ultimo, ognuno di questi elenchi di riforme contiene sempre un punto che riguarda la vita dei lavoratori e dei pensionati. E la riguarda nel senso che la va a peggiorare. E l’anelito riformista si ferma a questo. Di tutti questi sogni di riforme rimane la concretezza di milioni di lavoratori ai quali si è allontanata di sette, otto, nove anni la prospettiva di andare in pensione, l’annullamento delle garanzie contro i licenziamenti, la continua messa in discussione dei fondi per la cassa integrazione, l’assenza, coscientemente voluta, di ogni forma di controllo sul rispetto delle condizioni di lavoro nelle fabbriche, nei cantieri, nelle imprese di servizi, il blocco dei salari nel pubblico impiego.
Le altre riforme difficilmente andranno oltre alle chiacchiere dei dibattiti, dei convegni e dei seminari. Per il semplice fatto che implicherebbero una lotta feroce tra vari settori della stessa borghesia industriale, dell’alta burocrazia, delle corporazioni di professionisti. Nessun partito politico, almeno fino ad oggi, è riuscito a mettere insieme la “potenza di fuoco” necessaria.
Mentre l’esperienza degli ultimi anni ha dimostrato che contro gli interessi dei lavoratori si può agire praticamente indisturbati, lasciando alle burocrazie sindacali il compito di fiaccarne qualsiasi seria resistenza, non è così per la massa dei piccoli imprenditori, per gli avvocati, i commercialisti, i dirigenti delle amministrazioni pubbliche e delle aziende municipalizzate.

La prospettiva rivoluzionaria
Se è impossibile prevedere l’esito della crisi economica, lo è altrettanto, o forse di più, prevederne i riflessi politici e sociali. Ci colleghiamo alla tradizione del socialismo scientifico di Marx con la consapevolezza che non parliamo di “scienza esatta”. Detto questo, possiamo però stabilire alcuni punti fermi. In primo luogo per quanto la crisi possa tornare ad aggravarsi non può portare al crollo del capitalismo. Il sistema capitalistico potrà essere abbattuto soltanto dall’azione rivoluzionaria della maggioranza del proletariato, convinta della necessità di liquidare la borghesia come classe dominante e di assumere il potere con i propri mezzi, i propri organi e le proprie istituzioni. Ma la coscienza rivoluzionaria non è mai nata e non può nascere e attecchire spontaneamente nella classe operaia. Vi deve essere portata con un lavoro politico specifico di propaganda, di agitazione, di persuasione paziente. In secondo luogo, e poggiandosi sul punto precedente, il compito dei militanti rivoluzionari italiani nel momento attuale è quello di battersi per costruire un embrione di organizzazione rivoluzionaria con forti legami nella classe lavoratrice. Il terzo punto è la definizione di una politica operaia di fronte alla crisi. Ogni volta che un partito rivoluzionario si è trovato di fronte ad una grave crisi economica si è posto il problema di articolare la propria propaganda in forma di programmi, parole d’ordine, obiettivi che rispondessero o tentassero di rispondere alle domande più urgenti che la stessa situazione economica imponeva alle masse proletarie. La propaganda e l’agitazione dovevano per forza di cose essere meno generiche, le idee rivoluzionarie dovevano essere presentate come possibilità concreta, come politica alternativa a quella degli altri partiti, delle altre classi, dei governi. Oggi l’assenza di un partito rivoluzionario non ci esonera dall’affrontare questo problema. Se dobbiamo batterci per un’organizzazione di lavoratori rivoluzionari, se dobbiamo cercare di mettere almeno i primi mattoni nella costruzione di un partito operaio, bisogna abituarci ed abituare non solo al commento dei fatti politici ed economici, non solo alla loro analisi, ma anche all’indicazione di una strada da percorrere, alla spiegazione dei provvedimenti che sarebbe necessario prendere, ecc.
Un probabile protrarsi della crisi, un suo aggravarsi provocheranno verosimilmente movimenti di sciopero o altre forme di resistenza di massa dei lavoratori. L’esperienza degli anni ’30 in Francia e in America ci dice peraltro che una temporanea ripresa industriale può ricaricare la molla delle lotte operaie. Normalmente, a lotte di una certa ampiezza e durata corrisponde la formazione spontanea di nuove generazioni di dirigenti operai. Ma anche in questo caso, il passaggio di un lavoratore da dirigente di uno sciopero a militante rivoluzionario può avvenire solo se quel lavoratore viene conquistato alle idee comuniste.
Dunque non si sfugge al compito fondamentale. Bisogna aggregare e consolidare per tempo una rete di militanti rivoluzionari, un’organizzazione di lavoratori comunisti. Bisogna battersi per questo obiettivo oggi, quando la cultura dominante va in tutt’altra direzione e quando il malcontento operaio viene spesso indirizzato verso le illusioni parlamentaristiche o il ribellismo senza apparenti connotati di classe. Bisogna difendere l’idea di una politica operaia e di un partito operaio mentre tutti gli intellettuali, tutte le penne “brillanti” della carta stampata scrivono tonnellate di stupidaggini sulla fine delle classi, sulla morte del marxismo e sulla fine della forma-partito.
Certo, le condizioni sono difficili, ma nel passato i militanti comunisti rivoluzionari hanno dovuto affrontare prove ben più dure e non si ha il diritto di rivendicare la loro eredità politica se non si affrontano le prove che la nostra epoca ci mette davanti.

R.Corsini


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