Internazionale
Vent’anni di riforme delle pensioni e del mercato del lavoro, vent’anni di arretramenti. Lo Stato borghese riesce a promettere solo un futuro di miseria.

DA TREU, A BIAGI, ALLA FORNERO: UN PERCORSO IN PEGGIO.

Qualche mese fa uno studio dell’Università di Venezia, in collaborazione con la sede INPS della Regione Veneto, si è occupato di monitorare i risultati della riforma Fornero sul mercato del lavoro, quella che parlava nel suo primo articolo di interventi “intesi a realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico”. Alla prova dei fatti, la ricerca ha accertato che, nei primi tre mesi del 2013, si è verificato “un indubbio effetto deterrente nel mercato contrattuale”. Lo studio è parametrato su un periodo breve, ma già sufficiente a far dichiarare al prof. Adalberto Perulli, docente di diritto del lavoro all’ateneo di Ca’ Foscari, che l’impatto della riforma è tutt’altro che positivo, anzi: “Il contratto al tempo indeterminato su cui puntava la riforma Fornero è in netta diminuzione e non presenta segnali di ripresa”. (Il Manifesto, 19.6.13). Se si sommano questi risultati agli effetti della riforma sulle pensioni, con il penoso corollario della vicenda esodati, si ha un quadro del tutto desolante. Le condizioni dei lavoratori, dei giovani soprattutto, sono scese ancora: basta prendere in mano i dati in caduta libera dell’occupazione giovanile, che raggiunge e supera il 38%, e considerare che, anche quando c’è, il lavoro è precario e sottopagato. L’operato dei “professori” del Governo cosiddetto “tecnico”, che hanno afflitto la classe operaia italiana per un anno con i loro provvedimenti, non si è discostato da quelli precedenti.

A partire dal pacchetto Treu per finire con la Riforma Biagi, tutte le riforme, che sono state fatte digerire ai lavoratori spacciandole per urgenti e necessarie per migliorare la situazione, ma che in realtà hanno peggiorato le condizioni di lavoro, aggiungendo precarietà e sottraendo salario, di fatto non hanno mai aumentato l’occupazione o il benessere. O meglio, se il benessere di qualcuno è migliorato, non è stato quello dei lavoratori. Qualsiasi “riforma” ha sempre disatteso le promesse, dal milione di posti di lavoro promessi a suo tempo da Berlusconi in poi. In un articolo sul Venerdì di Repubblica del 15 giugno scorso, Curzio Maltese constata come in Italia sia stata compiuta negli anni un’operazione di propaganda ben condotta ed evidentemente convincente, perché in effetti ha dato risultati eccellenti. Si potrebbe aggiungere che si tratta di un’operazione riuscita anche altrove, e molto bene anche. Ma è vero che politici e media nostrani si sono particolarmente impegnati per convincere la popolazione giovanile, e ci sono riusciti per una fetta molto larga di essa, che se i giovani sono senza lavoro non è colpa di un sistema economico sbagliato, ma delle generazioni che li hanno preceduti, delle tutele e delle garanzie che queste hanno avuto. Ai giovani, “i partiti, di destra, di sinistra e anche quelli né di destra né di sinistra”, dicono che se si togliessero diritti alle generazioni precedenti, di sicuro troverebbero lavoro. Ai fratelli maggiori dei giovani di oggi avevano raccontato “che avrebbero facilmente trovato un posto di lavoro se soltanto avessero accettato di essere flessibili, di rinunciare ai propri diritti e a stipendi dignitosi […] perché in questo modo si sarebbe creata una grande offerta di posti e quindi i salari sarebbero aumentati in breve tempo. Era la promessa della legge Biagi, approvata nel 2003 dal governoBerlusconi”. Com’è andata lo sappiamo, all’epoca la disoccupazione giovanile era al 25%, oggi veleggia verso il 40%.

E’ un ritornello comunissimo: se non ci sono i soldi per le pensioni, è colpa di chi ci è andato troppo presto. Se peggiorano le condizioni di lavoro, è colpa di chi non lavorava abbastanza. Se la produttività non cresce, è colpa dell’assenteismo, e via dicendo. Si può essere d’accordo con Curzio Maltese: “Agli arricchiti riesce far credere ai poveri che se sono poveri è colpa di altri poveri. Più emarginati sono i giovani, più votano per anziani miliardari che dalle loro ville lanciano crociate contro maestre elementari e pensionati delle ferrovie.” Solo che – a differenza di quanto sostiene - non è la prima volta, nella storia. E’ già successo, è già successo – magari in forme diverse. Solo che imparare dall’esperienza è più difficile di quel che sembra.


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