Internazionale

Lezioni dall’Egitto

Due anni fa una potente ondata di manifestazioni popolari ha spinto lo Stato maggiore dell’esercito egiziano ad abbandonare il sostegno ad Hosni Mubarak, caduto dopo più di trent’anni di potere. I dirigenti del mondo imperialista, Stati Uniti in testa, si congratulavano allora per la fine della dittatura militare che avevano sostenuta, finanziata e armata finché si era mostrata capace di mantenere l’ordine. E tutti a fare discorsi sulla "primavera araba" che stava per partorire una democrazia e un’era nuova per il popolo egiziano.

Non solo la "primavera" annunciata non ha assicurato il pane alle masse povere, contadini miserabili e proletari delle città, ma, al posto della libertà, c’è il ritorno dell’esercito nelle strade, per di più con il sostegno di una parte della popolazione schifata dalla politica di Morsi, il rappresentante dei Fratelli musulmani eletto presidente appena un anno fa e dimesso dal potere dall’esercito. Oggi l’Egitto è nel caos, le grandi città controllate dai carri armati, militari e poliziotti sparano a pallottole vere anche sui manifestanti disarmati. Hanno fatto un migliaio di morti, forse duemila, ci sono quartieri in fiamme e una guerra civile sta crescendo.

Questa guerra civile è tanto sanguinosa quanto sterile dal punto di vista degli interessi dell’immensa maggioranza povera della popolazione. Da un lato c’è l’esercito, lo Stato maggiore e la casta degli ufficiali superiori che hanno imposto un regime di repressione feroce durante più di mezzo secolo, imponendo il succedersi dei suoi rappresentanti alla testa dello Stato. L’ordine sociale protetto dall’esercito preserva innanzitutto gli interessi materiali della grande borghesia, soprattutto la borghesia internazionale, il saccheggio del paese da parte dei grandi gruppi occidentali senza dimenticare il ruolo strategico del regime egiziano per il Medio oriente

Di fronte all’esercito ci sono i Fratelli musulmani. Certamente uno di loro è arrivato al potere con le elezioni, ma essi vogliono imporre alla popolazione un’altra forma di regime autoritario, segnato dall’oscurantismo, dalla violenza contro chi non condivide la loro credenza e dall’oppressione delle donne. Queste due forze sono rivali, ma ugualmente determinate a tenere sotto controllo le masse povere.

Il dramma del popolo egiziano è di essere stritolato tra due forze politiche ugualmente incapaci di assicurare anche le semplici libertà democratiche e a maggior ragione di porre fine al sottosviluppo del paese e all’immensa miseria delle sue classi lavoratrici. E ambo le cose sono strettamente collegate. Come farebbero gli sfruttatori a concedere le libertà democratiche agli sfruttati laddove le disuguaglianze sociali sono così tremende e la miseria così estesa?

La caduta di Mubarak non ha cambiato niente a tutto questo. La situazione della popolazione lavoratrice non ha smesso di aggravarsi perché c’è la crisi economica, perché la disoccupazione è peggiorata fra l’altro con il crollo del turismo, perché nella sua guerra per preservare i profitti, la grande borghesia non ha pietà per i proletari dei paesi poveri. Mentre Obama e gli altri dirigenti occidentali facevano discorsi sulla cosiddetta “transizione democratica”, i gruppi capitalisti continuavano a saccheggiare l’Egitto, a spingere le masse lavoratrici nell’abisso, e le grandi potenze continuavano a finanziare ed allenare il suo esercito. Il generale Al-Sissi, nuovo candidato alla dittatura, è stato educato in una scuola militare degli Stati-Uniti. Le proteste dei capi di Stato occidentali contro la violenza dell’esercito nascondono un’ipocrita complicità.

Non occorre lasciarsi ingannare: anche se l’esercito spara sui Fratelli musulmani e pretende difendere la laicità e il diritto delle donne o della minoranza cristiana, sono innanzitutto le classi povere che l’esercito vuole terrorizzare col beneplacito delle grandi potenze.

Le masse popolari hanno dimostrato due volte in due anni, prima contro Mubarak e poi più recentemente contro Morsi, la loro capacità a mobilitarsi. Ma l’Egitto dimostra anche che la potenza delle masse sfruttate può essere sviata, sprecata, se esse non sono guidate da un proletariato cosciente dei propri interessi di classe, che lotti con le proprie organizzazioni e sotto la sua propria bandiera. Non ci sarà una vera rivoluzione in Egitto se non c’è una presa di coscienza da parte delle masse sfruttate che potranno cambiare la loro sorte solo se la fanno finita con il potere statale della borghesia sia locale che internazionale e con il suo controllo dell’economia.


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