Internazionale

Gli operai della ex Ergom in lotta per evitare la chiusura della fabbrica

A luglio scade la cassa integrazione. Per loro nessuna prospettiva di proroga e tanto meno di rientro

Gli operai della Magneti Marelli (ex Ergom) di Napoli, azienda di componenti plastici che rappresenta il più grosso indotto Fiat della Campania, dal 15 aprile sono in presidio permanente davanti ai cancelli dello stabilimento, l’unico rimasto dopo la chiusura nell’ultimo anno degli altri tre. Oggi, a fronte di 800 lavoratori in cassa integrazione, solo 80 lavorano a rotazione.

La decisione di presidiare lo stabilimento è scaturita dopo l’ennesimo incontro inconcludente tra Fiat, Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Regione Campania dell’11 aprile sulle sorti dell’ex Ergom e sul futuro dei lavoratori la cui cassa integrazione scadrà il 14 luglio prossimo. La Fiom si è seduta ad un tavolo a parte, ad incontro ufficiale già avvenuto, solo per acquisire le decisioni prese dagli altri.
Nei mesi scorsi la Fiat aveva annunciato la fine di Fabbrica Italia Pomigliano (FIP) e il suo riassorbimento in Fiat Group Automobiles, ottenendo, onde evitare un’esplosione della rabbia operaia, l’allungamento della cassa integrazione in scadenza definitiva a luglio per gli oltre 2400 lavoratori di FIP ancora fuori dallo stabilimento di Pomigliano. Da tale proroga però sono stati esclusi i lavoratori della ex Ergom ed i 316 operai della logistica di Nola, vero e proprio reparto confino, usato dalla Fiat per isolare i lavoratori più combattivi.
Nell’incontro dell’11 aprile la Fiat ha ventilato la possibilità di destinare una parte degli operai ex Ergom alla Adler Plastic di Airola (BN), piccola azienda dell’indotto, e gli altri alla Fiat di Pomigliano, mercato permettendo. Cioè nulla di concreto, neppure la cassa integrazione. Altrettanto vuota la promessa di reintegro dei lavoratori di Nola, per i quali si ipotizza la terziarizzazione. Una minaccia questa, più che una promessa. E’ sempre più chiara l’intenzione della Fiat di disfarsi di ciò che resta dell’indotto di Pomigliano e di appaltare il licenziamento degli operai di Nola ad aziende terze.

E’ un quadro che dovrebbe allarmare gli stessi lavoratori di Fiat Pomigliano, sia i 2000 in attività sia i 2400 tuttora in cassa integrazione. Il Piano Fabbrica Italia si è rivelato, infatti, il classico "specchietto per le allodole", usato da Marchionne per togliere tutele e salario ai lavoratori sostituendo il contratto nazionale di categoria con il famigerato "accordo di Pomigliano", esteso poi a tutto il Gruppo Fiat. Quel piano prevedeva che già oggi Pomigliano avrebbe dovuto produrre e vendere 280000 Panda all’anno occupando 5500 lavoratori a tempo pieno. Invece il livello produttivo attuale non garantisce neppure la continuità occupazionale dei lavoratori oggi in attività.
Il 26 aprile, un centinaio di operai ex Ergom e del Polo Logistico di Nola sono sfilati in corteo nel centro di Pomigliano per manifestare la loro preoccupazione di vedersi messi sulla strada tra due mesi. Alcuni giorni prima i lavoratori Ex Ergom avevano lanciato un appello agli operai della Fiat di Pomigliano perché bloccassero le ore di straordinario e scioperassero con l’indotto, nella convinzione che la chiusura delle fabbriche dell’indotto è la premessa per chiudere la stessa fabbrica di Fiat Pomigliano.

La necessità di evitare l’isolamento e di sollecitare l’unità di lotta con gli operai di Pomigliano è stata però disattesa dai rappresentanti sindacali presenti alla manifestazione del 26 aprile, inclusi quelli Fiom. Costoro hanno fatto muovere il corteo verso il centro cittadino anziché dirigerlo verso i cancelli della Fiat. Si sono così impediti l’incontro e il confronto tra gli operai della Ex Ergom, quelli di Nola e quelli di Pomigliano, tra operai che vedono il licenziamento alle porte e operai che sperano, illudendosi, di essere in salvo. Un preoccupante segnale di quanto sia ancora forte quel concetto di delega che porta i lavoratori ad affidare le loro sorti agli stessi che li hanno già venduti.

Corrispondenza da Napoli


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