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Storia

70 ANNI FA: DAGLI SCIOPERI DEL MARZO 1943 ALLA CADUTA DI MUSSOLINI

Il 5 marzo 1943, in piena guerra mondiale e mentre in Italia da 21 anni imperava il regime fascista di Mussolini, cominciava nelle fabbriche Fiat di Torino uno sciopero contro il carovita che si sarebbe poi esteso a macchia d’olio alle altre città industriali, dal Nord al Sud del paese. Deciso dalla base operaia in piena dittatura, questo sciopero non solo dimostrava che la popolazione ne aveva abbastanza della guerra, delle sofferenze che provocava e del regime che ne era responsabile, ma anche che non lo temeva più.

Per il regime, era l’inizio della fine. Ma questi scioperi operai annunciavano anche che la sua caduta poteva portare ad una situazione rivoluzionaria. Per le classi dirigenti italiane, tornava lo spettro del "biennio rosso" di dopo la prima guerra mondiale.

Gli scioperi, rivelatori della debolezza del regime

Le sconfitte militari dell’Italia, entrata in guerra tre anni prima a lato della Germania, avevano aggravato il discredito del regime e reso lo sfruttamento ancora più insopportabile per le masse. Il 5 marzo quando lo sciopero cominciò alla Fiat Mirafiori, fu per chiedere un premio per tutti, più il salario di una settimana come indennità di carovita. Lo sciopero si estese rapidamente a Milano e Genova prima di estendersi al Sud. Il 13 marzo quando i 5000 operai degli stabilimenti Rio di Villar Perosa scioperarono, l’operaia Olga Baravallo si rivolse ai suoi compagni in questi termini: "se gli operai smettono di lavorare, la produzione sarà diminuita e così si avvicinerà la fine della guerra". Si stima che in tutta Italia 300 000 operai scioperarono così contro i salari bassi, il carovita, ma anche perché erano stufi della guerra.

Il regime reagì con degli arresti, decise di togliere agli scioperanti l’esenzione del servizio di leva di cui godevano per rispondere ai bisogni della produzione di guerra. Il 17 marzo il consiglio nazionale dei sindacati fascisti dichiarava che gli scioperi sarebbero considerati come ammutinamenti di soldati, e quindi ai lavoratori in sciopero si sarebbe applicata la pena di morte. Il regime provò a mostrare i muscoli, facendo pattugliare i carri armati nelle strade di Torino e mobilitando la milizia fascista. Ma sotto la pressione operaia, gli industriali e Mussolini stesso furono costretti di mollare e di accettare di aumentare i salari.

Così gli scioperi evidenziarono la debolezza del regime. Per la borghesia ormai era chiaro che quest’ultimo rischiava di crollare e di trascinarla nello stesso fallimento: bisognava quindi prepararsi a sostituire Mussolini. Ma al momento in cui il rapporto di forza militare si evolveva sempre più a favore del campo anglosassone, bisognava anche preparare il rovesciamento delle alleanze dell’Italia. Scegliere il campo degli Alleati sarebbe stato il modo di ritrovarsi dalla parte dei vincitori, abbandonando la Germania di Hitler alla sua ormai prevedibile sconfitta. Ma tale scelta significava anche, mettendosi sotto protezione degli eserciti anglo-americani, prendere un’assicurazione contro la rivoluzione.

“Evviva il proletariato italiano!”

Gli avvenimenti si accelerarono con lo sbarco delle truppe alleate in Sicilia il 10 luglio. Il 24 luglio il Gran consiglio fascista, organo supremo del partito fascista, votava la destituzione di Mussolini. L’indomani il re Vittorio-Emanuele usava del suo potere costituzionale per dimettere il dittatore, farlo arrestare e incaricare il maresciallo Badoglio di formare un nuovo governo.

Il re, i vertici dell’esercito e buona parte dei dirigenti fascisti si auguravano una transizione che avesse mantenuto la continuità del potere statale, con lo stesso regime autoritario semplicemente sbarazzato di Mussolini, prima di cercare di ottenere dagli Alleati una pace separata. Ma già la sera del 25 luglio, all’annuncio dell’arresto di Mussolini, la folla invase le piazze di Roma bruciando i ritratti del dittatore e saccheggiando le case dei fascisti più conosciuti. A Torino migliaia di operai assediavano le carceri per liberare i detenuti politici. In tutto il paese il 26 luglio ebbe l’aspetto di un’insurrezione. L’irrompere delle masse popolari sulla scena politica dava il colpo di grazia al regime fascista.

Le notizia della caduta di Mussolini ebbe riscontri anche oltre confine, provocando scioperi in Portogallo dove la classe operaia subiva la dittatura di Salazar. Anche in Spagna il dittatore Franco per paura del contagio fece liberare migliaia di prigionieri politici. Tutto questo indicava, mentre la guerra si avvicinava alla fine, che la classe operaia stava per mostrare di nuovo la sua forza. In Francia i militanti dell’Unione comunista che sarebbe stata all’origine dell’Unione comunista internazionalista scrivevano, il 4 agosto 1943 nella loro rivista clandestina “lutte de classe”: "il regime fascista crolla, gli operai italiani ci mostrano la strada!", e aggiungevano: "i capitalisti che dopo la guerra dei 1914 - 1918 hanno lasciato la pelle in Russia ma sono riusciti a mantenere il loro dominio sul resto del mondo, manovrano nella presente guerra per assicurare “definitivamente” la dominazione capitalista, con la distruzione della solidarietà internazionale degli operai e con l’approfittare dell’isolamento dell’Unione sovietica nel mondo capitalista per provare a liquidare la sua economia pianificata. Solo l’intervento delle masse lottando per i loro propri obiettivi popolari può sconfiggere definitivamente i progetti di tutti gli imperialismi e portare alla vittoria del socialismo. Evviva il proletariato italiano! Evviva gli Stati Uniti socialisti d’Europa! Evviva la Quarta internazionale!”

Lo stalinismo all’opera

L’8 settembre 1943, quando il governo Badoglio annunciò la sua domanda d’armistizio agli Alleati, fu anche il giorno del crollo di tutto ciò che rimaneva dell’autorità dello Stato italiano. Mentre le truppe alleate progredivano al sud, le truppe naziste invasero il Nord dove Mussolini liberato da un commando tedesco fu messo alla testa della Repubblica di Salò. Il paese avrebbe vissuto ancora due anni di una guerra sanguinosa. Ma l’Italia rimaneva il paese d’Europa occidentale dove, come conseguenza della sconfitta militare e del discredito del regime fascista, la mobilitazione operaia aveva evidenziato le possibilità rivoluzionarie del periodo della fine della guerra.

Nei mesi successivi però, il Partito comunista italiano diretto da Togliatti e obbedendo agli ordini di Stalin fece di tutto per evitare che la lotta contro il regime d’occupazione tedesco e i fautori del fascismo fosse l’espressione di questa classe operaia che nel marzo 1943 aveva dato il segnale del crollo della dittatura. I movimenti di resistenza che il PC contribuì ad organizzare rimasero nell’ambito di una politica che mirava a rimettere in posto lo Stato borghese, pur con qualche decoro democratico. Così finalmente fu l’apparato stalinista a salvare la borghesia italiana da una rivoluzione.

A.R.


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