Internazionale
La crisi greca investe Cipro

I lavoratori ciprioti nella bufera della crisi

Per un paio di settimane, dalla fine del mese di marzo, i fari dei giornali e delle TV sono stati puntati sulla crisi economica che ha investito La Repubblica di Cipro. Un’eventuale bancarotta totale di questa economia è stata descritto come un tassello che avrebbe fatto cadere, una dopo l’altra, le economie europee a cominciare da quelle più deboli. "Salvare" Cipro è diventato per la BCE e l’Unione Europea, un imperativo quasi categorico, perché significava "salvare" l’Europa da un possibile aggravamento della crisi.

L’ingresso della Repubblica di Cipro nell’Unione Europea è un avvenimento piuttosto recente, ed è avvenuto dopo che un referendum, nella primavera del 2004, aveva rifiutato la riunificazione dell’isola che è divisa, dall’invasione turca del 1974, in due parti: la parte nord popolata da turco-ciprioti (Repubblica Turca di Cipro del Nord) e la parte sud popolata da greco-ciprioti (la Repubblica di Cipro, che è l’unica riconosciuta a livello internazionale e teoricamente sovrana di tutta l’isola).
L’euro, ma solo nella parte controllata dalla Repubblica di Cipro, è stato introdotto nel 2007. La Repubblica Turca di Cipro del Nord che è strettamente legata economicamente e politicamente alla Turchia, non ha una moneta propria, circola come moneta ufficiale la lira turca. Il suo livello di sviluppo e molto inferiore a quello della Repubblica di Cipro, che controlla quasi i due terzi della superficie dell’isola e dove vive oltre il 70% della popolazione.
L’isola che dopo il dominio ottomano è stata colonia britannica fino al 1959 ospita due basi militari inglesi di notevole dimensione.

Negli ultimi decenni, superato il trauma dell’invasione, la Repubblica di Cipro si è trasformata in un cosiddetto paradiso fiscale. Per anni vi hanno prosperato banche nelle quali hanno trovato "rifugio" capitali più o meno sporchi. Moltissime società finanziarie e di altro genere hanno eletto l’isola a loro sede. Molte società di navigazione (in gran parte greche) mantengono la loro flotta sotto la bandiera cipriota. Infatti anche se la repubblica ha circa un milione di abitanti "possiede" la decima marina mondiale.

La crisi mondiale ha iniziato a investire la Repubblica di Cipro nel 2009 quando due importanti comparti dell’economia, il turismo e i noli marittimi hanno avuto un sensibile calo. La crisi, rallentata di poco nel 2010 e nel 2011, è riesplosa nel 2012. Il prezzo degli immobili si è ridotto del 30% e la disoccupazione è passata in un anno dal 10,2% al 14%. Le banche che detenevano nei loro forzieri depositi pari a cinque volte il PIL del paese, per buona metà depositi di capitale russo, hanno iniziato ad andare in crisi. Un dei motivi è stato che queste stesse banche che possedevano circa 22-25 miliardi euro del debito greco privato, una cifra superiore al PIL cipriota, hanno subito i contraccolpi della crisi greca. Il taglio del 53,5% del debito greco del marzo 2012, le ha messe in difficoltà. Per "salvare" la Grecia si affondava Cipro. Lo stato cipriota si è trovato ben presto in difficoltà nel raccogliere liquidità per sostenere il settore finanziario. Il prestito ottenuto all’inizio del 2012 dalla Russia, 2,5 miliardi di euro, non era sufficiente. Per cercare di uscire dalle difficoltà il governo è stato costretto a richiedere un salvataggio da parte dell’Europa.

Il piano europeo di salvataggio prevedeva aiuti per 10 miliardi per salvare il sistema bancario. In contropartita il governo, che aveva già deciso nel dicembre scorso tutta una serie di misure, nonostante le forti proteste popolari, (taglio degli stipendi pubblici, delle prestazioni sociali e sanitarie, aumento dell’IVA, delle tasse sul tabacco, sull’alcol e sui carburanti), doveva partecipare al salvataggio con 5,8 miliardi di euro, una somma esorbitante rispetto all’economia del paese, da reperirsi quindi con un prelievo forzoso in tutti i conti bancari sopra i 20.000 euro.
Mentre gli sportelli bancari chiudevano, per impedire che i risparmiatori ritirassero i loro soldi per evitarne il salasso attraverso il prelievo forzoso, si scatenava la rabbia popolare. La popolazione per giorni invadeva le piazze di Nicosia, manifestando contro il governo e la politica europea. Sotto questa pressione, e probabilmente anche sotto la pressione del capitale straniero detenuto nelle banche cipriote, russo in particolare, che non voleva saperne di prelievi forzosi, il parlamento votava conto il piano europeo: su 56 deputati votavano contro 36, 19 si astenevano e uno solo votava a favore. Poco prima del voto il presidente Níkos Anastasiádis, insediatosi da poche settimane, metteva in guardia i governi europei sostenendo che le misure troppo dure non sarebbero state accettate.

È stato necessario un nuovo piano, questa volta impostato senza passare dal parlamento perché inserito in disegno di legge già sottoposto al vaglio dei deputati. I prelievi forzosi sarebbero stati effettuai solamente sui conti sopra i 100.000 euro, il fallimento, ormai inevitabile, della Laikì Bank sarebbe avvenuto in maniera controllata mentre veniva salvata la Banca di Cipro. In Grecia la Banca del Pireo da avrebbe assorbito i numerosi uffici greci delle tre banche cipriote la Laikì Bank, la Banca di Cipro e la Ellinikì Bank.
Il contributo del paese sarebbe avvenuto con una serie di misure fra cui il prelievo di tutti i contanti del fondo pubblico delle pensioni dei lavoratori. Per salvare l’economia dell’isola venivano giocate le pensioni dei lavoratori!
Chiaramente il prelievo dei conti sopra i 100.000 euro poteva essere aggirato perché molti conti milionari erano stati spacchettati in conti inferiori ai 100.000 euro. Inoltre durante i dodici giorni di chiusura delle banche, mentre sull’isola centinaia di migliaia di persone s’ingegnava a vivere senza contanti, chi poteva trasferiva e ritirava i soldi dagli uffici esteri delle banche cipriote che rimanevano aperti.
La crisi inoltre ha messo in evidenza una serie di scandali che ha coinvolto personaggi politici e società cui questi sono collegati, società che fino a pochi mesi prima ingrassavano sui guadagni facili che produce questo paradiso fiscale. Praticamente sono stati coinvolti quasi tutti i partiti politici, dal blocco di centro sinistra che ha governato fino al 2011 ed è raccolto attorno agli stalinisti dell’AKEL, al blocco di centro destra attualmente al governo.

I fatti successi sull’isola negli ultimi mesi indicano come la crisi non si sia fermata, ma che al contrario si estende e si acuisce. I commentatori parlano già di altri paesi che possono essere colpiti dal contagio: la Slovenia con la sua economia sempre più traballante e il Lussemburgo, il paese più ricco dell’Unione Europea, un paradiso fiscale che potrebbe risentire dei contraccolpi di una crisi economica e finanziaria tutt’ora in corso.
Non possiamo sapere con certezza se sia così, quale sarà il prossimo paese e quando. La cosa che invece sappiamo e che i lavoratori più coscienti debbono affrontare questa sfida con consapevolezza, e questo significa che la costruzione e il consolidamento dell’organizzazione per fronteggiare l’attacco della borghesia deve essere preparata da subito, nella maniera più forte ed estesa possibile, coinvolgendo il maggior numero di lavoratori.
È l’unica garanzia per difendersi dalla crisi meglio e più efficacemente di quanto sta accadendo a Cipro, in Grecia, in Spagna o in qualsiasi altro paese europeo.
È l’unica garanzia per imporre obbiettivi operai, come il divieto dei licenziamenti, la spartizione, a salario invariato, del lavoro esistente, il controllo operaio sulle banche.

Corrispondenza da Atene


| Home | Area riservata |

     RSS it RSSIl Giornale RSSAnno 2013 RSSNumero 119 - Aprile - Maggio 2013   ?