Internazionale
Venezuela

DOPO LA MORTE DI HUGO CHAVEZ

Il 5 marzo, il tumore che aveva impedito la piena assunzione della carica presidenziale a Hugo Chavez, dopo la sua quarta vittoria elettorale, nell’ottobre scorso, lo ha alla fine ucciso. Entro trenta giorni dovrebbe svolgersi una nuova elezione in cui Nicolas Maduro, il successore scelto da Chavez stesso dovrebbe difendere gli obiettivi del movimento chavista.

Chavez apparve nel 1992 nella vita politica del Venezuela con un tentativo di colpo di Stato che voleva rispondere alla repressione scatenata dalla socialdemocrazia al governo contro le classi popolari, mentre protestavano contro aumenti di prezzi insopportabili. Dopo il suo tentativo Chavez, fu imprigionato.

Da decenni nel Venezuela la vita politica poggiava sul patto d’alternanza tra due partiti, quello della destra e quello socialdemocratico. Negli anni ’90 il logoramento del sistema politico aprì la strada al movimento di Chavez.

Dopo l’uscita dal carcere, lanciò il “movimento bolivariano” per partecipare alle elezioni. L’evocazione di Simon Bolivar faceva appello al sentimento nazionale delle classi popolari e cercava di attrarre tutti quelli che aspiravano ad un cambiamento. Grazie al discredito dei partiti tradizionali Chavez fu eletto nel 1999 all’elezione presidenziale, facendo capo ad un movimento che ancora stava cercando di definire la propria politica.

Cominciò con la revisione della costituzione, poi con il lancio di “missioni sociali” che offrivano soluzioni di emergenza per l’alimentazione, la casa, l’educazione, la sanità, tra l’altro con l’aiuto di medici venuti da Cuba. Queste missioni stanno alla base della simpatia che la popolazione più povera gli ha dimostrato fino alla morte. In America Latina ci sono enormi disuguaglianze sociali; tutti i politici che, ad un certo momento, hanno un po’ tenuto conto dei bisogni delle classi popolari ne hanno poi ricevuto il sostegno. Questa era stata la politica della stessa socialdemocrazia del Venezuela negli anni ’70.

Tale politica sociale era possibile grazie alla rendita petrolifera di un paese che, da questo punto di vista, è tanto ricco quanto lo è l’Arabia Saudita.

Ma, ovviamente, questa politica non risultava gradita alle classi possidenti, ai banchieri, ai padroni della stampa, all’alta gerarchia militare e a tutta la burocrazia che si arricchiva con la rendita petrolifera a svantaggio delle classi popolari. Nel 2002 tutti questi ceti sociali, incoraggiati dagli Stati Uniti, si mobilitarono per rovesciare Chavez, pensando che il compito sarebbe stato facile. Ebbero la sorpresa di scoprire che i ceti popolari, e perfino parte dell’esercito si mobilitava per difendere Chavez. Così fallì il colpo di Stato.

L’opposizione continuò a denunciare Chavez come un puro dittatore, dimenticando il fatto che in quattordici anni egli organizzò tante elezioni, e anche un referendum che lo avrebbe potuto cacciare dal potere se lo avesse perso.

Stabilizzato il suo potere, Chavez si proclamò il fautore di un “socialismo del ventunesimo secolo” e aggiunse la parola “socialista” al nome del suo partito.

Ma in pratica se lo Stato prese il controllo dell’industria del petrolio, non ci fu nessun esproprio delle classi possidenti. Chavez cercò invece e trovò un compromesso con queste ultime. Compreso alcuni di quelli che avevano provato a rovesciarlo nel 2002, come il re della stampa Cisternos.

Al livello internazionale la rendita petrolifera gli consentì anche di mantenere buone relazioni non solo con Cuba e la Bolivia, ma anche con l’ Argentina o il Brasile. Cercò anche di mantenere legami con dittature, quali l’Iran o la Libia di Gheddafi, ma si trattava innanzitutto di assicurarsi dei mercati. Tra l’altro, nonostante tutte le dichiarazioni anti-imperialiste e anti-americane del suo dirigente il Venezuela è rimasto, come in passato, il principale fornitore di petrolio degli Stati Uniti.

E se Chavez ha mantenuto le missioni sociali che hanno fatto indietreggiare la povertà e gli hanno valso la popolarità, ha anche lasciato svilupparsi una corruzione di cui hanno approfittato certi dirigenti chavisti, a tal punto che si parla di una boli-borghesia.

Dopo la morte di Chavez è probabile che la sua popolarità assicurerà ancora il successo del suo partito alla prossima presidenziale. Ma le rivalità tra i vari clan del partito bolivariano potrebbero accendersi mentre l’opposizione di destra che si sogna la rivincita cercherà anche da parte sua di approfittare della scomparsa di quello che è stato il suo principale bersaglio durante 14 anni.

Rimane una questione per la popolazione del Venezuela : se la politica sociale del dirigente “bolivariano” ha migliorato un po’ la situazione di almeno una sua frazione, la sua sorte dovrà sempre dipendere dalla venuta o meno di un salvatore? Oppure i lavoratori, i poveri di questo paese potranno darsi i mezzi di imporre le loro esigenze alla borghesia e all’imperialismo?

J.F.


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