Internazionale

Due parole sui “fatti di Livorno”

Che cosa è successo veramente a Livorno domenica 2 dicembre? Bisogna partire dal venerdì precedente per comprenderlo. Un piccolo gruppo di qualche decina di manifestanti, venerdì 30 novembre, cerca di entrare nella sala del “Terminal crociere” dove Bersani tiene il comizio conclusivo della sua campagna per le primarie del Centrosinistra. Ci sono i giovani dei centri sociali e una delegazione di lavoratori della “Sodexo” di, società francese che gestisce le pulizie ed altri servizi nelle strutture ospedaliere di Pisa. Questi ultimi vorrebbero trovare nel comizio di Bersani un’occasione per far conoscere la propria situazione: su circa 400 dipendenti, 80 saranno licenziati in seguito alla spending review di Monti. Finisce con qualche spintone da parte della polizia.

Il giorno successivo, i giovani “antagonisti” danno vita ad un presidio in piazza Grande, sotto al Comune. L’intento è quello di protestare per difendere il diritto al dissenso. Anche in questa occasione si parla di non più di cinquanta manifestanti. la polizia intima ai dimostranti di sciogliersi perché non hanno l’autorizzazione a manifestare. I giovani si dirigono allora in corteo verso piazza Cavour e stanno per sciogliersi quando La carica della polizia scatta quando ormai il raggruppamento è ridotto a pochi capannelli. Ci sono alcuni contusi. C’è anche il ferimento di una donna, la madre di un ragazzo che manifestava, che era intervenuta a sua difesa e si è presa per questo un colpo di manganello in testa.

Domenica pomeriggio parte da piazza Cavour un corteo. Alla testa uno striscione con scritto: “Livorno non si piega”. Ma questa volta, mentre procede in direzione della Prefettura, il corteo si ingrossa fino a diverse centinaia di persone. Forse mille. Per chi ha una qualche confidenza con i numeri reali e non con quelli “sparati” dai giornali o dagli stessi organizzatori in occasione di cortei politici o sindacali, questo numero significa qualche cosa. Significa che si è mossa almeno una parte di popolazione che di solito è passiva e indifferente.

Per continuare con la cronaca: i manifestanti arrivano fino a sotto la Prefettura e dal grosso del corteo si staccano pochi elementi che lanciano mortaretti, vernice spray, bastoni e sassi in direzione dell’edificio. La polizia non interviene. È una decisione saggia: l’ “assedio alla Prefettura” dura qualche minuto e poi il corteo torna in piazza Cavour, dove si scioglie.

Il giorno dopo, tutti i giornali, naturalmente, enfatizzano in primo luogo l’ “assalto alla Prefettura”. Accreditano la versione di un’azione violenta di un corteo di “antagonisti” nei confronti di un edificio-simbolo del potere statale. Ma solo uno sprovveduto può pensare che a Livorno ci siano mille “antagonisti”. La verità è molto più “pericolosa” e il comportamento del Questore di Livorno sembra rivelarne la comprensione. Il pestaggio di sabato ha fatto scoppiare l’ira di domenica. Quest’ira è rappresentata dal numero dei partecipanti al corteo. Certamente non da qualche atto sconsiderato di chi, puntualmente, si tratti di una partita di pallone o di una manifestazione di piazza, cerca la propria piccola guerra con la polizia. L’ira sociale c’è. Cova sotto la cenere da troppo tempo e qualsiasi scintilla può farla esplodere.

Ovviamente non riguarda soltanto una città. È l’ira di chi si sente escluso da ogni possibilità di miglioramento della propria condizione, l’ira dei senza-lavoro, dei precari, dei tanti che la crisi sta rendendo poveri mentre un’infima minoranza della popolazione si arricchisce sempre di più. Questa gente continua a sentirsi ripetere il solito ritornello: -I sacrifici sono duri ma necessari. Ma tutti continuano a vedere – perché sono gli stessi mezzi d’informazione a mostrarglielo! – grandi manager, burocrati di stato, politici di professione, pensionati d’oro le cui retribuzioni sono un insulto a qualsiasi senso elementare di giustizia. E a questa prepotenza sociale, esercitata dai più forti ma perfettamente legale, si aggiungono i mille trucchi che la grande borghesia, industriale, finanziaria, rentier, utilizza per evadere il fisco.

Cronisti privi di senso del proprio mestiere e commentatori benpensanti continuino pure a fare del malcontento sociale una questione di ordine pubblico. Fatti come quelli di Livorno preannunciano ben altri sommovimenti sociali.


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