Internazionale

Sudafrica: la lotta dei minatori

Nel Sudafrica, ottobre è stato il terzo mese dell’ondata di scioperi selvaggi. Cominciata nella miniera Lonmin di Marikana agli inizi di agosto si è poi estesa all’intero settore del platino dopo il massacro di 34 scioperanti di questa miniera il 16 agosto. Lungi dal fermarsi, lo sciopero ha coinvolto altri settori delle miniere, nonostante la politica sempre più repressiva, sia dello Stato che del padronato.

Il malcontento scoppia dappertutto

A metà settembre, mentre i minatori di Marikana ottenevano sostanziali concessioni da parte della Lonmin, il movimento si è sviluppato coinvolgendo i settori del cromo, dell’oro, del carbone, del ferro e del diamante.

Il 7 ottobre, di fronte al continuo sviluppo del movimento, la Camera delle miniere di Johannesburg, organismo padronale che raggruppa le principali compagnie, suonava l’allarme. Secondo la sua stima, 24 compagnie erano ormai paralizzate, con un totale di 100 000 scioperanti, senza neanche tener conto del 40 % di operai delle ditte d’appalto impiegati nelle grandi miniere.

Per di più, nel frattempo, gli scioperi cominciavano ad incoraggiare i lavoratori di altre industrie.

Così, il 27 settembre, gli operai della fabbrica Toyota di Durban iniziavano uno sciopero selvaggio per i salari, un fatto rarissimo nel settore automobile in questi ultimi anni, ottenendo soddisfazione dopo quattro giorni di sciopero. Poco dopo, questa volta nella provincia del Limpopo, dalla parte opposta del paese, furono gli impiegati comunali ad iniziare uno sciopero selvaggio per i salari. Durante quelle settimane iniziò anche uno sciopero nazionale di alcune decine di migliaia di camionisti salariati, che potrebbe coinvolgere i lavoratori di Transnet, il monopolio statale delle ferrovie e dei porti.

Finora non sembra che questi movimenti abbiano trovato modo di coordinarsi, ma la loro coesistenza costituisce di per se un fattore di generalizzazione delle lotte e della crisi sociale sudafricana.

Repressione e tentativi di ripresa in mano

Nel frattempo gli avversari non sono rimasti senza reazioni. Fin dal 14 settembre, il ministro della Giustizia ha preso misure eccezionali. Nei giorni successivi, il presidente Zuma ha autorizzato lo spiegamento dell’esercito nell’intero paese per “rafforzare la polizia”. Dappertutto, le autorità hanno avuto l’ordine di vietare le manifestazioni o raduni pubblici che gli sarebbero stati segnalati.

In alcune regioni toccate dai movimenti di sciopero, come quella del Rustenburg o nel bacino aurifero di Carletonville, i lavoratori in sciopero non si sono lasciati intimidire e vere e proprie battaglie con la polizia e l’esercito sono scoppiate, in cui i lavoratori si sono difesi erigendo barricate e dando fuoco ai veicoli delle forze repressive. Almeno quattro lavoratori sono stati uccisi dalla polizia durante questi scontri, anche se è impossibile conoscere il numero esatto delle vittime.

A loro volta, le grandi compagnie sono passate all’offensiva. Il 5 ottobre, il numero uno del platino, la Anglo American Platinum, ha annunciato il licenziamento immediato di 12 000 scioperanti. L’indomani, un’altra compagnia del settore del platino, anch’essa filiale del gigante Anglo-American Platinum, ha licenziato altri 2 500 scioperanti. Un altro gigante, del settore dell’oro questo volta, la Gold Fields, ricorse al ricatto minacciando il 19 ottobre di licenziare le migliaia di lavoratori che scioperavano ancora in una sua miniera.

Da parte sua, la direzione del sindacato dei minatori ha cercato di riconquistarsi qualche credito nei confronti dei lavoratori, presentando le trattative con la Camera delle miniere come “aumenti di salari di fatto”, senza dare cifre precise.

Basteranno queste manovre a ripristinare l’ordine, come spera la coalizione del potere, dei dirigenti sindacali e delle compagnie minerarie? Il compito non sembra facile, come ha sperimentato Zwelinzima Vavi, dirigente della confederazione sindacale Cosatu, che cercava di convincere gli scioperanti di una miniera d’oro del centro del paese di riprendere il lavoro dopo le vaghe promesse della Camera padronale e fu accolto da lanci di pietre da parte dei lavoratori.

Malgrado la feroce repressione, malgrado le minacce e le migliaia di licenziamenti, malgrado le promesse del governo di “darsi da fare per migliorare le infrastrutture delle città minerarie del paese”, l’agitazione sociale non sembra del tutto placata, e la classe operaia sudafricana sta dimostrando quale forza può rappresentare quando si mobilita per i propri interessi.

A. H.


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