Internazionale
Cina

Una rivolta contro lo sfruttamento

Domenica 23 settembre la fabbrica Foxconn di Taiyuan, nel Nord della Cina, è stata teatro di una sommossa che ha mobilitato 2000 operai. La sommossa è finita alle tre del mattino, dopo l’intervento di 5000 poliziotti. Ci sarebbe stata una quarantina di feriti.

All’origine del movimento di protesta ci sarebbe un’episodio di violenza: una guardia della fabbrica avrebbe picchiato un lavoratore e ciò avrebbe scatenato la reazione dei suoi compagni di dormitorio. La direzione della Foxconn ha minimizzato i fatti evocando una semplice ”rissa tra i salariati”.

Il gruppo taiwanese Foxconn, primo produttore mondiale di componentistica elettronica, lavora tra l’altro per la Apple, la Nokia e la Sony. Questo gruppo che in Cina incassa il più forte fatturato all’esportazione impiega più di un milione di salariati, di cui la metà sono concentrati sul suo sito principale di Shenzhen vicino a Hong Kong e 79000 nella fabbrica di Taiyuan.

A questa fabbrica la società Apple è tanto più affezionata in quanto produce i contenitori dell’Iphone 5. Ma dietro questo gioiello elettronico si nascondono condizioni di lavoro intensive e salari bassissimi. Un giornalista cinese vi ha constatato lo stato schifoso delle stanze, piene di rifiuti e dall’odore difficilmente sopportabile. "Quando ho aperto un armadio, ne è sorta una massa di scarafaggi, e le lenzuola date ai nuovi assunti erano insudiciate”.

I lavoratori sono costretti a firmare una clausola di confidenzialità in cui devono accettare “tutti i pericoli”, compreso “l’inquinamento tossico”. La Foxconn dispone di 13 procedure di ricompensa ma anche di settanta tipi di punizione. La prima consegna è : “ubbidire”. “Voi potreste sentirvi a disagio di fronte al modo in cui siete trattati, ma questo è per il vostro bene”, spiegava un membro dell’inquadramento agli operai. Un universitario cinese che ha studiato il gruppo Foxconn ha trovato un’altra definizione : secondo lui queste fabbriche sono “campi di lavoro”.

Gli operai le chiamano “fabbriche del suicidio” perché nel 2010 ci fu lì un’ondata di suicidi. 14 lavoratori sono morti lanciandosi dalle finestre del loro dormitorio. Da quel momento l’impresa ha fatto firmare ai nuovi assunti un documento per cui in caso di suicidio le loro famiglie non possano chiedere un indennizzo. Non per questo i suicidi sono finiti. Nel gennaio scorso nella fabbrica di Wuhan 150 lavoratori sono saliti sul tetto e hanno minacciato di suicidarsi insieme per esigere un cambiamento nelle condizioni lavoro.

Nella fabbrica di Tiyuan, ogni giorno seicento lavoratori non tornano al lavoro e si cercano un lavoro meno faticoso. Secondo un ex operaio “è solo una grande fabbrica da super sfruttamento dove l’operaio è considerato un elemento intercambiabile che non ha diritto alla parola. I sindacati ufficiali che dovrebbero difendere i nostri interessi sono un bidone. I guardiani e i capi ci insultano tutta la giornata e le libertà individuali non esistono”. Non c’è dà stupirsi che nel marzo scorso si sia svolta un’enorme manifestazione di lavoratori per denunciare le condizioni di lavoro e le menzogne della direzione che aveva promesso un aumento di salario... e non l’aveva dato.

Secondo il China Labour Bulletin, pubblicazione d’informazione sulla situazione degli operai cinesi, alla Foxconn “la violenza rimane qualche volta l’unico modo di esprimersi e anche i peccatucci possono rapidamente degenerare. Tra l’altro ci sono state altre sommosse alla Foxconn: a giugno sul sito di Shengdu e a Shenzhen quando un operaio fu trovato morto in un dormitorio.

I dirigenti cinesi hanno aperto grandi i cancelli al capitalismo più selvaggio e nella cosiddetta “fabbrica del mondo” impera lo sfruttamento altrettanto selvaggio di centinaia di milioni di operai. Con il capitalismo sorge il suo affossatore, la classe operaia, che pur maltrattata che sia sta scoprendo la forza dell’azione collettiva.

J.F.


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