Internazionale

Ben Ali è fuggito, il suo sistema non deve restare in piedi

{{Quello che segue è l’editoriale di "Lutte Ouvrière" , settimanale trotskista francese, del 17 gennaio scorso, sui fatti di Tunisia. }} La fuga del dittatore Ben Ali è in primo luogo una vittoria dei lavoratori, dei disoccupati, dei giovani, delle classe popolari di Tunisia dopo un anno di mobilitazioni. Dopo il gesto di un giovane venditore ambulante, che si è immolato col fuoco per protestare contro i soprusi della polizia, le manifestazioni non hanno cessato di estendersi contro una situazione sociale disastrosa fatta di disoccupazione e di miseria per la maggioranza della popolazione, e contro l’attitudine di un regime capace soltanto di rispondere con la repressione. Malgrado le pallottole della polizia e i numerosi morti e feriti, la determinazione dei manifestanti non si è per niente affievolita. Il movimento, partito da una piccola città, si è esteso a tutto il paese e non ha lasciato a Ben Ali altra alternativa che la fuga. Il dittatore considerato inamovibile, al potere da 23 anni, sostenuto da un enorme apparato poliziesco e appoggiato dalle grandi potenze, e in particolare dalla Francia, ha dovuto riconoscersi vinto. Si è visto che un movimento di classi popolari, quando queste si mobilitano e sono decise a non sopportare più ciò che è insopportabile, può capovolgere tutto! Nello stesso tempo, quello che accade dal 14 gennaio, giorno dell’uscita di scena di Ben Ali, mostra che la vittoria non è per niente acquisita. Gruppi armati di partigiani del vecchio regime potrebbero ancora colpire. L’esercito si presenta come una protezione contro questi gruppi ma è anche questo che controlla direttamente le città, vorrebbe esercitare una gran parte del potere e impedire alla popolazione di regolare i conti con i protetti della dittatura che per anni hanno saccheggiato il paese. Infine, per quanto "garantito" da qualche personalità dell’opposizione, il governo resta nelle mani di uomini che fino a pochi giorni fa erano i fedeli servitori di Ben Ali. Chiaramente, se tutta questa gente ha ritenuto che fosse necessario sbarazzarsi di questo dittatore divenuto troppo impopolare, è solo per tentare di salvaguardare l’essenziale del loro potere e il dominio delle classi privilegiate. Ma i lavoratori, i disoccupati, i giovani non si sono sacrificati, non hanno versato il loro sangue per un cambio di facciata del potere. Si sono levati contro di esso con delle aspirazioni chiare: finirla con la mancanza di libertà e soprattutto con la disoccupazione, la povertà, le ineguaglianze, l’ingiustizia, lo sfruttamento e la corruzione. Oggi li vediamo tentare di organizzarsi e di armarsi da soli per far fronte ai partigiani dell’ex dittatore. E, in effetti, per soddisfare le loro aspirazioni, non possono affidarsi a uomini che ancora ieri governavano con Ben Ali, anche se ora fanno promesse di democrazia. Non possono fare affidamento che sulle proprie forze, sulla capacità dei lavoratori e della popolazione di organizzarsi e di imporre i propri diritti. Abbiamo già visto dittature come quelle di Ben Ali crollare per essere rimpiazzate da regimi che non sono per niente migliori. Per imporre che la caduta del dittatore sfoci in un vero cambiamento sociale, i lavoratori, le classi popolari della Tunisia dovranno ancora lottare. Nella loro lotta contro Ben Ali hanno dimostrato che possono averne la forza. La loro lotta deve essere anche la nostra. La classe operaia di Francia e quella di Tunisia sono legate da una storia comune, dalla presenza di numerosi lavoratori tunisini che hanno dovuto venire qui a guadagnarsi la vita. Ma esse sono legate anche perché i padroni che ci sfruttano qui in Francia sono sovente gli stessi che regnano in Tunisia e che hanno prosperato sotto la dittatura di Ben Ali. Lavoratori francesi e tunisini – ma anche algerini, marocchini, africani… - siamo fratelli contro gli stessi sfruttatori. E la disoccupazione, la miseria che si estendono là come qui, derivano dalla stessa crisi del sistema capitalista di cui si vorrebbe far pagare il prezzo alle classi più povere. I nostri fratelli di Tunisia ci hanno appena mostrato come si può far cadere un dittatore. La lezione ci deve servire perché noi subiamo insieme un’altra dittatura, più nascosta ma altrettanto inammissibile: quella dei ricchi e degli speculatori, dei grandi capitalisti e dei banchieri.

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