Internazionale

TARANTO, “DISASTRO DOLOSO”. I CRIMINI IMPUNITI DELL’ILVA

Taranto, 20 agosto: il Tribunale del Riesame deposita le motivazioni della sentenza con la quale il Gip ha disposto il sequestro dell’area a caldo dell’Ilva e gli arresti domiciliari per 8 dirigenti ed ex dirigenti del Gruppo. Nell’ordinanza il GIP conclude che "Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”. Come i fatti già dimostravano, l’Ilva si è arricchita sulla pelle dei lavoratori e degli abitanti di Taranto, perché le modalità di gestione hanno provocato consapevolmente un disastro e sono un pericolo per l’incolumità pubblica.

Che avrebbe dovuto fare il vescovo di Taranto dopo gli arresti e il sequestro degli impianti Ilva disposto dalla magistratura il 26 luglio scorso? Ovvio, organizzare una bella fiaccolata fino alla Chiesa del Divin Lavoratore, con tanto di Cristo tra le ciminiere, per illuminare gli animi e predisporli alla cristiana rassegnazione, e far pressione sugli organi di giustizia predicando: “Confidiamo in una revisione del tribunale”. La Chiesa tarantina non dimentica i benefattori, e patron Riva è stato di manica larga nel concedere oboli ed elemosine di un certo peso, se pare che abbia elargito negli anni assegni per 300.000 euro, allargando del resto la cerchia dei beneficiari anche a innumerevoli altre associazioni di tutti i tipi nel territorio di Taranto, politiche comprese. Cosicché qualche giorno dopo, con il secondo provvedimento del Gip che confermava come gli impianti dovessero restare in funzione soltanto a scopo di risanamento ambientale, non restava all’insigne prelato che invocare “la Madonna della Salute […] e lo Spirito Santo perché guidi tutti coloro che hanno responsabilità per tutelare le famiglie dei nostri operai e per evitare quella tanto scongiurata disoccupazione di massa” (La Repubblica, 13.8.12). Più che lo Spirito Santo è l’obiettivo di realizzare profitti a guidare le azioni dei capitalisti; e quanto alla tutela degli operai e delle loro famiglie, nonché per scongiurare la disoccupazione di massa, conviene che i lavoratori contino solo su se stessi e le proprie capacità di lotta: e non lo faranno certo accettando di continuare a produrre in mezzo ai veleni.

Non che negli anni sindacalisti, politici e istituzioni – di qualsiasi colore – si siano spesi molto, salvo eccezioni, per denunciare quello che stava accadendo, e far pagare i responsabili. Tutti hanno lasciato fare e protetto gli interessi dell’impresa. Ma d’altra parte, come ci fa sapere la stampa nell’agosto rovente di Taranto, commentatori e sindacalisti di area cattolica hanno insegnamenti letteralmente letali da dispensare ai lavoratori: scioperare (per conto di Riva) contro i magistrati che “ci buttano sul lastrico”, e fare il proprio dovere continuando a produrre e sperando nella Madonna della Salute per non prendersi un cancro, tutt’al più chiedendo a gran voce soldi pubblici per risanare gli impianti privati del loro munifico padrone. L’alibi sarebbe che l’inquinamento provocato dall’ILVA dipende dagli anni della gestione pubblica: “Il gip Todisco rischia di portarci sul lastrico, di farci perdere il lavoro. Se i tumori ai polmoni aumentano del 30% rispetto alla media nazionale è perché fino al ’92 non c’era l’Ilva dei Riva ma l’Italsider pubblica e trovavi l’amianto ovunque” (Mimmo Panarelli, segretario Fim Cisl, La Stampa 14.8.12). L’Ilva è stata una società pubblica dal 1965, anno dell’inaugurazione, al 1995. Da quasi vent’anni è stata ceduta ai Riva, e ovviamente non c’è traccia di risanamento ambientale nella gestione privata, se i bambini del quartiere Tamburi hanno i polmoni di chi fuma 40 sigarette al giorno, e le emissioni di diossina avvelenano il territorio, tanto che il pascolo degli animali è vietato per 20 km. intorno allo stabilimento e periodicamente vanno al macero le cozze allevate nel Mar Piccolo, mentre le emissioni di PM10 avrebbero causato 637 morti solo nei quartieri Tamburi e Borgo. Globalmente, per tutti i veleni dispersi nell’ambiente, si stimano almeno 11.550 morti, con una media di 1650 l’anno.

I Riva si sono ampiamente ripagati in profitti il costo (peraltro – pare – irrisorio) degli impianti, e hanno realizzato 3 miliardi di euro di utili solo negli ultimi due anni. Avrebbero continuato così, e ancora non disperano di continuare a farlo, sulle spalle dei lavoratori e degli abitanti di Taranto. Il ricatto del lavoro in cambio della salute è inaccettabile, ed è inaccettabile che una cricca di impresari senza scrupoli possa mercanteggiare ancora, mettendo sul piatto – e solo perché costretta – la miseria di 90 milioni per costruire “una barriera intorno ai parchi minerali”, chiedendo con l’altra mano un intervento pubblico – per ora sono 336 milioni per le prime bonifiche, già stanziati con decreto il 7 agosto. E tutto mentre si parla di cassa integrazione, e forse di licenziamenti, per i lavoratori. Il presidente dell’Ilva Bruno Ferrante non si fa scrupolo di affermare: “Se ci bloccano la produzione, la prospettiva si complica non solo per i quasi 12.000 dipendenti ma anche per tutto l’indotto” (La Stampa, 12.8.12).

E’ l’impresa che ha inquinato e avvelenato un territorio, è l’impresa che ha realizzato profitti favolosi, ma sono i lavoratori che – dopo essersi ammalati di cancro con le loro famiglie – dovranno pagare il prezzo in termini di cassa integrazione, e domani di licenziamento. E’ un ragionamento che non fa una piega, come se fosse una logica conseguenza: “Il secondo provvedimento del Gip sembra voler dire che gli impianti devono restare in funzione non per produrre acciaio, ma per essere ambientalizzati. Una cosa singolare, perché non si capisce come si possa costringere l’imprenditore a una attività di questo tipo. L’Ilva dovrebbe pagare gli operai senza produrre nulla” (l’Unità – ex organo dell’ex sedicente partito dei lavoratori - 13.8.12).

Certo che dovrebbe farlo. Dovrebbe pagare gli operai senza produrre, per tutto il tempo che occorre. Se lo può permettere. Può restituire una parte dei profitti che si è accaparrata commettendo reati gravissimi, e può essere anche costretta a farlo: perfino secondo i codici del diritto borghese, e perfino secondo il dettato costituzionale, che tutti sbandierano quando si tratta solo di fare esercizio retorico. L’art. 43 della Costituzione prevede che si possano espropriare ai fini di utilità generale le imprese che abbiano carattere di preminente interesse generale. Quindi ci sono tutti gli strumenti legislativi, come ci sarebbero anche le conoscenze e le risorse tecniche. Ma i Riva possono permettersi di dettare le loro condizioni, col consenso generale.
Mancano i rapporti di forza. I lavoratori non devono pensare di non riuscire a rovesciarli. Se la società è organizzata per consentire lo sfruttamento e l’esclusiva tutela di chi sfrutta, i lavoratori devono essere consapevoli della forza che è nelle loro mani. Mandano avanti la più grande acciaieria d’Europa, un polo strategico che tutti sanno di non poter semplicemente abbandonare. E’ un cuneo importante da utilizzare. Non bisogna avere solo paura di perdere.


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