Internazionale
Cassa integrazione alla Fiat di Pomigliano

E’ sempre più una chimera la riassunzione degli operai tuttora fuori dalla NewCo

E’ stato un amaro rientro dalle ferie quello dei 2000 operai Fiat di Pomigliano. L’azienda li metterà in cassa integrazione dal 24 al 28 settembre e dall’1 al 5 ottobre «a causa della persistente situazione di crisi del mercato automobilistico europeo ed italiano».
Dov’è finito il taumaturgico piano di rilancio dello stabilimento che avrebbe permesso la riassunzione di tutti i lavoratori?
A più di due anni dall’accordo separato tra Fiat, Fim e Uilm, oltre 2000 operai restano ancora fuori dalla NewCo Fabbrica Italia. Il fatto che i loro compagni di lavoro riassunti siano stati oggi rimandati a casa ci fa dire che il loro rientro è sempre più lontano.
Le avvisaglie di un’imminente sospensione lavorativa si erano già manifestate a metà agosto, quando la Corte d’Appello di Roma confermava l’esecutività della sentenza del 21 giugno scorso, che aveva ordinato l’immediata riassunzione dei 145 operai Fiom discriminati (vedi “L’Internazionale” di luglio 2012). L’azienda rispondeva con la minaccia di mettere in cassa, se non in mobilità, un numero di lavoratori corrispondente a quello dei riassunti per ordine del tribunale. E’ più che evidente, d’altronde, la strumentalità della messa in cig proprio a ridosso dell’udienza definitiva prevista per il 9 ottobre prossimo sul ricorso presentato dalla Fiat contro il merito del provvedimento insieme a quello, già respinto, sull’esecutività dello stesso.
All’arroganza aziendale si affianca l’inadeguatezza delle direzioni sindacali che continuano a ripetere il ritornello stonato sulla necessità di assegnare un nuovo modello al “Giambattista Vico” per garantire la saturazione degli impianti e la piena occupazione. Non è bastato illudere i lavoratori sulla bontà del varo della “Nuova Panda”? E’ forse sfuggito ai soloni di Cgil, Cisl e Uil che in agosto la produzione delle auto Fiat è crollata del 20% rispetto all’anno scorso? Non vedono che la crisi finanziaria internazionale dell’ultimo quinquennio è soltanto il drammatico e ineluttabile epilogo di una crisi sistemica di sovrapproduzione di quarantennale memoria?
Anziché supplicare la Fiat di non chiudere gli stabilimenti in Italia e di rilanciare la produzione con fantomatici nuovi investimenti, costoro farebbero meglio a rilanciare la lotta sulla base di un piano di rivendicazioni in grado di restituire la fiducia nelle proprie forze ai lavoratori oggi costretti a rispondere in modo frammentato e spesso disperato ad un attacco sempre più violento al salario e al posto di lavoro.

Corrispondenza da Napoli


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