Internazionale

La campagna di Nathalie Arthaud candidata di Lutte Ouvrière all’elezione presidenziale in Francia

Comizio allo “Zenith” di Parigi il 15 aprile 2012

Da “Lutte de classe” n° 144 – Maggio 2012

Candidata di Lutte Ouvrière all’elezione presidenziale in Francia, Nathalie Arthaud ha ottenuto lo 0,56% dei voti al primo turno di questa elezione, il 22 aprile 2012. Questo suo discorso allo “Zenith” di Parigi il 15 aprile, durante un comizio nazionale, è anche un riassunto della campagna elettorale di Lutte Ouvrière.

Lavoratrici e lavoratori, compagni e amici,

Il 22 aprile, giorno del primo turno dell’elezione presidenziale, si riconosce agli elettori il diritto di esprimere con il voto un’opinione vicina a quello che pensano. Certamente questo diritto è limitato, inquadrato, ma esiste ancora al primo turno. Invece al secondo turno rimarranno solo due candidati, molto probabilmente Hollande e Sarkozy.

Le regole del gioco elettorale fanno sì che i loro rispettivi discorsi si assomiglieranno ancora di più. Gli istituti di sondaggi danno a ciascuno circa il 30% dei voti al primo turno. Hollande è quasi sicuro che l’elettorato di Mélenchon lo sosterrà al secondo turno, il che lo porterà al pari di Sarkozy a provare a sedurre l’elettorato di Bayrou.

Al di là della loro etichetta e della differenza di stile, questi due politici di professione si sono formati durante la loro carriera per servire, una volta eletti, l’interesse della classe che domina questa società: la società capitalista.

Tutte le istituzioni della borghesia, così come tutti i grandi mass media, si sforzano di abituare l’opinione pubblica all’idea che solo il secondo turno conta, poiché è quello che decide chi sarà il futuro presidente della Repubblica.

Ma io chiamo gli elettori delle classi popolari ad utilizzare il primo turno per esprimere non solo il rifiuto dell’uomo che oggi occupa l’Eliseo, ma anche il rifiuto del sistema economico e sociale. Un sistema in cui, appunto, a vivere con più difficoltà sono quelli che producono e fanno funzionare tutto, mentre i ricchi parassiti che non fanno niente di utile accumulano fortune sempre più importanti.

Sarkozy, lo abbiamo visto all’opera. Ha cominciato il suo mandato moltiplicando i regali ai più ricchi: sgravi di imposte sulle successioni, sugli investimenti, sui grandi patrimoni. E con la crisi l’unica preoccupazione di Sarkozy è stata di salvare i banchieri, di aiutare gli industriali a passare il momento difficile. Tutto ciò che questi signori hanno chiesto, lo hanno avuto.

I lavoratori invece hanno ricevuto solo colpi. La "riforma delle pensioni", con l’obbligo per i salariati di lavorare più a lungo per una pensione in diminuzione; decine di migliaia di soppressioni di posti di lavoro nei servizi pubblici, da cui risulta che il governo è stato il più grande esecutore di licenziamenti in tutto il Paese; i piani di austerità nascosti sotto altri nomi; gli innumerevoli tagli ai diritti sociali.

Di tutto questo Sarkozy è molto fiero, e se sarà rieletto promette di andare avanti in nome della lotta contro il deficit, con ciò che non sarà altro che un terzo piano di austerità. L’avere soppresso 80.000 posti di lavoro nell’educazione non gli basta, vuole continuare. Certamente la mancanza di insegnanti non si vede molto nella sua città di Neuilly, dove le supplenze sono garantite e dove si può studiare senza problemi anche con tre o quattro alunni di più in ogni classe, ma non nei quartieri e nelle città popolari, dove sempre più giovani hanno difficoltà e sono sommersi in classi di 25 o 30 alunni. Si dice di questi alunni che non possono avere successo e anche, qualche volta,che non sono fatti per studiare. Ma è la scuola che li ha rigettati e li espelle.

Sarkozy promette anche nuovi sacrifici nella sanità. Ma migliaia di posti di ospedalieri sono già stati soppressi, con la conseguenza di migliaia di posti in meno negli ospedali e la chiusura di interi servizi di ospedali ostetrici. Curarsi costa sempre più caro ed è ormai un problema per molti.

Non voglio continuare ad elencare tutte le misure prese da Sarkozy per favorire i più ricchi, né tutte quelle che ogni volta hanno peggiorato le condizioni di esistenza dei lavoratori. Le abbiamo subite tutti. Oltre le decisioni che dipendono dal governo e di cui lui e i suoi complici sono direttamente responsabili, Sarkozy ha innanzitutto lasciato le mani libere al grande padronato, ai banchieri, alla grande borghesia per recuperare a danno degli sfruttati i profitti e i dividendi che il mercato della loro economia in crisi non era più capace di produrre.

Nella sua recente lettera ai francesi Sarkozy spiega che "nel 1929 i paesi si sono isolati (..) e dieci anni dopo il mondo sprofondava nel conflitto più barbaro di tutti i tempi". E poi aggiunge senza timore di far ridere: "nel 2009 la Francia ha convinto gli americani a dare vita al G8, (...) le cui decisioni hanno evitato il peggio”. Non avremmo mai creduto che Sarkozy avesse risparmiato al mondo una terza guerra mondiale.

Dopo essere stato avvocato d’affari, sindaco della città più ricca di Francia, presidente della Repubblica, imbonitore di prima classe, Sarkozy si fa storico, profeta o addirittura salvatore del mondo. Quindi avrà numerose possibilità di riconversione dopo il 6 maggio.

Il candidato del Partito Socialista François Hollande

 Ma se i dirigenti socialisti tornano al potere, cosa faranno? Impediranno al padronato di licenziare, di chiudere le imprese, costringeranno ad aumentare i salari? Se sarà eletto, François Hollande costringerà il padronato ad assumere?

 Ma no, non lo farà. E sicuramente non perché in questa campagna non lo ha promesso, ma perché al potere i socialisti hanno sempre lasciato che i padroni facessero ciò che volevano. L’unica promessa di Hollande riguarda le pensioni. Ma più ci si avvicina alle elezioni, e più diventa chiaro che la pensione a 60 anni sarà impossibile per la grande maggioranza. In realtà questa promessa riguarda solo quelli che hanno cominciato a lavorare a 18 anni, a condizione di avere 41 anni e mezzo di contributi, cioè senza periodi di disoccupazione né periodi di lunga malattia. Allora che promessa è?

 Sia sulla promessa dei contratti di generazione, sia sulla creazione di posti di lavoro nell’educazione, o sulle pensioni, Hollande si attiene allo stretto minimo, pur spiegando che interventi supplementari rispetto a queste magre misure saranno condizionati dalla crescita, e che bisognerà innanzitutto pagare il debito.

 L’unica audacia che Hollande si sia consentita in questa campagna è la proposta di tassare al 75% la parte dei redditi dei più ricchi eccedente il milione di euro. Ma non è sicuro che questa misura sarà attuata, tanto si moltiplicano le voci, anche a sinistra, per dire che potrebbe essere considerata anticostituzionale. E comunque non sarà questa misura a diminuire le tasse pagate dai lavoratori.

 L’unico impegno fermo preso da Hollande è nei confronti dei banchieri. E insiste, come Sarkozy, sulla necessità di tornare all’equilibrio dei conti pubblici e di rimborsare il debito dello Stato al più presto, anche se questo debito è quello della borghesia, e dovrebbe essere la borghesia a rimborsarlo.

 Certamente Hollande ci promette una politica di austerità più giusta, ma questo non cambia niente al fatto che toccherebbe alle classi popolari pagare. Hollande ci ha tenuto durante la campagna a ricordare ai finanzieri della City di Londra che la sinistra al potere si è sempre mostrata un buon gestore, che ha saputo privatizzare e liberalizzare la finanza.

 Allora tutto è stato detto: se ci sarà un governo socialista, farà ciò che la finanza imporrà. Se Hollande sarà eletto, i sacrifici andranno avanti. I colpi invece di venire dalla destra verranno dalla sinistra. Quindi se i lavoratori hanno tutti i motivi di detestare Sarkozy, non hanno nessun motivo di fidarsi di Hollande.

Jean-Luc Mélenchon, candidato del Fronte di sinistra

 In fondo l’unica carta vincente di Hollande agli occhi dell’elettorato popolare è il fatto di apparire come quello che può battere Sarkozy. Per il resto non ci sono tante illusioni su di lui.

 Questa reticenza ad accodarsi a Hollande fa la fortuna di Mélenchon. Con le sue arie da tribuno e i suoi discorsi contro le potenze del denaro, Mélenchon ha saputo attrarre un certo numero di elettori di sinistra critici nei confronti di Hollande. Ha saputo attrarre anche una parte di quelli che pensavano di astenersi al primo turno.

 Ma tutti sanno che, ed è questa la differenza con Hollande, è il suo radicalismo verbale ad attrarre gli elettori, il che non impedirà a Mélenchon di portare il suo elettorato a Hollande e di iscriversi nella sua maggioranza di governo.

 Mélenchon è riuscito, almeno per il tempo della campagna elettorale, a riprendere la funzione assunta a lungo dal Partito comunista, quella di raccogliere dei voti per il Partito socialista. E i militanti del Fronte di sinistra ripetono ciò che era il discorso del Partito comunista ai tempi di Marchais: più sarà importante il voto a favore di Mélenchon, e più potrà influire sulla politica dei socialisti.

 No, il risultato di Mélenchon non influenzerà la politica di Hollande, che sarà infinitamente più sensibile alle pressioni del gran padronato che non a quelle degli elettori di Mélenchon. Non la influenzerà più di quanto era riuscito l’elettorato di Marchais ad impedire la svolta del governo socialista verso la politica di austerità.

 Eppure Marchais aveva raccolto, al primo turno della presidenziale del 1981, altrettanti voti di Mélenchon al massimo dei sondaggi. Ma aveva avuto un bell’agitarsi, lui e i quattro ministri del PCF, non era riuscito ad impedire al governo di bloccare i salari, di licenziare in massa nella siderurgia. Solo quando il Partito comunista si è reso conto che questo appoggio a Mitterrand demoralizzava i militanti e allontanava gli elettori, i ministri comunisti hanno dato le dimissioni.

 Quindici anni dopo, segno dell’evoluzione del PCF, i ministri comunisti ammessi da Jospin nel suo governo avevano scelto di approvare tutte le misure antioperaie e di rimanere zitti.

 Che Mélenchon o i suoi compagni di strada del Partito comunista partecipino o meno al futuro governo d’Unione della sinistra, questo non renderà la politica di Hollande migliore. Avranno solo contribuito a sostituire, presso una frazione dell’elettorato, le illusioni verso Hollande con le illusioni verso Mélenchon.

 Dire ai lavoratori che basta votare bene per avere un buon governo di sinistra è sempre un modo per ingannarli. E con la crisi, oggi lo è ancora di più. Più la crisi peggiora, meno c’è posto per un "buon governo di sinistra" che almeno sotto certi aspetti potrebbe tutelare i lavoratori. Ci sarà solo un governo di assalto della borghesia. Ciò che è successo in Grecia con il governo socialista di Papandreu e in Spagna con Zapatero insegna. Il capitale finanziario non ha lasciato alcuna scappatoia, alcun margine di manovra a questi governi di sinistra. Non ne lascerà di più in Francia.

 Non c’è dubbio che se la crisi peggiora, che il governo sia di destra o di sinistra, imporrà ai lavoratori gli stessi sacrifici imposti ai lavoratori greci e spagnoli oggi, i tagli al salario o alle pensioni e la demolizione dei servizi pubblici, la disoccupazione forzata.

 Si sente dire da tutte le parti che "bisogna battere Sarkozy", che "non potrà essere peggio". Ma sì, può essere peggio, perché la crisi può prolungarsi e peggiorare, e sia con Hollande che con Sarkozy i colpi ci saranno. E se i colpi verranno dalla sinistra, non saranno per questo migliori. Quindi, che sia l’uno o l’altro, bisogna prepararci a difenderci con le nostre forze, con le nostre lotte.

Destra, sinistra e politica estera

 Se c’è un campo in cui sinistra e destra al governo non fanno neanche finta di essere diversi, è in materia di politica estera e in materia di militarismo. Sono d’accordo per condurre la stessa politica imperialista.

 Ma chi nelle classi popolari ha interesse che l’esercito francese faccia in Afganistan una guerra che provoca l’odio della popolazione di questo paese? Chi ha tratto vantaggio dai bombardamenti sulla Libia, a parte la sola Dassault, perché questa guerra ha rappresentato una pubblicità gratuita per il suo aereo Rafale? Chi nelle classi popolari ha avuto interesse all’intervento delle truppe francesi in Costa d’Avorio?

Ci si parla di "difesa nazionale". Ma chi è che ci ha attaccati? L’Afganistan, la Libia, la Costa d’Avorio? Dalla seconda guerra mondiale, da quasi settant’anni, nessuno ha attaccato la Francia, mentre l’imperialismo francese da parte sua ha condotto ignobili guerre coloniali, dal Vietnam al Madagascar, dall’Algeria al Camerun. In questo campo non c’è alcuna differenza tra la sinistra e la destra di governo.

 Una politica fedele agli interessi dei lavoratori deve opporsi alla presenza nelle ex colonie d’Africa delle truppe francesi, che sono lì solo per proteggere i regimi al servizio degli interessi del gran capitale francese, anche quando i loro popoli li rigettano. Una politica fedele agli interessi dei lavoratori deve opporsi agli interventi dell’esercito francese.

 Abbasso l’imperialismo francese!

Chi pagherà la crisi?
 
I dirigenti politici e i mass media presentano l’elezione come se fosse un avvenimento politico da cui dipende il futuro dell’economia e del paese, il futuro di noi tutti.

 Ma questo cambiamento riguarderà solo la piccolissima casta di politici di professione. Li vediamo già agitarsi a sinistra e adocchiare i portafogli ministeriali, i posti e i benefici che dovranno dividersi, chiedersi chi sarà primo ministro, chi sarà presidente dell’assemblea nazionale.

 A destra ci si prepara piuttosto a mordere il freno per cinque anni esercitando il duro mestiere di avvocato d’affari, il che in fondo sarebbe solo un altro modo di proseguire quello che facevano al potere.

 Sì, la carriera individuale di alcuni politici può cambiare, ma non il futuro degli sfruttati, non il futuro dei lavoratori.

 Ciò che sarà decisivo per la vita di noi tutti non è il futuro inquilino dell’Eliseo, ma ciò che succede nelle Borse, ciò che accade sui mercati finanziari. Sarà l’evolversi della crisi e della politica padronale ad essere decisivo.

 I grandi candidati ci distraggono con i loro programmi elettorali, quantificati con un calendario preciso. Nessuno di questi programmi sarà applicato. L’unico programma che sarà applicato davvero è quello di cui non si può discutere, sul quale non si può dire niente perché è deciso nel segreto dei consigli d’amministrazione delle grandi imprese e delle banche.

I grandi gruppi hanno già i piani pronti per i prossimi mesi, alla Peugeot, alla Société générale, alla Vinci, alla Air France, alla SNCF, alla Total. Arcelor-Mittal ha deciso di chiudere la fabbrica di Florange, Peugeot ha deciso di chiudere la fabbrica di Aulnay-sous-Bois. Ma quanti altri piani di licenziamenti sono già pianificati? Quanti piani economici che peggioreranno le condizioni di lavoro e schiacceranno i salari?

 Non ci sarà un voto organizzato su questi programmi che ci riguardano in primo luogo. Ci si parla di democrazia ma i veri padroni dell’economia e della società sono i Peugeot, Bouygues, Arnault, Dassault, Mittal, e non ci sono elezioni per contestare le loro decisioni, non ci sono elezioni per rovesciare questa gente. Ci si spinge ad andare a votare, ci si ripete che la popolazione è sovrana e che è lei a decidere, ma non si vota mai per decidere chi saranno i dirigenti delle imprese e delle banche.

 I capitalisti sono i re dei tempi moderni. Detengono il potere fornito dai loro capitali e dalla proprietà privata delle imprese. Hanno un diritto di vita o di morte sulle aziende. Sono loro a decidere ciò che è utile produrre, non in funzione dei bisogni della popolazione, ma in funzione del profitto che una produzione può fruttare. Sono loro che decidono di non produrre, e di dedicare capitali alla speculazione.

 Il potere della borghesia è infinitamente più importante di quello dei ministri o del presidente della Repubblica, che sono lì solo per giustificare le decisioni prese in questi grandi gruppi capitalisti. E purtroppo non è difficile per i lavoratori prevedere che, finita l’elezione, questi stessi grandi gruppi andranno avanti con i piani di licenziamenti.

 Il numero dei disoccupati è di tre milioni, il doppio se si contano quelli che hanno un’attività precaria mal pagata, e tutto questo è già una catastrofe. Lo è per i disoccupati e le loro famiglie. Lo è anche per altre categorie sociali, i piccoli commercianti, artigiani, contadini che vivono grazie ai salari operai. Sappiamo tutti che quando una grande impresa chiude, non solo le famiglie dei lavoratori sprofondano nella povertà. Quante botteghe, quanti bar, officine e garage sono costretti a chiudere?

 Il gran padronato ha trasformato la disoccupazione di cui è responsabile in un’arma da guerra contro tutti i lavoratori in attività. Ogni padrone se ne serve per esercitare un ricatto permanente e fare accettare i salari bassi, la flessibilità, la precarietà, l’aumento dei ritmi di lavoro, orari di lavoro sempre più pazzeschi.

 Quanti lavoratori non osano più chiedere che gli straordinari siano pagati? Quanti lavoratori vanno al lavoro anche se malati, perché temono che gli si faccia pagare la loro assenza? Quanti giovani accettano di essere spremuti come limoni nella speranza di essere assunti, e poi sono licenziati dall’oggi al domani?

 All’indomani dell’elezione gli attacchi contro i salariati riprenderanno più forti ancora, perché siamo nella crisi e questa non è finita. L’economia capitalista è un’economia folle, i cui sobbalzi sono completamente imprevedibili, anche per chi la dirige.

 Appena Sarkozy fa una dichiarazione del tipo “stiamo uscendo dalla crisi finanziaria”, l’indomani le Borse cadono le une dopo le altre.

 Il capitano della Costa Concordia che ha diretto una nave da crociera sugli scogli per, si dice, farsi ammirare dal paese del Giglio, forse non era molto competente nel suo campo. Ma almeno oggi vive rinchiuso nella sua casa dove aspetta il processo, e non pretende di fare di nuovo il capitano. Sarkozy invece pretende di continuare a guidare, mentre questo ennesimo sobbalzo borsistico mostra fino a che punto i dirigenti politici non controllano nulla e mentono spudoratamente.

 Questa scossa borsistica dimostra l’instabilità del sistema finanziario. E l’instabilità si trascina dietro l’instabilità. Basta che un movimento borsistico si profili in un senso o nell’altro, perché l’armata dei finanzieri cominci a specularvi sopra, amplificando l’onda. Un po’ come i passeggeri di una nave, che nel panico si buttano tutti dalla stessa parte col rischio di creare uno squilibrio e di farla affondare.

 La preoccupazione dei più grandi capitalisti non è di regolare l’economia. Sono i primi a sapere quanto è irrazionale e imprevedibile. No, la loro unica preoccupazione è di fare soldi, non solo malgrado la crisi ma grazie alla crisi. E per alimentare questa speculazione bisogna stanziare sempre più denari e peggiorare lo sfruttamento con tutti i mezzi possibili.

 La loro unica preoccupazione è di accrescere i dividendi e le fortune private dei proprietari e degli azionisti delle imprese, anche al prezzo di schiacciare tutte le classi popolari e, in primo luogo, quelli che producono le ricchezze, i loro salariati.

 Sarkozy ha dichiarato: "l’impresa non è la nostra nemica, è il posto dove si crea la ricchezza. La lotta di classe, la guerra di classe, non esiste più." I lavoratori sono al posto giusto per sapere che, infatti, è il posto dove si creano le ricchezze, perché sono loro che sudano questi profitti. E sono anche al posto giusto per vedere anche che più creano ricchezze, più lavorano e più vivono male. La lotta di classe, la vivono quotidianamente. Con la crisi è peggiorata e diverrà sempre più dura, sempre più implacabile: allora i lavoratori devono prepararsi a lottare.

 Le conseguenze della crisi saranno necessariamente pagate da qualcuno. Se non vogliamo che siano i lavoratori a pagare, bisogna batterci per rivendicare quello che ci è dovuto, bisognerà far pagare la borghesia. Sarà il loro Cac 40 della Borsa di Parigi o saranno i nostri posti di lavoro. Saranno i loro profitti o saranno i nostri salari. Saranno i loro benefici o saranno le nostre pensioni. Saranno loro o saremo noi!

 Il grande padronato ha dalla sua parte la potenza dei propri capitali e i suoi legami con lo Stato. La forza dei lavoratori sta nel loro numero e anche nel loro posto indispensabile nella produzione. Ma questa forza è collettiva. Può dispiegarsi solo quando i lavoratori diventano coscienti che, al di là della varietà dei loro mestieri e delle loro categorie, fanno parte di una stessa classe sociale, hanno interessi fondamentalmente identici di fronte agli interessi del gran padronato e dei banchieri.

 Ecco perché se i lavoratori vogliono resistere efficacemente all’offensiva della classe capitalista, devono superare tutti i pregiudizi che la borghesia cerca di trattenere nelle loro file, purtroppo qualche volta per il tramite di alcune organizzazioni operaie o di politici che si pretendono di sinistra.

 Se i lavoratori vogliono difendersi con efficacia non c’è posto per l’"ognuno per sé", non c’è posto per il corporativismo. Quante chiusure di fabbriche hanno dimostrato che un ingegnere altamente specializzato e, a maggior ragione, i piccoli capi sono licenziati con la stessa facilità di un operaio senza qualifica?

 Ancora a maggior ragione bisogna rifiutare ogni forma di divisione tra i lavoratori in funzione della nazionalità, dell’origine o della religione.

Il Fronte nazionale
 
Per questo il Fronte nazionale e la sua candidata Marine Le Pen sono nemici mortali dei lavoratori. Lo sono per l’insieme delle loro idee reazionarie, che riportano la società indietro. Ma per quanto riguarda gli interessi della classe operaia, lo sono precisamente perché aizzano i lavoratori gli uni contro gli altri in funzione delle loro origini, in funzione della loro religione o della loro nazionalità.

 Sicuramente l’estrema destra non è sola su questo terreno. Le settimane scorse hanno ampiamente dimostrato fino a che punto i limiti tra destra e estrema destra spariscono nella rivalità elettorale, in che modo Sarkozy, Guéant, Guaino e tutti gli altri finiscono col copiare la dinastia Le Pen, quando non è l’inverso.

 Allora quelli che nelle classi popolari si sentono traditi, abbandonati dalla sinistra di governo, e sono attratti dal voto per il Fronte nazionale, in realtà sparano su se stessi. Puntare il dito su chi è più povero di noi, rendere responsabili dei propri problemi altri lavoratori, o gli stranieri, significa sbagliare nemico. Significa sbagliare dove sfogare la propria collera e rassegnarsi a subire. Abbasso la rassegnazione, e abbasso il Fronte nazionale!

I diritti dei lavoratori immigrati
 
Quanto sento dire che alcuni a destra rifiutano l’idea stessa di diritto di voto ai lavoratori stranieri, e che altri a sinistra discutono da quasi trent’anni sulla possibilità di dare loro il diritto di voto solo per le elezioni locali, io penso che è una vergogna.

 Certamente i lavoratori immigrati dovrebbero avere tutti i diritti di cui beneficiano i lavoratori francesi, a cominciare dal diritto di voto in tutte le elezioni. Che cosa è questa "democrazia" in cui si ha il diritto di farsi sfruttare, di pagare i contributi sociali e le tasse, ma non di votare?

 I lavoratori immigrati costituiscono una parte essenziale della classe operaia di questo paese. Senza loro nessun cantiere edilizio, nessuna ditta delle pulizie, nessuna fabbrica di automobili funzionerebbe. E neanche un aeroporto, come ha mostrato lo sciopero degli agenti di sicurezza, senza parlare dei lavoratori dei bagagli o delle donne delle pulizie. Spesso hanno i lavori più mal pagati, più duri e più sfruttati.

 Allontanare i lavoratori immigrati dal diritto di voto è un modo di indebolire la rappresentanza della classe operaia nell’elettorato, e di sminuire la portata della voce di tutti i lavoratori.

 Dare il diritto di voto in tutte le elezioni a tutti quelli che lavorano qui sarebbe un gesto democratico elementare. Come lo sarebbe quello di regolarizzare la situazione di tutti i clandestini.

 Sarebbe un gesto democratico evidente, fatto istintivamente dai lavoratori in tutti gli scioperi, in tutte le manifestazioni, in cui non c’è alcun bisogno di documenti o di carta d’identità per partecipare. Allora tutti questi reazionari, di sinistra come di destra, avrebbero molte lezioni di democrazia da prendere dai lavoratori.

E perché ci sarebbero troppi stranieri in Francia? Col pretesto che siamo in crisi? Col pretesto che non c’è più lavoro, bisognerebbe dire a tutti quelli che hanno lavorato e continuano a lavorare nei cantieri, nei ristoranti, negli ospedali, che non c’è più bisogno di loro e che ormai possono crepare?

E dopo, chi sarà di troppo nella società? Gli anziani perché costano troppo alla previdenza sociale? I giovani perché sono i primi colpiti dalla disoccupazione? Le donne perché alcuni ci diranno che possono tranquillamente stare in cucina?

Ma no, non c’è nessun lavoratore di troppo nella società.

 L’interesse collettivo starebbe nel ripartire il lavoro e gli sforzi fra tutti, e nel dare a ciascuno un salario che consenta di vivere. Ma questo bisognerà imporlo al padronato, e per imporlo occorrerà non lasciarsi dividere, e al contrario unire tutte le nostre forze.

 Sono convinta che nelle prossime lotte tutti i lavoratori si troveranno fianco a fianco, lavoratori francesi o immigrati, con o senza i documenti legali. Lotteranno qualunque siano la loro origine, la loro nazionalità, la loro religione, uniti contro i capitalisti di ogni nazionalità e origine.

Un programma di lotta
 
In questa prospettiva di lotte inevitabili, ho portato avanti durante tutta la campagna elettorale un programma di lotta per i lavoratori. E cioè un certo numero di obiettivi che occorrerà imporre, non solo nelle urne ma con le lotte, per rispondere ai problemi più scottanti dei lavoratori.

 Il primo obiettivo è innanzitutto imporre il divieto dei licenziamenti. Anche in questo periodo di crisi c’è sempre un’attività e una produzione da fare. Allora bisogna imporre al padronato che lasci al lavoro tutti i salariati.

 Divieto di licenziare i lavoratori con un contratto interinale, divieto di licenziare quelli con contratti a tempo determinato, divieto di licenziare in questo periodo di crisi. Il padrone faccia un’altra ripartizione del lavoro, abbassi i ritmi o gli orari, ma garantisca il posto di lavoro e il salario.

 In tutti i grandi gruppi la reazione è inversa. Sarebbe impossibile elencare tutti i gruppi capitalisti che hanno licenziato o soppresso posti di lavoro negli ultimi tre anni. L’hanno fatto quasi tutti. In tre anni 900 fabbriche hanno chiuso in Francia, una al giorno.

 Ovviamente ci sono quelli di cui si sente parlare, la Petroplus, la Arcelor-Mittal, la PSA, la Fralib. Ma ci sono anche tutti quelli di cui non si parla, come la fabbrica Merck nell’Oise, la fabbrica Sodimedical vicino a Troyes, come il semenzaio Delbard a Montluçon. E questo senza dimenticare la sospensione degli interinali, che non è altro che licenziamento.

 Sì, questa è una reazione accettata da molti commentatori politici ed esperti economici. Per tutta questa gente, è del tutto normale che le imprese di fronte a piccole diminuzioni di attività mettano i lavoratori sul lastrico, nello stesso modo che un macchinario che non serve più può essere mandato alla discarica.

 Come dovrebbero vivere i lavoratori dopo di ciò, a questi non interessa. Ma a noi interessa. Trovarsi disoccupato è una condanna alla miseria. Vietare i licenziamenti è una misura di emergenza. Bisogna costringere il padronato ad accantonare nei suoi profitti presenti quello che serve per assicurare gli impieghi e i salari di tutti i lavoratori. E se questi profitti non bastano, devono attingere ai profitti passati e, perché no, ai patrimoni privati accumulati.

E se il padronato privato risulta incapace di procedere ad assunzioni in numero sufficiente per riassorbire la disoccupazione, bisogna che lo Stato lo faccia.

 Per trovare i mezzi finanziari per assumere direttamente nei servizi pubblici esistenti o da creare, bisogna che lo Stato smetta subito ogni tipo di sovvenzione diretta o indiretta al padronato. Deve sopprimere ogni sgravio fiscale, ogni sgravio di oneri sociali.

 Perché mai lo Stato dovrebbe continuare a mantenere parassiti inutili che non sono neanche capaci di esercitare il loro mestiere di padroni e quindi di fare investimenti? E con il denaro così risparmiato, bisogna assumere in tutti i servizi pubblici utili alla popolazione.

 La mancanza di case convenienti e accessibili ai redditi più modesti è uno scandalo nel ventunesimo secolo, in uno dei paesi più ricchi del mondo. Il fatto che nella nostra epoca centinaia di migliaia di persone abbiano per vivere solo la strada o asili provvisori, che centinaia di migliaia di persone vivano in condizioni indecenti, è un segno della putrefazione della società.

 Poiché questo non interessa ai palazzinari privati, toccherebbe allo Stato impegnarsi in una politica di grandi lavori per costruire le centinaia di migliaia di case che mancano, e per costruire anche tutte le infrastrutture che le devono accompagnare, asili nido, scuole, case per i giovani, centri culturali.

 Ma non occorre che questi grandi lavori siano una fonte di profitto privato a vantaggio dei Bouygues, Dumez, Vinci. Bisogna che lo Stato assuma direttamente per tutti i lavori necessari. Ci sarebbe lavoro tanto per muratori, idraulici, elettrici, imbianchini e manodopera senza qualifica quanto per tecnici, ingegneri, architetti, ragionieri e informatici...

 E ci sono molti altri settori in cui i capitali privati sono completamente falliti, come quello dell’assistenza alle persone anziane o disabili, tranne quando si fanno pagare questi servizi a peso d’oro nelle case di riposo, per esempio.

 Il fatto che nessuno di questi bisogni vitali possa essere risolto sulla base degli interessi privati è il segno più sicuro che il destino della società non deve essere lasciato nelle mani dei capitalisti.

 Scala mobile dei salari

Per i salariati è sempre più difficile arrivare alla fine del mese. Ma quanti tra di noi che hanno solo un lavoro part-time o un lavoro intermittente devono cavarsela con 700 o 800 euro al mese? Quanti pensionati che hanno lavorato tutta la vita vedono la loro magra pensione diminuita dall’inflazione? Quante famiglie di lavoratori non se la caverebbero senza la mensa dei poveri?

 Allora, solo per recuperare il potere d’acquisto perso, occorre un aumento massiccio e generale dei salari. Nessun salario, nessuna pensione, deve essere inferiore a 1700 euro.

 Ma ancora, se non vogliamo essere sempre impoveriti dall’aumento dei prezzi, bisogna ottenere l’indicizzazione dei salari sui prezzi, cioè la scala mobile dei salari. L’inflazione sta ricominciando, lo si vede a cominciare dal carburante. E ci stanno preparando a vedere i prezzi aumentare ancora, come il prezzo del gas e dell’elettricità. Allora bisogna proteggerci.

 Ad ogni aumento dei prezzi bisogna che i salari come le pensioni, i sussidi sociali, i sussidi per l’alloggio, per la famiglia, per i disabili, per gli anziani, aumentino automaticamente. Per non lasciarsi impoverire quando tutti i prezzi aumentano, bisogna rimettere all’ordine del giorno la lotta per la scala mobile dei salari. Per proteggere il potere d’acquisto, non c’è altro mezzo che imporre questa scala mobile.

 Tutti i giornalisti, ma davvero tutti, mi hanno fatto questa domanda: "Ma cosa fate per le piccole imprese? Ci sono piccole imprese che non possono pagare salari da 1700 euro, e piccole imprese che sono costrette a licenziare". Molto spesso credevo che ad intervistarmi ci fossero i rappresentanti del sindacato delle piccole e medie imprese.

 I difensori dell’ordine sociale attuale invocano sempre i piccoli per prendere la difesa dei potenti. E’ evidente che vietare alla Arcelor-Mittal di chiudere l’acciaieria di Florange è del tutto realistico, come è evidente che avrebbe tutti i mezzi per far funzionare la fabbrica. In quanto alla Carrefour, alla Auchan, alla SNCF, alle Poste, alla Ikea, alla Renault, potrebbero evidentemente pagare salari minimi di 1700 € senza che questo debba metterli in difficoltà.

In quanto alle piccole imprese, se scompaiono a centinaia non sono uccise dalle rivendicazioni dei loro salariati, ma i responsabili sono le banche, i gruppi che fanno grandi commesse, i grandi gruppi capitalisti della distribuzione.

L’economia capitalista è una giungla dove i grossi mangiano i piccoli. I grandi gruppi si servono dell’appalto, dell’esternalizzazione, per comprimere i salari. Costringono le imprese più piccole di loro a firmare contratti in cui i margini di utile sono ridotti a poca cosa. E ce ne sono sempre che sono pronte a firmare, perché pensano che troveranno comunque dei lavoratori che potranno schiacciare e super sfruttare.

 Ma non perché le piccole imprese si fanno derubare da quelle più grandi e dai banchieri, i lavoratori devono rinunciare al loro diritto di vivere!

I giornalisti, preoccupati dal mio programma come se io stessi per derubarli, mi hanno anche chiesto: "Ma quanto costerà il suo programma, ha pensato a valutarlo?"

 I numeri non sono una cosa che ci manca. Ci sono 11 milioni di donne e uomini che vivono sotto la soglia della povertà, bisogna farli uscire dalla miseria. Ci sono 4,5 milioni di disoccupati, bisogna creare 4,5 milioni di posti di lavoro. È molto difficile vivere con meno di 1700 euro, e bisogna che il salario minimo, così come il sussidio minimo di vecchiaia, siano alzati a 1700 euro.

Certo questo costerà caro alla borghesia, ma perché valutarlo? Perché il padronato e i suoi portavoce ci dicano che non è possibile, non è realista, non è serio, che non ci sono più soldi. Ma sì, soldi ce ne sono.

 Sì, quando tutti gli Stati hanno salvato le banche alla fine del 2008, hanno saputo mettere in pochi giorni centinaia di miliardi sul tavolo, mentre questo non era in nessun programma, niente era stato previsto e ancora meno valutato. Tutti gli Stati hanno messo sul tavolo ciò che i banchieri chiedevano.

Questo significa che il problema non sta nel valutare i numeri, è una questione di rapporti di forze.

 Negli anni 1934-1935 i padroni spiegavano agli operai,che rivendicavano aumenti salariali, che non era possibile e che questo li avrebbe rovinati. Ma ciò che era impossibile all’inizio del 1936 è diventato possibile a giugno, poiché nel giugno 1936 i padroni hanno dato in media aumenti del 10% o del 15%. E in più, hanno anche pagato per la prima volta due settimane di ferie.

 E non fu la crescita o una repentina ripresa dell’economia a sbloccare la situazione, fu lo sciopero generale e la paura dei padroni davanti all’occupazione delle fabbriche, il panico di fronte a questo movimento, di cui nessuno poteva dire a che punto si sarebbe fermato.

 Allora finché i lavoratori non peseranno sulla politica e sul padronato con le loro armi, con lo sciopero e le manifestazioni, non succederà niente di decisivo sul piano politico, niente comunque a nostro vantaggio. Sì, bisogna battersi per le nostre rivendicazioni, per il nostro diritto all’esistenza.

Una politica per la classe operaia

 La materia esplosiva si sta accumulando nella classe operaia. Il momento della rivolta di milioni di donne e uomini scoppierà, presto o tardi. Allora occorre che in questa rivolta i lavoratori abbiano una politica, che sappiano perché devono battersi e come fare per rovesciare in modo durevole il rapporto di forze con la classe capitalista.

 La soppressione di tutte le leggi che proteggono il segreto degli affari deve essere un obiettivo essenziale per le lotte. È un passo necessario per controllare ciò che fanno o progettano i consigli di amministrazione.

 I lavoratori hanno il diritto di conoscere tutto quello che succede nell’impresa, le decisioni, i progetti, i conti. Occorre rifiutare che i dirigenti possano discutere e decidere nel segreto dei consigli di amministrazione.

 Tutta la società ha interesse a questi controlli perché le grandi imprese non si accontentano di sfruttare i loro operai: derubano anche i consumatori, i fornitori o i loro clienti quando sono meno potenti.

 Occorre che si possano conoscere le condizioni fatte agli appaltatori, i margini di utile che consentono agli altri, comprese le tangenti. Bisogna dare ai lavoratori i mezzi legali di rendere pubblico tutto ciò che vedono, senza essere minacciati di licenziamento o di misure di ritorsione.

 Complessivamente i lavoratori sanno tutto della loro impresa. Bisogna che abbiano il diritto di raccogliere le informazioni sparse e anche il diritto di renderle pubbliche.

 È l’unico modo di denunciare e impedire i crimini padronali. Quelli compiuti dai banchieri e speculatori irresponsabili, ma anche quelli compiuti dai padroni che sono pronti a sacrificare la salute dei loro salariati, con l’amianto per esempio. E anche quelli che sono pronti a sacrificare la salute dei consumatori, perfino dei malati, vedi il caso di medicine come il Mediator o le protesi dei seni.

Sopprimere il segreto degli affari sarebbe un obiettivo essenziale durante una lotta generale, perché modificherebbe il rapporto di forze tra il padronato e i lavoratori, e darebbe ai lavoratori nuove armi. Sarebbe la fine dei ricatti padronali, delle false voci e delle false informazioni. I lavoratori saprebbero a che punto sono, potrebbero anticipare, organizzarsi di fronte agli attacchi padronali e prendere le iniziative per ostacolarli.

 La crisi attuale dimostra chiaramente che la classe capitalista, i banchieri, preoccupati solo dei loro profitti privati, sono troppo irresponsabili nei confronti degli interessi della società. Mettere in discussione il loro potere dittatoriale sulle imprese, sottometterli al controllo, è una necessità sociale.

L’importanza del voto

Io non dico "votate per me, farò questo o farò quello, e tutto sarà migliore".

 Votare per la mia candidatura sarà esprimere la convinzione che se le elezioni non possono cambiare la vita, la lotta collettiva degli sfruttati ne ha la forza e la possibilità.

 Votare per la mia candidatura è affermare che non ci lasciamo ingannare da questa alternanza elettorale, e che ci sono tra i lavoratori donne e uomini coscienti che sanno di dover lottare in prima persona.

 Tutti quelli che vorranno affermare che occorrerebbe rifare un giugno ’36 o un maggio ’68 per imporre il divieto dei licenziamenti, l’aumento dei salari e un controllo dei lavoratori sulle imprese e i loro soldi, lo potranno esprimere con il voto per me.

 Certamente il voto non sostituisce le lotte, ma le lotte si preparano nelle teste.

 Anche ben prima che un’esplosione sociale possa creare il rapporto di forze necessario per imporre gli obiettivi vitali necessari per proteggere i lavoratori, se ne può discutere e si può popolarizzarli, metterli nella testa di quelli che ci circondano. Questo preparerà il seguito che si svolgerà dove tutti i cambiamenti si decidono, cioè nelle lotte. Sì, sarà un voto utile.

La pericolosa evoluzione della società

Ben al di là dell’elezione presidenziale, che è un fenomeno secondario e superficiale, al di là anche dei sobbalzi della crisi, l’evoluzione di questa società capitalista è piena di minacce per l’umanità. È un’evoluzione profonda che non ha niente a che vedere con la personalità o l’etichetta di questo o quel presidente della Repubblica, ed è un’evoluzione che va ben oltre i limiti del nostro Paese.

 Questa evoluzione deriva dappertutto dalla penetrazione del denaro, con il suo effetto di scioglimento e di putrefazione. Si è molto parlato della finanziarizzazione dell’economia. L’origine di questa finanziarizzazione deriva dal fatto che da quasi quarant’anni il mercato dei beni materiali non produce abbastanza profitti e i proprietari dei grandi capitali abbandonano gli investimenti produttivi, dedicando una parte crescente dei loro soldi alle operazioni finanziarie più redditizie, cioè alla speculazione.

 L’economia si trasforma sempre più in un’economia da casinò, con una classe borghese sempre più portata alla speculazione. Nella vita reale capita che alcuni giocatori patologici chiedano di essere curati, che desiderino gli sia impedita l’entrata nei casinò. Ma la classe capitalista, che ha fatto del pianeta intero un casinò, non ha voglia di curarsi, al contrario ne chiede di più.

 Di fronte all’ultimo sobbalzo speculativo, alcuni giorni fa, il padrone della banca centrale americana ha constatato impotente che "pezzi interi della finanza rimangono da regolare". Certamente, ma nemmeno lui può farlo. E per alimentare senza tregua il tesoretto di questi giocatori folli si schiacciano i salari, si licenzia, si fanno risparmi sui servizi pubblici utili alla popolazione.

E non solo questo. Si demolisce sistematicamente tutto ciò che non rientra nei circuiti del denaro, in particolare i servizi pubblici. Da Balladur a Jospin e a Sarkozy, si sono passati il testimone da destra a sinistra per privatizzare pezzi interi del servizio pubblico, e per introdurre rapporti di denaro anche laddove c’erano solo rapporti amministrativi.

 La mia compagna ferroviera ha parlato della divisione in due parti delle ferrovie: da un lato la ditta che gestisce i treni e dall’altro la rete ferroviaria che gestisce i binari. Questo significa che laddove c’erano semplici rapporti amministrativi tra i due settori di una stessa impresa di servizio pubblico, adesso ci sono rapporti di denaro.

 Dal momento che ci sono rapporti di denaro le banche si introducono, e si introduce il gioco dei prestiti e dei debiti. È la porta aperta al ricatto delle banche. È la porta aperta all’indebitamento, e di conseguenza a masse crescenti di interessi da pagare ai banchieri. E come ha detto la mia compagna infermiera intervenuta prima di me, è la stessa cosa per gli ospedali. Il fatto di aver introdotto la competitività e la redditività ha fatto entrare le banche laddove non dovrebbero entrare.

Questo è criminale, non c’è un’altra parola. Il capitalismo invecchiato non vuol dire solo la disoccupazione, i quartieri popolari abbandonati, la povertà che cresce nel mezzo di fiumi di denaro. È anche un regresso considerevole della società sul piano umano, sul piano sociale, e questo si produce su una scala gigantesca. Il denaro porta via tutto al suo passaggio. E tutto questo perché? Per alimentare una speculazione finanziaria devastante.

 Allora sì, questo sistema economico basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, la corsa al profitto privato, è arrivato alla sua ultima assurdità. È un sistema in fin di vita che rischia di portare via tutta l’umanità nel suo crollo.

Una prospettiva comunista
 
In qualità di comunisti la nostra ragione d’essere è di agire perché l’organizzazione sociale cambi, in modo che l’umanità possa sopravvivere, che il pianeta possa sopravvivere.

 Per agire nel campo dell’ecologia non basta denunciare che la Total ha avvelenato le coste bretoni col naufragio della nave Erika, perché può trasformare il delta del fiume Niger in una fogna a cielo aperto su migliaia di chilometri quadrati, e cacciarne tutta la popolazione. Non basta denunciare l’inquinamento dei mari, il riscaldamento globale, il buco dell’ozono o l’inquinamento della terra, bisogna darsi i mezzi per controllare l’attività economica nel suo complesso. E controllare l’attività economica si può solo a condizione di aver prima espropriato la classe capitalista.

 Occorrerà cominciare dall’esproprio delle banche. E non solo perché i banchieri si comportano come irresponsabili e hanno trasformato le sale delle banche in sale da casinò, ma perché sono le banche che comandano tutta l’economia. Prendere il controllo delle banche vuol dire controllare l’essenziale dell’economia, l’energia, i trasporti, la distribuzione, decidere come si utilizzano i capitali e come orientarli verso investimenti utili a tutta la popolazione.

 Espropriare i banchieri, cioè nazionalizzare senza indennizzo né riacquisto e fondere le banche in un solo stabilimento di credito, sarà un passo da gigante fatto in direzione della gestione di tutta l’economia da parte dei lavoratori.

Con l’esproprio dei grandi gruppi della Borsa che fanno il bello o cattivo tempo in tutta l’economia, i lavoratori potranno prendere il controllo di tutta l’economia. Questo sarà possibile solo attraverso una rivoluzione sociale di un’ampiezza paragonabile a ciò che fu la rivoluzione del 1789 o la rivoluzione in Russia nel 1917. Queste rivoluzioni non si decidono in anticipo. Sono l’opera di milioni di persone quando, spinte dalle loro condizioni di esistenza, decidono di prendere il problema alla radice e di riprendere il futuro nelle loro mani.

 In una recente trasmissione, un giornalista si è preoccupato di sapere se volevo davvero una lotta che potesse andare fino a "minacciare" la classe capitalista, probabilmente perché questo signore, direttore di una rete televisiva, si sogna lotte inoffensive per i padroni. E poi, orrore, ha chiesto se ero davvero una fautrice della "dittatura del proletariato"!

 Allora, per tornare su questa espressione di Carlo Marx, aggiungerò che il regime istituito dalla rivoluzione degli sfruttati sarà infinitamente più democratico e infinitamente più libero di tutto ciò che conosciamo nella società odierna. Proprio perché sarà l’opera di milioni di donne e uomini che non hanno alcun privilegio da difendere, che non avranno bisogno di tutto l’apparato repressivo di cui hanno bisogno i privilegiati odierni, circondati da un oceano di povertà.

 Le libertà non saranno limitate e calpestate, o addirittura completamente negate dal potere del denaro. La democrazia non sarà questa caricatura in cui si eleggono una volta ogni cinque anni dei governi che dopo la loro elezione fanno quello che dettano i ricchi.

 Tutte le decisioni saranno prese nel modo più democratico possibile. L’unica libertà che sarà soppressa sarà quella di sfruttare. Ma questa imposizione noi comunisti ce la assumiamo.

Il partito rivoluzionario

Si, siamo comunisti! “Comunisti” nel vero senso del termine, nel senso datogli da generazioni operaie che sognavano una società liberata dalla dittatura del denaro, dallo sfruttamento, dalla concorrenza e dalle crisi. Una società gestita fraternamente e democraticamente dalla collettività di quelli che lavorano e producono.

 Certamente, ora come ora questa corrente non raggruppa molta gente. Ma la crisi può essere un formidabile acceleratore della storia. Non solo peggiora le condizioni di esistenza delle classi popolari, muove anche le coscienze. La crisi economica attuale porterà un numero crescente di lavoratori, di giovani, alla coscienza che rovesciare il potere della borghesia non è utopia, è una necessità.

Quindi occorre che ci siano militanti che ne difendano la prospettiva. In questo periodo di grave crisi del capitalismo, bisogna alzare la bandiera della rivoluzione sociale.

 Non saranno i sondaggi, né le pressioni per farci accodare agli uni o agli altri, a farci cambiare opinione. Non siamo dei voltagabbana che si girano dove tira il vento. Abbiamo le nostre convinzioni, convinzioni comuniste rivoluzionarie che oggigiorno siamo gli unici a difendere.

Infatti la corrente comunista ha conosciuto alti e bassi. In certi momenti, questa corrente era rappresentata da grandi partiti, come lo era il partito socialista nascente o il partito comunista qualche tempo dopo. Col passar del tempo e sotto la pressione del capitalismo, le direzioni di questi grandi partiti hanno tradito la loro causa per integrarsi al sistema, e limitare le loro aspirazioni politiche a diventare i gestori legali di una società dominata dal gran capitale.

 Ma la corrente comunista non è mai scomparsa. E se non è scomparsa nonostante la pressione dello stalinismo, nonostante la pressione del riformismo e dell’elettoralismo, è perché ci sono sempre stati uomini e donne che hanno saputo andare controcorrente e hanno mantenuto malgrado tutto le loro convinzioni, il loro ideale.

 Io dico a tutte quelle e quelli che sono fieri di avere conservato questi ideali comunisti, i loro sogni e le loro convinzioni, che li devono esprimere in questa elezione con il loro voto. E questo voto conterà per il futuro.

 Infatti la coscienza di classe, la coscienza comunista, non può essere sospesa nell’aria. Per trasmetterla, per plasmare, partendo da una classe operaia atomizzata, una classe cosciente dei propri interessi e capace di intervenire sulla scena politica, una classe capace poi di contendere il potere alla borghesia, ci vuole un partito, un autentico partito comunista rivoluzionario.

Anche se c’è una corrente comunista rivoluzionaria, non c’è un vero partito con ciò che questo significa come presenza nella società, come presenza nelle aziende, nei quartieri popolari. La grande debolezza della classe operaia di fronte alla borghesia sta in questo.

 La borghesia dispone di parecchi partiti, dalla sinistra all’estrema destra, tutti pronti a governare per tutelare le strutture attuali dell’economia e della società. La borghesia può scegliere tra questi partiti a seconda delle circostanze e delle necessità del momento.

 Invece la classe operaia non ha un partito che rappresenti i suoi interessi politici, e solo i suoi interessi politici. Questo partito, bisogna costruirlo.

 Ci vuole un partito che non cerchi di integrarsi all’ordine sociale del capitalismo, né alle istituzioni della borghesia. Un partito la cui unica preoccupazione sia, al contrario, di fronte ad ogni crisi politica e ad ogni crisi sociale, di rafforzare la posizione della classe operaia in vista dell’obiettivo, chiaramente affermato, di espropriare la classe capitalista e di mettere le ricchezze e i mezzi di produzione a disposizione di quelli che lavorano.

Rispetto a questa prospettiva l’elezione presidenziale è un episodio insignificante. Ma se la campagna ci ha consentito di seminare queste idee, avrà un’importanza per il futuro.

Quali prospettive per i giovani?

I semi lasciati possono trovare un terreno fertile per crescere nella gioventù. Una gioventù che ha tutti i motivi di non accettare la sorte che la società capitalista le prepara. In passato è stato detto ai giovani delle classi popolari: studiate, superate degli esami e avrete un buon lavoro. Ma quanti sono espulsi troppo presto dalla scuola? E quante centinaia di migliaia di giovani si sentono dire che nessuno li assumerà? Quanti hanno inviato domande di colloquio, quanti stages hanno accettato e quante attese sono state deluse?

 Salvo una ristretta minoranza, la gioventù lavoratrice è rimandata da uno stage ad un altro stage, da un lavoro interinale all’altro, tutto questo con lunghi periodi di disoccupazione in mezzo. Quanti giovani pensano, a vent’anni, a trent’anni, che non hanno ancora cominciato la loro vita?

Quanto ai giovani che fanno studi superiori, possono sperare in un impiego di dirigente aziendale, di ingegnere, di medico o d’insegnante. Forse la società capitalista offre loro una sorte un po’ migliore di quella che prepara ai giovani dei quartieri popolari.

Ma è ancora tutto da vedere. Basta vedere tutti quelli che dopo un diploma o una tesi si trovano costretti a cercare un posto di lavoro senza rapporto con la loro qualifica, in cui saranno pagati generosamente 1500 euro al mese e forse meno. Ma il problema non è questo. Il problema collettivo è che anche quelli che in questa società possono cavarsela, lo fanno nel bel mezzo di un oceano di miseria e di ingiustizie.

 Questo lo dicono molti insegnanti, che si sono impegnati in questo mestiere con un ideale, e constatano ogni giorno che lo Stato toglie loro i mezzi necessari per trasmettere correttamente le conoscenze agli alunni di cui hanno la responsabilità.

 Lo dicono anche i medici degli ospedali, sconvolti dal modo in cui nei loro servizi sono costretti a curare i malati. Lo dicono molti ricercatori o addirittura quadri dirigenti di aziende a cui si è fatto sperare un grande futuro, e che si rendono conto di essere solo gli elementi di un enorme meccanismo per produrre profitti, pronto a schiacciarli.

 Agli uni e agli altri, voglio dire che c’è un altro futuro. È quello delle battaglie collettive, della rivolta cosciente.

Non esiste una causa più nobile che impegnarsi nell’attività di trasformare la società fino in fondo, in modo che non ci siano più privilegi e privilegiati, perché insieme a questi ci sono lo sfruttamento, l’oppressione per la maggioranza della popolazione, e tutta una serie di arretratezze, dal sessismo al razzismo, dalla xenofobia alla guerra.

Allora non lasciate la politica a politici di professione, che ne fanno una carriera personale e se ne fregano della collettività e del suo futuro. Non cedete al conformismo di questa società. Prendete parte alla battaglia per l’emancipazione sociale.

Raggiungeteci!

 A tutti quelli che si ritrovano nelle idee che sto portando avanti in questa campagna, io dico: raggiungeteci. A cominciare dal voto per la mia candidatura il 22 aprile.

E dico a quelli che ci hanno già raggiunti e hanno dato il loro contributo alla campagna elettorale: manteniamo i legami che abbiamo stabiliti tra di noi. Perché passata l’elezione presidenziale e finite le elezioni legislative, altre battaglie ci aspettano, che saranno battaglie ben più decisive per il futuro. Tutti i passi avanti fatti nella costruzione di un partito rivoluzionario conteranno nelle battaglie future contro la classe capitalista.

 Liberata dal controllo degli interessi privati sulle ricchezze e sui mezzi di produzione, liberata dallo sfruttamento e dalla corsa al profitto, la collettività potrà controllare coscientemente la propria vita economica.

Allora potrà produrre tutto ciò che è utile e necessario, ma solo ciò che è utile e necessario, nel rispetto degli uomini e della natura, e in modo che tutti gli esseri umani approfittino del progresso e abbiano accesso all’istruzione, alla cultura, al tempo libero.

 Scomparso lo sfruttamento, scompariranno anche le altre forme di oppressione in funzione del sesso o della nazionalità. Allora l’umanità potrà costituire un solo e unico popolo con una sola patria: la terra.

 Votare per la mia candidatura significa affermare che condividete questa visione del futuro, e raggiungere quelli che agiscono per far sì che il sogno dell’emancipazione sociale si possa trasformare in realtà!


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