Internazionale
Dopo le elezioni del 17 giugno scorso

Il nuovo governo in Grecia: continuano le misure di austerità

Le elezioni politiche che si sono tenute il 17 giugno in Grecia, le seconde in meno di 45 giorni, confermano la fotografia di come anche gli equilibri parlamentari sono stati travolti dalla bufera della crisi economica che da tre anni infuria sul paese. Un governo è stato fatto ma i due partiti principali, i conservatori di Néa Dimokratía e i socialisti del PASOK, che monopolizzavano oltre l’80% dei voti fino a pochi mesi fa e hanno governato come partiti "contrapposti" e "alternativi", oggi, uniti, mettono insieme una maggioranza tanto precaria da dover chiedere il soccorso a Dimokratikì Aristerà, una nuova, ultramoderata, formazione di sinistra.

Già le elezioni del 6 maggio, non avevano espresso un partito in grado di formare un governo, sarebbe stato possibile però formare un governo di coalizione, anche con la stessa coalizione che è ora alla guida del paese. Questo ci dice che la crisi ha anche accentuato una litigiosità, sintomo della debolezza dei partiti rappresentanti gli interessi della borghesia greca.
La seconda tornata elettorale ha visto un avanzamento delle due principali formazioni, Néa Dimokratía e il SYRIZA, una coalizione di sinistra. Tutti gli altri partiti chi molto leggermente, chi in maniera molto consistente, come i comunisti del KKE, hanno perso voti e seggi.

In un quadro complessivo che ha visto un ulteriore calo dei votanti, vi è stata quindi, se non una polarizzazione, una crescita molto consistente dei partiti principali. Il leader di Néa Dimokratía, Antónis Samaràs è stato molto abile a serrare in ranghi del suo partito e recuperare moltissimi di voti dispersi in partiti e partitini di destra e di estrema destra che non erano entrati in parlamento alle precedenti elezioni. Con la parola d’ordine "o con l’euro e l’Europa o una ricaduta nel terzo mondo e il baratro", è riuscito a far balzare i consensi del suo partito dal 18,8% a quasi il 30%.
Il SYRIZA, guidato dal giovane ingegnere Aléxis Tsípras, si è posto come principale forza di opposizione alla politica economica (riassunta nel cosiddetto "memorandum") imposta alla popolazione e alla società dal governo greco e da UE, BCE e FMI. Il SYRIZA che fino a due anni prima col 4,6% dei voti era il più piccolo partito presente in parlamento, che influenzava principalmente strati intellettuali e impiegatizi, è riuscito a raggiungere il quasi il 27% dei voti conquistando grandi consensi fra strati popolari che precedentemente avevano votato PASOK o KKE.

Il SYRIZA è in questo momento una formazione che sta vivendo una crisi di crescita, basta parlare con i suoi militanti per capirlo, e siccome non è un partito organico e strutturato, ma un contenitore formato da una decina di formazioni politiche diverse, vive all’interno delle intense contraddizioni. Il suo radicalismo verbale non riesce a nascondere la sua natura riformista, la sua incapacità di dare una prospettiva di classe ai lavoratori greci. Il suo "internazionalismo" si limita ad una generica solidarietà fra i "popoli europei", mentre la sua fortuna elettorale è dovuta anche ai suoi appelli in difesa della patria greca schiacciata dalle potenze europee. La sua parola d’ordine per un "governo di sinistra" ha coltivato l’illusione che fosse sufficiente entrare nella "stanza dei bottoni" per salvare la società dalla crisi e far volgere le forze dello stato in favore dei lavoratori.

Il nuovo governo tripartito, guidato da Antónis Samaràs e composto da ministri "non politici", promette di portare il paese fuori dalla crisi e di attenuare le misure di austerità che lo stesso ministro aveva votato con grande entusiasmo alcuni mesi orsono. La promessa di una "attenuazione" delle misure d’austerità è stato un tentativo per recuperare un po’ di credito fra la popolazione durante la campagna elettorale. Già subito dopo le elezioni questo tema è passato in seconda fila e possiamo scommettere che presto finirà nel dimenticatoio. Infatti la "troika" (la commissione dei rappresentanti di UE, BCE, e FMI che di fatto controlla e dirige la politica economica greca) non ancora giunta ad Atene, che aveva lasciato prima delle elezioni, annunciava che gli "aiuti" alla Grecia sarebbero continuati ad arrivare solo se il paese avesse continuato a mantenere i suoi impegni. Alcuni funzionari inoltre dichiaravano che se la crisi fosse continuata e la ripresa in Grecia non fosse arrivata (il calo del PIL previsto quest’anno è del 5 o 6%) sarebbe stato necessario aggiungere misure alle misure già prese.

Il nuovo governo greco, anche con la sua copertura di "sinistra", non porterà niente di buono ai lavoratori, ai pensionati, ai disoccupati, sempre più immiseriti dalla crisi, il suo ruolo e quello della difesa ad oltranza di un sistema economico ormai in bancarotta. La sua politica non potrà essere che di dura austerità. Ma il governo agisce in un momento di grande incertezza, unica cosa certa è il protrarsi della crisi, ed in Grecia, paese strutturalmente debole, in maniera ancora più acuta.
Nei prossimi mesi vedremo se questa politica andrà avanti speditamente e senza resistenza o se la reazione delle masse popolari porterà a far nascere lotte di opposizione al capitalismo greco e al suo governo.

Corrispondenza da Atene


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