Internazionale

ALLARME LONGEVITA’

A crisi economica mondiale in corso, senza nessuna certezza del futuro, il Fondo Monetario Internazionale, istituzione a suo tempo pensata come sistema di controllo delle politiche economiche degli Stati nel caos capitalistico, lancia un ulteriore grido di allarme, subito raccolto dalla stampa con accenti da ultima spiaggia. Apprendiamo così che, secondo i parametri imposti dal sistema socio-economico del capitalismo, l’allungamento medio della vita è una catastrofe.

Non c’è essere umano che non desideri vivere più a lungo. Scienza e medicina si sono adoperate da sempre con questo obiettivo, e i progressi raggiunti dall’evoluzione della società nel suo insieme hanno permesso di migliorare a tal punto le condizioni di vita, almeno nei Paesi sviluppati, che oggi possiamo registrare un allungamento della vita media dai 48 anni del 1950 agli 80 attuali. Ma di fronte a questa notizia, che a prima vista giudicheremmo positiva, l’FMI ci invita a strapparci le vesti e a correre ai ripari, perché “l’allungamento della vita media rischia di far saltare tutte le previsioni per le spese della previdenza e l’assistenza sociale. Nei paesi più ricchi l’aumento del costo dell’invecchiamento potrebbe arrivare fino al 50% del prodotto interno lordo ai valori del 2010, se da qui al 2050 i loro abitanti vivranno solo tre anni in più di quanto viene stimato oggi. Un’eventualità assai probabile, che aprirebbe una voragine tanto nei conti pubblici, quanto in quelli dei fondi pensione privati. Dunque per prevenire questa catastrofe è necessario intervenire subito, puntando inevitabilmente a un progressivo innalzamento dell’età in cui si smette di lavorare”. (La Stampa, 12.4.12)
Nell’era del capitalismo vivere a lungo è una disgrazia, invecchiare è una tragedia. Ma ecco pronta la soluzione del FMI, che l’articolista della Stampa riporta trionfante: “Elementare: più a lungo si vive, più a lungo si deve lavorare”. Tuttavia, l’articolista non lo dice, l’Fmi sorvola, ma il vero problema sarà rendere produttivi gli ottantenni. Infatti vivere non è sinonimo di produrre, e piaccia o no non si può produrre profitti all’infinito. Ciononostante, Fmi e carta stampata sembrano dare per scontato che hai diritto di vivere, ma solo se sei in condizioni di produrre; e se non produci, sei un costo.

L’assurdo è che oggi le capacità produttive di una società nel suo insieme sono molto più alte di cinquant’anni fa, e durante una vita di lavoro, un operaio oggi produce molto di più di quanto produceva un operaio cinquant’anni fa. E a cosa dovrebbe servire questo progresso, questo immenso aumento di produttività, se non ad assicurare condizioni di vita migliori, e più tempo da dedicare agli affetti e alle cose per cui vale la pena di vivere, sia da giovani che da vecchi? Che una parte consistente dei profitti prodotti dai lavoratori spetti loro di diritto per invecchiare in pace, è cosa che non passa nemmeno per la mente agli apologi del capitale. Non facciamoci coinvolgere nei loro irragionevoli controsensi.


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