Internazionale
Italia

Il governo Monti, uno strumento di guerra della borghesia contro i lavoratori

Con la fine del governo Berlusconi e la nascita del governo di Mario Monti, la borghesia italiana ha fatto ricorso al vecchio sotterfugio del cosiddetto “governo tecnico”. Ciò che anni di scandali finanziari, di processi e per finire di rivelazioni sui costumi sessuali del cavaliere e le sue serate di “bunga bunga” non erano riusciti a fare, la crisi del debito finalmente l’ha fatto: sotto la pressione degli ambienti dirigenti della finanza italiana ed europea e dell’impennata della speculazione, Berlusconi e il suo governo hanno dovuto dimettersi.

Ma questa crisi ha anche consentito altro. Al posto di Berlusconi si è potuto varare un governo che, sotto il nome di “governo tecnico”, gode di una relativa indipendenza rispetto agli schieramenti parlamentari e può condurre in tutta fretta la sua politica, o meglio la politica richiesta a gran voce dalla borghesia. Questa politica è presentata ormai come una semplice necessità “tecnica”, resa inevitabile dalle condizioni economiche generali e dalla crisi. Soddisfatti in fondo di essere sollevati dalla responsabilità diretta del governo, i principali partiti parlamentari, innanzitutto PdL e PD, danno senza tanti complimenti il loro consenso al governo Monti e alle leggi da lui varate, col pretesto che non si tratterebbe di altro che di “salvare l’Italia”, una responsabilità a cui nessuno potrebbe sottrarsi.

Eppure non c’è governo più politico di questo governo Monti. È politico
nel senso più profondo del termine, cioè dal punto di vista dei rapporti tra le varie classi della società. In nome di un cosiddetto interesse generale, porta avanti la politica del capitale finanziario, di cui Mario Monti è un rappresentante eminente.

Certamente dal punto di vista della borghesia Berlusconi non si era comportato male: solo durante l’estate sono state varate due manovre finanziarie, per un totale di più di cento miliardi di euro, con una serie di provvedimenti che comportano pesanti misure di austerità, di cui l’essenziale grava sui lavoratori e gli strati popolari. Prima di dimettersi il 12 novembre, ha anche fatto adottare la legge di stabilità richiesta dall’Unione europea. E queste misure si aggiungono a quelle già decise in precedenza dal governo Berlusconi durante i suoi tre anni e mezzo di vita, che si riassumono in tutta una serie di attacchi alle classi popolari. Questi attacchi, è vero, non facevano altro che prolungare gli attacchi dovuti ai governi precedenti, fra cui i governi di centrosinistra di Prodi e altri. E non dimentichiamo che nel 1995 fu ancora un governo “tecnico”, quello di Lamberto Dini, a far passare, con l’appoggio della sinistra e dei sindacati, la prima riforma delle pensioni che pochi mesi prima aveva sollevato un forte malcontento, l’opposizione degli stessi partiti e sindacati, e alla fine la caduta del primo governo Berlusconi dopo il ritiro del sostegno della Lega Nord.
Comunque l’ondata speculativa, che nell’ambito della crisi finanziaria mondiale ha preso di mira il debito sovrano italiano durante l’estate, ha anche fornito alla borghesia l’occasione che aspettava già da qualche tempo per dare il benservito a Berlusconi. Infatti da parecchi mesi una parte della borghesia italiana, e in particolare la Confindustria, non risparmiavano le critiche al suo governo, accusato di non agire abbastanza per fare uscire l’economia dalla stagnazione e favorire la sua crescita. In sostanza, la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia chiedeva più agevolazioni e aiuti alle imprese, sgravi di oneri sociali, azioni per diminuire il cosiddetto “costo del lavoro”, accusato di rappresentare un peso insostenibile per i padroni e di compromettere la competitività delle imprese italiane. E in questo periodo di crisi le critiche della Marcegaglia trovavano facilmente un consenso presso i padroni medi e piccoli, di cui in fondo esprimeva le lamentele.

Ma di più, alle critiche confindustriali facevano riscontro le critiche dell’opposizione politica a Berlusconi, dal PD all’UDC, che da mesi lo accusavano di rappresentare ormai un peso per l’Italia, di intaccare con il suo comportamento scandaloso l’immagine internazionale del paese. Non si tratta di negare il fatto che la presenza di un così triste personaggio alla testa di un grande paese dell’Unione europea fosse di per sé una cosa scandalosa. Ma all’occorrenza le campagne contro Berlusconi, le sue malversazioni, il suo disprezzo della popolazione, i suoi scandali sessuali, sono servite ai partiti di opposizione, e in particolare al PD, per nascondere la loro assenza totale di politica alternativa, e in particolare l’assenza di un programma che desse qualche riposta alle aspirazioni degli strati popolari duramente colpiti dalla crisi. Invece l’opposizione di centrosinistra si è anche fatta portavoce delle critiche confindustriali, rimproverando a sua volta a Berlusconi di non fare niente per la crescita dell’economia, di non avere una politica industriale, di abbandonare le imprese italiane di fronte alla concorrenza internazionale.

Bisogna ricordare che questa convergenza tra l’opposizione di centrosinistra e il padronato si è anche concretizzata nel campo sindacale, con l’accordo del 28 giugno tra CGIL, CISL, UIL e Confindustria, che insieme hanno affermato che il primo problema era restaurare la “competitività” dell’economia, anche al prezzo di rimettere in discussione i diritti acquisiti dai lavoratori, e in particolare i contratti di categoria. Un accordo che in fondo non faceva altro che seguire a poca distanza le tracce di Marchionne e della sua offensiva contro i diritti dei lavoratori delle fabbriche Fiat.

Intervenendo in questo contesto, la crisi finanziaria ha quindi solo accelerato un ricambio politico che già si preparava da tempo. È stata l’occasione favorevole per sbarazzarsi di un governo in gran parte screditato, ma anche per installare un nuovo governo che potesse utilizzare le buone disposizioni del PD, e pure delle confederazioni sindacali. La drammatizzazione della crisi del debito e della crisi politica hanno permesso di mettere queste forze d’opposizione di fronte alle loro responsabilità: poiché affermavano che il problema era Berlusconi e l’assenza di una politica per favorire gli interessi delle imprese, dovevano essere pronte a sostenere un governo “serio” – e chiaramente non si può negare che il professor Monti sia più serio del cavaliere Berlusconi – deciso a far passare le controriforme necessarie secondo la borghesia.

Così il piano di austerità, deciso dal governo Monti subito dopo il suo insediamento, ha potuto chiamarsi: “salva Italia”. Col pretesto di “salvare l’Italia”, con questa manovra di 34 miliardi di euro che si aggiunge a quelle precedenti, l’aumento dell’età pensionistica, l’aumento dell’Iva e di tutta una serie di tasse, i tagli ai servizi pubblici, si salvano gli interessi della borghesia e in particolare delle banche, preoccupate per la capacità dello Stato di pagare gli interessi del debito. All’opposto, questo piano rappresenta un nuovo e pesante attacco alle condizioni di vita dei lavoratori e degli strati popolari.
Ma il governo Monti non perde tempo, e vuole sfruttare fino in fondo le possibilità offerte da questa nuova situazione. Dopo il piano di austerità è venuta la seconda tappa, che consisterebbe nel creare le condizioni per la famosa “crescita”. Questa volta con questo pretesto si tratta di sferrare un attacco decisivo al “costo del lavoro”, cioè ai salari e ai diritti e tutele di cui godono ancora i lavoratori. Come al solito si indica come motivo della stagnazione dell’economia l’insufficiente flessibilità del lavoro e il suo costo esagerato, senza lasciarsi fermare dall’enormità di tali affermazioni in un paese dove le varie tipologie di contratti di lavoro precario si sono moltiplicate quasi all’infinito e di cui i recenti dati dell’Eurostat confermano che gli stipendi sono tra i più bassi d’Europa. Ancora una volta l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è indicato come bersaglio, non perché rappresenti un vero problema per i padroni che vogliono licenziare, ma perché è ancora un simbolo. Abbattendolo, si affermerebbe una volta per tutte che i padroni devono poter licenziare come vogliono e senza intralci di nessun genere.

“Il posto fisso è legato a un’idea nostalgica del lavoro. I giovani devono abituarsi all’idea che non lo avranno, e che monotonia il posto fisso, è bello cambiare, anche se bisogna avere condizioni accettabili" ha dichiarato Monti provocatoriamente, valutando di aver già vinto la partita. E infatti nel campo sindacale, da parte della CGIL per non parlare delle altre confederazioni, la disponibilità ad una “riforma” del mercato del lavoro è evidente. Da queste parti Monti non ha grandi opposizioni da temere, non più che per il suo piano di austerità, che da parte delle confederazioni ha sollevato solo deboli proteste e domande di agire con “maggiore equità”.

La crisi economica attuale non è una crisi particolare dell’Italia, ma una crisi globale che in fondo è una crisi del sistema capitalista stesso. Si evidenzia in una crisi finanziaria che ha sviluppi specifici nell’Unione Europea, e da cui deriva una politica che, nel merito, è la stessa in tutti i paesi dell’Unione. In tutti i paesi la borghesia - e innanzitutto il capitale finanziario rappresentato dalle banche - hanno deciso di far pagare le spese della crisi ai lavoratori e agli strati popolari. Ne risulta il moltiplicarsi dei piani di austerità e gli attacchi violenti alle condizioni di vita della popolazione, di cui la Grecia fornisce solo l’esempio più drammatico. In Italia è in corso un’offensiva analoga. Sostituendo in tutta fretta il governo Berlusconi con il governo Monti, la borghesia italiana si è attrezzata per condurre quest’ offensiva, sfruttando le possibilità offerte dalla situazione politica e in particolare dalla disponibilità del PD e delle confederazioni sindacali, che contribuiscono a lasciare la classe operaia senza reazione, rassegnata davanti a questa ennesima offensiva e sfiduciata rispetto alla possibilità di difendersi.

Il peggio, per la classe operaia, è proprio quest’ assenza di prospettive politiche e di prospettive di lotta. L’offensiva della borghesia si svolge mentre le organizzazioni storiche della classe operaia sono riuscite a disarmarla quasi completamente, proclamando l’abbandono di ogni riferimento alle idee di lotta di classe e di rovesciamento del sistema capitalista, affermando che la modernità sta nel riconoscere la legittimità delle leggi del mercato. Ma appunto, per la borghesia la legittimità delle leggi del mercato significa la libertà di condurre fino in fondo la sua propria lotta di classe contro i lavoratori!
Tra le altre cose, quest’assenza di prospettive politiche dalla parte della classe operaia apre uno spazio al rafforzarsi delle idee più reazionarie e alla demagogia di partiti come la Lega Nord, che oggi può apparire come l’unico partito deciso ad opporsi all’opera del governo Monti, in grado di raccogliere il consenso degli strati piccolo-borghesi colpiti dalla crisi, dai piani di austerità e dalle misure di liberalizzazione del governo, e di condurli nel vicolo cieco di qualche “guerra tra poveri”. Ma a questi strati sociali arrabbiati la sinistra non propone niente, tranne di accettare i sacrifici necessari per mantenere i profitti capitalisti, a patto che siano imposti “con equità”.

È urgente e vitale che la classe operaia dimostri la sua forza e la sua capacità di opporsi all’offensiva del governo e della borghesia. Le sue reazioni sul terreno delle lotte, ma anche la sua presa di coscienza politica, saranno decisive non solo per difendere le sue condizioni di vita, ma per dare un futuro all’insieme degli strati popolari fuori da questo sistema capitalista fallito. Sarà anche l’unico modo di non respingere gli altri strati sociali colpiti dalla crisi verso qualche demagogo reazionario, al servizio del gran capitale.

27 febbraio 2012


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