Internazionale

La crisi dell’economia capitalista

Da “Lutte de classe” n° 140 – Dicembre 2011 – Testo del Congresso di Lutte Ouvrière 2011

Quest’anno l’effetto più notevole dell’evoluzione dell’economia capitalista mondiale è stato la recrudescenza della crisi finanziaria, sotto forma della cosiddetta crisi del "debito sovrano" con le sue varie manifestazioni: tra l’altro la crisi dell’euro, i sobbalzi della borsa, la rinnovata minaccia di una crisi del sistema bancario e il ritorno, aperto o dissimulato, a politiche inflazionistiche. La folle agitazione della finanza, espressione della crisi dell’economia capitalista nel suo complesso, è al tempo stesso un suo fattore aggravante. Anche le statistiche ufficiali constatano il rallentamento dell’attività economica e ciò che i loro responsabili chiamano una recessione. La curva della crescita della disoccupazione su scala mondiale è certamente l’indicatore più significativo di questo periodo, cominciato alla fine del 2007 con i primi segni della crisi dell’immobiliare americano, che poi è proseguito e che l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), una delle officine economiche della borghesia, chiama qualche volta col nome di "Grande recessione", in riferimento alla grande depressione che seguì il crollo borsistico del 1929.

Ancora una volta i mezzi utilizzati per superare una fase precedente della crisi, all’occorrenza la minaccia di una crisi delle liquidità bancarie in seguito al fallimento nel settembre 2008 della banca Lehmann Brothers negli Stati Uniti, tornano come boomerang per innescare un nuovo sobbalzo. Le centinaia di miliardi, stanziati in quel momento dagli Stati a favore del sistema bancario e dei grandi gruppi capitalisti, hanno al tempo stesso aggravato la finanziarizzazione dell’economia e accresciuto l’indebitamento degli Stati. La massiccia assistenza finanziaria offerta dagli Stati alle banche e alle grandi imprese ha assicurato loro due brevi anni di fasti. I profitti sono stati alti. Dopo l’anno 2009 in cui, come contraccolpo della crisi finanziaria, la produzione era in regresso nei principali settori industriali, dall’automobile all’informatica, governanti e economisti hanno cominciato a salutare la ripresa. Per i profitti, essa era incontestabile: ed è vero che - nell’ottica capitalista - questo è l’alfa e l’omega dell’economia.

Il bilancio del salvataggio del sistema finanziario

Ma anche durante questo periodo di alti profitti, la disoccupazione è rimasta alta e la base economica della creazione di plusvalore si è allargata solo grazie al peggioramento dello sfruttamento, e non per il numero degli sfruttati. I profitti però, sia quelli dell’attività produttiva come quelli della finanza, vengono in ultima istanza dal plusvalore creato dallo sfruttamento nell’attività produttiva. La contribuzione finanziaria degli Stati ha consentito ad un certo numero di grandi imprese, tra l’altro dell’automobile, non solo di salvare la loro posizione ma anche di assicurarsi profitti alti (per esempio per la Francia i 5 miliardi distribuiti alla Peugeot e alla Renault, e il premio alla rottamazione). Ma questo ha rilanciato la domanda solo in modo artificiale e per un breve momento. Non aveva il potere di convincere i capitalisti che si stesse aprendo un periodo di allargamento del mercato, che avrebbe reso redditizi i nuovi investimenti produttivi.

Il bilancio del salvataggio del sistema finanziario, grazie all’intervento degli Stati, si limita al sostituire il debito pubblico con il debito privato. Ma i nuovi sobbalzi della finanza dopo l’agosto del 2011 sono ancora più minacciosi di quelli del 2008, proprio perché ad essere minacciati da fallimenti a catena non sono solo le banche private, ma gli Stati. Ne deriva la preoccupazione del sistema finanziario, non solo europeo, davanti all’eventuale fallimento della Grecia e all’effetto domino che potrebbe provocare.

La zona euro nella tempesta finanziaria

Dopo l’inizio negli Stati Uniti nel 2007 con la crisi immobiliare, trasformatasi nel 2008 in crisi bancaria, la crisi finanziaria è tornata alla ribalta nell’Unione europea. Attualmente la zona euro ne è l’epicentro.

Qui non torneremo sulla forma specifica della speculazione contro la zona euro (vedi testo sulla situazione internazionale), e ancora meno sui suoi rimbalzi quasi quotidiani. Diciamo solo che la speculazione ha trovato i punti di debolezza della zona euro, nella quale gli Stati hanno saputo darsi una moneta unica, ma senza aver prima armonizzato i loro sistemi fiscali, e soprattutto senza essersi dati un’autorità statale capace di intervenire in materia monetaria. La speculazione ha saputo cogliere questa opportunità.

Anche all’interno della zona euro, se i dirigenti politici come i media al servizio della finanza rappresentano la sola Grecia come responsabile dell’agitazione disordinata intorno all’euro, sanno tutti che qualunque altro stato di questa zona può essere coinvolto, l’Italia o la Spagna e forse domani la Francia. Ma anche rispetto ai debiti sovrani la speculazione poteva scatenarsi in altre regioni del mondo, senza parlare delle molteplici altre forme di speculazione.

La stessa crisi del debito sovrano è solo la manifestazione odierna di un succedersi di crisi, dovute alla speculazione finanziaria – se ne potrebbero contare un centinaio di diversa gravità – che punteggiano la storia della finanza dalla fine degli anni 60, a cominciare dalla crisi monetaria che portò all’implosione del sistema monetario internazionale istituito a Bretton-Woods all’indomani della Seconda guerra mondiale.

La crisi del sistema monetario internazionale dell’epoca era stata, bisogna ricordarlo, la prima manifestazione dell’entrata dell’economia capitalista mondiale in un periodo di crisi e di stagnazione della produzione.

L’Unione europea, e più in particolare la zona euro, corrisponde però agli interessi dei grandi gruppi industriali e finanziari dell’Europa e degli Stati Uniti. Se col passar del tempo ha assunto l’aspetto di un ordinamento parlamentare, di cui peraltro si constata la totale impotenza, è stata costruita con l’unico scopo di dare alle grandi imprese uno spazio economico un po’ meno ristretto dei loro rispettivi mercati nazionali. Eppure le attività finanziarie di questi stessi gruppi stanno distruggendo le basi della zona euro e dell’Unione europea. Questo è perfettamente contraddittorio, ma è solo una contraddizione in più dell’economia capitalista odierna.

Gli alti e bassi degli scambi internazionali

L’anno 2009 era stato anche un anno di regresso degli scambi internazionali. Dopo parecchi decenni di espansione continua, gli scambi internazionali sono stati brutalmente frenati sin dal novembre 2008. La caduta che ne è conseguita nell’anno 2009 è stata senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale. Secondo l’Organizzazione mondiale del commercio, il regresso degli scambi è stato dell’ordine del 22% in valore, e di un po’ più del 12% in volume. Questo regresso degli scambi è in parte legato al regresso della produzione, ma anche, nella stessa misura, una conseguenza della crisi finanziaria del 2008. Il 90% circa degli scambi mondiali passano per il credito a breve termine. La crisi di fiducia tra le banche e la mancanza di fiducia generalizzata, successiva al fallimento della banca Lehmann Brothers, hanno portato numerose imprese a rinunciare a finanziare operazioni a livello internazionale, in mancanza di garanzie bancarie. Questo regresso degli scambi nel 2009 relativizza la loro ripresa nel 2010, comunque una ripresa degli scambi limitata nel tempo. Nel primo semestre del 2011 gli scambi internazionali hanno ripreso a diminuire.

Profitti alti...

Al momento della pubblicazione, nel marzo 2011, dei risultati delle grandi imprese per l’anno 2010, il padronato aveva di che essere euforico. Negli Stati Uniti le 500 imprese più importanti - quelle raggruppate nell’indice S&P 500 - avevano incassato 700 miliardi di dollari di profitti, vicini al loro record storico del 2006

In Francia, nello stesso modo, ammontavano a 82,5 miliardi di euro i profitti accumulati dalle 40 grandi imprese dell’indice Cac 40. Questo risultato rimaneva ancora sotto i 101,4 miliardi di euro di benefici del 2007, un anno da record. L’aumento dell’85% dei profitti, oltre alle banche, riguarda le imprese dell’automobile o quelle connesse, la Peugeot, la Renault, la Michelin, grandi beneficiarie degli aiuti dello Stato, così come imprese quale la Vivendi, che vivono delle spese dello Stato o degli enti locali. Gli investimenti nell’industria manifatturiera sono però diminuiti del 2%. E l’autentico investimento, cioè la costruzione di nuove fabbriche, esiste solo nei grandi paesi semisviluppati (Cina, Brasile o India). Questi investimenti poi mirano essenzialmente ad aggirare le barriere protezionistiche di questi paesi, per poter riconquistare parti del loro mercato nazionale.

Gli alti profitti inaspriscono la concorrenza, non solo tra grandi imprese dello stesso settore, ma anche tra i giganti di potenza analoga situati a monte o a valle del processo di produzione. A monte, i prezzi delle materie prime esplodono, come risultato non solo dell’appetito dei grandi gruppi produttori, ma ancora di più della speculazione finanziaria. Nonostante la speculazione sia stata all’origine della crisi finanziaria del 2008 e della minaccia di bancarotta del sistema bancario, è ricominciata subito, appena passata la minaccia immediata. Ed è sempre stata alimentata della politica inflazionistica degli Stati.

… e rilancio dell’inflazione

Negli Stati Uniti questa politica inflazionistica è stata apertamente condotta sotto l’espressione edulcorata di "programma di ammorbidimento quantitativo”, che consiste nel far acquistare dalla Banca centrale, la Fed, i titoli emessi dallo Stato. È solo un nuovo nome per la vecchia pratica dello stampare banconote. Questa manipolazione ha consentito di finanziare il Tesoro americano per 700 miliardi di dollari supplementari, praticamente la totalità dei bisogni dello Stato Federale. La stessa politica è stata fatta dalla Banca d’Inghilterra. La Banca Centrale Europea stessa, nonostante gli ostacoli giuridici dovuti ai trattati che hanno presieduto alla sua creazione, ha saputo aggirare questi ostacoli per iniettare 75 miliardi di euro (l’equivalente di 100 miliardi di dollari) nell’economia, acquistando titoli di Grecia, Irlanda e Portogallo.

Grazie al denaro a bassissimo tasso d’interesse di cui disponevano sia presso la Riserva federale americana sia presso la Banca Centrale Europea, i finanzieri hanno moltiplicato le operazioni speculative sulle azioni in Borsa, sulle materie prime, sull’euro o sulle monete. Hanno contribuito in gran parte all’aumento dei prezzi delle materie prime minerali, così come al carattere disordinato, a sbalzi, di questi aumenti. Le materie prime energetiche hanno subito la stessa evoluzione. Nonostante la crisi, i prezzi del petrolio e del gas sono in aumento e i profitti delle compagnie petrolifere fanno scintille.

La speculazione sulle azioni in Borsa ha portato però al formarsi di una bolla speculativa, che finalmente è scoppiata nel mese di agosto 2011, con l’inizio di un panico nelle Borse che ha amplificato il ribasso. Da quel momento il prezzo delle azioni cambia quasi ogni giorno in un’agitazione disordinata, il che tra l’altro non ferma la speculazione ma al contrario le offre nuove possibilità.

In effetti i gruppi finanziari possono guadagnare fortune anche speculando al ribasso. E oltre alla speculazione stessa, il ribasso dei prezzi delle azioni di una grande impresa può dare ad un concorrente più potente, o che dispone semplicemente di più liquidità, l’opportunità di comprare una quantità sufficiente di azioni per prenderne il controllo. Nella fortissima tendenza delle imprese a riacquistare le loro proprie azioni anziché investire, c’è ovviamente la volontà di accrescere il patrimonio degli azionisti con la valorizzazione di ogni azione. Ma è anche spesso un modo per tenere a distanza un eventuale predatore.

I nuovi strumenti della speculazione

I mesi che hanno seguito l’allerta del 2008 sono stati un periodo di grande creatività in materia di prodotti finanziari. Oltre alla diversità delle denominazioni, qualche volta poetiche e qualche volta oscure, la loro caratteristica comune era di essere sempre più complessi e rischiosi. Meritano una menzione speciale i vari titoli che rappresentano assicurazioni contro le eventuali perdite. Così i CDS (Credit default swap) assicurano contro il default di un debito sovrano: sono in qualche modo un’assicurazione contro il fallimento di uno Stato debitore. Il clima d’incertezza ha fatto esplodere il volume di questi CDS. Questi titoli assicurativi sono anche a loro volta oggetti di speculazione, e il loro volume amplifica i movimenti speculativi e collega le banche tra di loro, ognuna essendo al tempo stesso assicuratrice e assicurata.

Nonostante la loro immaginazione, i finanzieri non hanno la possibilità di allargare il pianeta. Invece hanno trovato il modo di accelerare la velocità delle operazioni finanziarie. Il “trading alta frequenza” permette per esempio ai traders, o più precisamente ai loro computer programmati a questo scopo, di passare enormi ordini di acquisto o vendita di azioni o di valute in pochi decimi di secondi. Questo tipo di scambio è passato, sui mercati azionari europei, dal 9% al 40% dei volumi scambiati tra il 2007 e il 2011. Segno di una finanza ormai in preda alla follia furiosa, tanto che una delle misure di regolazione seriamente discusse consisterebbe nel limitare la velocità di queste macchine da speculazione.

La crisi delle operazioni finanziarie nel settembre 2008, come la ripresa folgorante di queste stesse operazioni pochi mesi dopo, hanno tutte e due contribuito alle concentrazioni finanziarie. Le dieci prime banche mondiali (Deutsche Bank, Barclays, UBS, Citigroup, HSBC in particolare) realizzano il 77% delle transazioni sul mercato mondiale delle monete, e quindi dominano la speculazione. Dietro l’espressione neutra di “mercati finanziari” c’è la capacità di nuocere di una decina di consigli d’amministrazione sull’economia mondiale.

I gruppi finanziari non lavorano solo con il proprio denaro, ma ancora di più con le liquidità dei grandi gruppi industriali.

I gruppi industriali del S&P 500, che disponevano nel 2010 di 940 miliardi di dollari di liquidità, hanno realizzato in quell’anno, nonostante la crisi, 700 miliardi di dollari di benefici dalle operazioni. Pur dedicando solo lo stretto necessario agli investimenti produttivi, e ancora meno alla remunerazione dei loro salariati, e nonostante le somme dell’ordine di 300 miliardi di dollari spese in riacquisto di azioni al fine di aumentarne il valore, detenevano ancora somme enormi che hanno messo a disposizione del sistema finanziario.

Gli affamatori del mondo

La forma più odiosa delle speculazioni sulle materie prime è quella che riguarda i prodotti alimentari. Dopo un primo aumento dei prezzi del grano nel 2006, 2007 e 2008, appena interrotto nel 2009, questi prezzi e quelli del riso e del granoturco sono di nuovo aumentati a partire dal 2010.

I prezzi del grano e del granoturco alla tonnellata, che all’inizio degli anni 2000 erano pari rispettivamente a 80 e 110 dollari, sono passati a 160 e 200 dollari nel 2006. Dopo un anno senza aumenti nel 2009, i prezzi hanno ripreso ad aumentare nel 2010. Nella primavera del 2011 il prezzo della tonnellata di grano si è stabilito a 350 dollari!

E, ciò che probabilmente è ancora peggio, non solo i prezzi sono complessivamente più alti, ma sono anche più instabili. Così nel 2008 i prezzi alla tonnellata di queste due cereali, tanto importanti per l’alimentazione del mondo, hanno raggiunto picchi di 240 dollari per il granoturco e 400 dollari per il grano.

Stessa evoluzione per il riso, il cui prezzo alla tonnellata è passato da 150 dollari all’inizio degli anni 2000 a 350 dollari otto anni dopo, provocando all’epoca sommosse della fame in molte città dell’Asia meridionale e dell’Africa occidentale.

I gruppi capitalisti non si fidano del futuro della loro propria economia, e non credono ad un ulteriore allargamento del mercato. Le somme non investite nella produzione e orientate verso le operazioni finanziarie contribuiscono al rincaro speculativo dei prezzi delle materie prime, il che a sua volta rende gli investimenti produttivi meno redditizi.

Durante l’anno 2010 i prezzi delle materie prime sono saliti in media del 50%. Questo ha inasprito la lotta per la spartizione del profitto tra le imprese industriali, decise a ripercuotere gli aumenti dei prezzi delle materie prime sull’aumento dei prezzi alla produzione, e i capitalisti della distribuzione. Nella giungla di questa concorrenza esacerbata, i rapporti di forza sono decisivi. Molte imprese d’appalto o distributori più piccoli ne hanno fatto le spese, e ancora di più ne hanno fatto le spese i lavoratori di queste imprese, prime vittime di ogni piano di riduzione dei costi.

I debiti pubblici, nuovo pretesto per ricattare gli sfruttati

Il debito pubblico nutre la finanza, ma il suo ammontare minaccia gli Stati di fallimento. Invocare il debito pubblico è la nuova bandiera sotto la quale si impongono nuovi sacrifici agli sfruttati. Le politiche di austerità condotte dappertutto corrispondono agli interessi dei capitalisti. Il blocco dei salari da parte delle autorità statali, il prolungamento del tempo e della durata del lavoro danno ai padroni armi legali per peggiorare lo sfruttamento. La diminuzione delle spese sociali dello Stato lascia una parte più importante delle sue finanze a disposizione dei capitalisti, ma nello stesso tempo si riduce il numero dei consumatori e quindi si riducono i mercati e l’espansione capitalista. Sempre più dipendente dallo Stato e dalla sua capacità di ricattare le classi popolari con i mezzi dello Stato, il gran capitale ostenta sempre più chiaramente il suo parassitismo.

Il repentino cambiamento di prezzo delle azioni in Borsa, il cui motivo immediato è stato lo scoppio di una bolla speculativa, non è però solo un fenomeno finanziario. Quando, dopo le banche, grandi imprese perdono fino al 20% o addirittura il 30% della capitalizzazione borsistica delle loro azioni, questo è anche il segno che i capitali in cerca di piazzamenti non sono ottimisti sui profitti che queste aziende potrebbero realizzare in futuro.

Dalla metà del mese di agosto, lo spettro della recessione incombe di nuovo sull’industria pesante, l’acciaio, l’automobile. In un solo mese le aziende europee legate all’acciaio hanno visto il valore delle loro azioni crollare del 34% (Per esempio la Arcelor – Mittal è caduta del 38%).

Il ricordo della recessione successiva alla crisi finanziaria del settembre 2008 è ancora troppo recente per non fare da avvertimento. All’epoca i costruttori automobilistici, prevedendo la diminuzione delle vendite, avevano ridotto le loro produzioni per non accumulare stock costosi. Ciò aveva spinto i fornitori d’acciaio ad arrestare numerosi altiforni. Il movimento si era propagato a tutta l’industria, in particolare ai produttori di macchinari, le cui vendite crollarono. Nel 2011 sta ricominciando lo stesso meccanismo.

La crisi della finanza, espressione della crisi dell’economia

La crisi finanziaria ha ancora un altro effetto sulla produzione. Senza che si possa ancora parlare di una crisi di sfiducia delle banche le une verso le altre, tuttavia - come già avvenuto nel 2008 - concedono più difficilmente i crediti necessari al funzionamento delle aziende. Questa diffidenza delle banche non si limita alle piccole e medie imprese, i cui rappresentanti non fanno che denunciare le difficoltà ad ottenere prestiti, anche per gli affari che ancora vanno bene.

"Le difficoltà delle banche francesi rendono più difficili i finanziamenti di aerei" era il titolo del giornale Les Echos del 22 settembre 2011. Queste difficoltà sono aumentate dal fatto che in questo settore gli acquisti e le vendite di velivoli si trattano in dollari. Per questo motivo la speculazione contro l’euro, rendendo la situazione delle banche europee più fragile, non invoglia le banche americane a rispondere favorevolmente alle domande di rifinanziamento in dollari provenienti dalle banche europee.

E soprattutto le misure di austerità prese da tutti i governi per soddisfare le esigenze del capitale finanziario restringono ancora le capacità di consumo di una parte crescente della popolazione, e quindi il mercato. Il capitale finanziario sta scavando la fossa sotto i piedi del capitale industriale: eppure sono due forme d’esistenza dello stesso capitale. Considerare che l’opposizione tra l’una e l’altra si potrebbe cancellare è come pretendere di scindere i due poli di una calamita.

L’altermondialismo, una critica moderata della finanza che non mette in discussione il capitalismo

Ormai è un atteggiamento ricorrente, e non solo negli ambienti della sinistra riformista, denunciare la finanza e i suoi eccessi. L’economista Joseph Stiglitz, ex ministro di Clinton e titolare del premio Nobel dell’Economia, considerato la guida intellettuale degli altermondialisti, ha intitolato il suo libro che analizza gli ultimi contraccolpi della crisi: "Il trionfo dell’ingordigia". Come se la cosa fosse stata sconosciuta nel capitalismo di prima della deregolamentazione dei fatidici anni 80!

Criticare le "politiche liberali", le deregolamentazioni oppure la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia, pur rimanendo a questo livello di critica senza spiegare come tutto questo è cresciuto a partire dall’evoluzione della stessa economia capitalista, è ancora un modo di difendere la stessa economia capitalista. Il fatto che in Francia il Partito socialista e il Partito comunista, e anche una parte dell’estrema sinistra, riprendono a modo loro questo tipo di spiegazione, dimostra che tutti questi critici rimangono fondamentalmente sul terreno della borghesia.

Alla domanda "perché questo sviluppo della finanziarizzazione?”, gli altermondialisti non rispondono altro che banalità. Rimanere alla semplice denuncia delle politiche liberali condotte dai governi, oppure all’influenza delle teorie monetaristiche di alcuni guru dell’economia politica borghese, sono solo alcune di queste banalità. Non spiegano perché, ad un certo momento della storia economica del dopoguerra - precisamente dopo le prime manifestazioni della crisi economica, alla svolta degli anni 60 e 70- queste politiche liberali hanno cominciato ad imporsi.

È evidente che gli Stati e i loro dirigenti hanno avuto una parte in ogni momento di questa finanziarizzazione dell’economia. Le molteplici misure prese per “deregolamentare”, per sopprimere ostacoli davanti ai piazzamenti e agli spostamenti di capitali da un paese all’altro, da un settore all’altro, sono state misure statali. Ma i governi non hanno fatto altro che dare una traduzione normativa all’evoluzione stessa del capitalismo, alla sua dinamica interna, qualche volta anticipandola.

Gli altermondialisti denunciano i cervelloni del liberalismo economico, che difendono l’idea secondo la quale i mercati si autoregolano. Questo è giusto. Il moltiplicarsi delle crisi finanziarie e la loro gravità crescente dimostrano il valore di tali stupidaggini. Le crisi dell’economia capitalista però non sono scomparse, neanche nei periodi in cui il mercato era più o meno regolamentato. E soprattutto, è stato il mercato regolamentato a partorire il mercato deregolamentato. E prima di averlo partorito, lo ha portato nel proprio seno. Ha preparato i finanzieri ad esigerlo, gli economisti a giustificarlo, e i politici ad assicurarne le condizioni legali. Allora come potrebbe – se peraltro fosse possibile - il ritorno alla regolamentazione salvare l’economia capitalista?

La preponderanza del capitale finanziario sul capitale industriale ha una storia più che secolare dietro di sé. È anche una delle caratteristiche dell’evoluzione del capitalismo arrivato a maturità - alla senilità per riprendere l’espressione di Lenin - uno dei segni del suo passaggio dallo stadio concorrenziale allo stadio imperialista. Ma nell’ambito di questa evoluzione globale, la finanza e l’attività produttiva evolvono in simbiosi. I loro ruoli rispettivi riflettono le pulsazioni dell’economia capitalista.

La regolamentazione, un mezzo di circostanza per salvare il gran capitale

Le misure di regolamentazione che fanno tanto sognare gli economisti che si ergono a maestri della sinistra borghese sono state reinventate nel contesto della crisi del 1929 e degli anni della depressione. Hanno preso forme diverse nella democrazia imperialista degli Stati Uniti e sotto il regime nazista della Germania borghese, ma gli obiettivi erano gli stessi: salvare il gran capitale.

Durante la seconda guerra mondiale la regolamentazione divenne il precetto in tutti i paesi imperialisti. Ma la regolamentazione non solo non ha impedito ai grandi trust di prosperare; al contrario, proprio la guerra ha consentito un lungo periodo di arricchimento per gli squali più grossi dell’economia capitalista.

La regolamentazione si prolungò ben dopo la guerra, imposta dalla necessità di fornire stampelle statali al capitale privato, incapace di fare fronte sulla base del profitto privato e della concorrenza a tutti i compiti della ricostruzione e del rilancio della produzione. Anche nei paesi imperialisti, quelli europei in particolare, lo Stato non ha solo regolamentato: ha giocato un ruolo importante, sia in materia di produzione che come sostegno al credito. Sono state elaborate molteplici regole giuridiche e amministrative, fra le quali la separazione delle rispettive attività delle banche e delle assicurazioni, la separazione all’interno del settore bancario stesso tra le banche di deposito e le banche d’investimento. A questo si sono aggiunti, nelle relazioni tra i paesi, il controllo dei cambi ed un sistema monetario internazionale con il predominio del dollaro.

Tutto ciò da una parte è la prova che in effetti è possibile aggiungere tutta una serie di regole al capitalismo; ma dall’altra è anche la prova che, se non si toccano le basi dell’economia capitalista - la proprietà privata dei mezzi di produzione e la corsa al profitto - le crisi non scompaiono, e quando le regole destinate ad aiutare il gran capitale diventano un intralcio, il gran capitale sa come farle saltare.

Reagan, la Thatcher e i grandi sacerdoti del capitalismo liberale sono stati solo gli strumenti, gli esecutori della volontà del gran capitale in un determinato momento della sua evoluzione.

Tra le stupidaggini diffuse dagli ambienti altermondialisti, c’è l’accusa fatta ai trattati di Lisbona di far divieto alla Banca centrale europea di prestare agli Stati. Di colpo questi ultimi sono costretti a prendere prestiti sui mercati finanziari, il che li rende prigionieri di questi mercati. L’alto ammontare del debito pubblico sarebbe esclusivamente dovuto agli interessi pagati alle banche private.

Se è del tutto vero che una parte importante dell’indebitamento è dovuta ai prelievi delle banche e che la decisione dei governi di finanziarsi sul mercato dei capitali pagando interessi è stato un immenso regalo a questo sistema finanziario, la spiegazione degli altermondialisti è parziale, per motivi interessati.

Lo è innanzitutto perché mettere alla gogna solo i trattati di Maastricht e Lisbona, che hanno dato un fondamento giuridico in Europa alla limitazione dei diritti della Banca centrale, significa tacere volontariamente il fatto che i debiti pubblici degli Stati Uniti e della Gran Bretagna sono altrettanto considerevoli, anche se questi due paesi non fanno parte della zona euro e non sono interessati dagli obblighi creati dai trattati di Maastricht e Lisbona.

Lo è poi perché presentare come un’alternativa alla crisi finanziaria attuale il ritorno al diritto di ogni Stato della zona euro di stampare carta moneta non è affatto una soluzione per risolvere la crisi, né una prospettiva più favorevole per le classi sfruttate. Una politica inflazionistica, anche condotta dallo Stato nazionale, è ancora una politica destinata a svuotare le tasche dei lavoratori, demolendo il potere d’acquisto dei salari.

Le circostanze possono portare la borghesia ad assumere questa politica. Gli Stati Uniti la stanno già praticando, e anche l’Europa fino ad un certo punto. I lavoratori ovviamente non devono ritrovarsi dietro la politica della borghesia, che stia mirando alla stabilità monetaria o che sia inflazionistica. Questo ripropone la necessità per il mondo del lavoro di mettere tra i suoi obbiettivi una scala mobile dei salari che sia in grado di preservare il loro potere d’acquisto.

Nel testo del congresso dell’anno scorso dedicato alla crisi dell’economia capitalista constatavamo che: “Contrariamente ai timori degli ambienti finanziari, o addirittura dei dirigenti politici delle grandi potenze imperialiste, l’utilizzo sfrenato dell’emissione monetaria non si è tradotto, o non ancora, nel ritorno alla forte inflazione degli anni settanta. (...)

Tutto si svolge come se l’economia fosse a compartimenti stagni e la massa monetaria supplementare, risultante da una grande emissione di moneta, fosse completamente assorbita dal sistema finanziario stesso.”

Dato però il ricorso caotico all’emissione monetaria negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in un altro modo in Europa, è probabile che la massa monetaria in circolazione possa alimentare sia il casinò dei ricchi, sia l’inflazione per le classi popolari.

Gli altermondialisti sono attenti a non mettere mai in discussione le basi dell’economia capitalista, pur criticando alcuni dei suoi danni. Se possono rivendicare l’onore di essere le guide intellettuali del Partito socialista francese, ci sarà un motivo. Già sono fieri che anche il molto reazionario duetto Sarkozy – Merkel possa guardare con occhio favorevole alla Tobin tax, questo irrisorio prelievo che non solo non tocca affatto le basi dell’economia capitalista, cioè le vere cause della crisi, ma sfiora ben poco gli interessi dei finanzieri speculatori. L’ultima riunione del G20, questo cenacolo di dignitari dell’imperialismo, ha anche messo all’ordine del giorno delle discussioni l’idea di tassare le operazioni finanziarie.

La sinistra di governo e i suoi ispiratori, altermondialisti e assimilati, in realtà si candidano ad essere gli esecutori delle volontà del gran capitale, se l’attuale caos finanziario lo porta a fare appello alle stampelle statali.

Il ritorno ad una fraseologia più statalista, l’evocazione delle nazionalizzazioni, non sorgono dal nulla. È possibile che dalla crisi attuale sorgano nuove regole per provare ad inquadrare un po’ la finanza, per proteggere con misure protezionistiche lo spazio economico, nazionale o europeo.

Concentrazione finanziaria e divisione internazionale del lavoro

Se le crisi dell’economia capitalista sono sempre catastrofiche per la società e in particolare per gli sfruttati, che sprofondano nella disoccupazione, sono semplici pulsazioni nella vita di questa economia. Anzi, per le grandi imprese sono spesso pulsazioni favorevoli perché le crisi, che sopprimono i rami morti e liquidano le imprese meno valide, sono anche periodi di intense concentrazioni di capitali. La volontà di controllare le materie prime energetiche e minerali, indispensabili alla produzione, si combina con l’ascesa speculativa dei prezzi per inasprire la rivalità delle grandi società specializzate che si dividono il pianeta. Hanno approfittato dell’abbondanza di capitali finanziari in cerca di piazzamenti per associarsi oppure riacquistarsi reciprocamente. Nel 2010 le somme totali spese per le operazioni di fusioni e acquisizioni hanno raggiunto l’ammontare record di 2480 miliardi di dollari.

Il controllo di alcuni monopoli o oligopoli sulle ricchezze minerarie del mondo si è ancora rafforzato. Come ai tempi de L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, questo controllo è totale nei settori essenziali del petrolio, del ferro, della bauxite, del rame o del nickel e aggrava l’antagonismo tra le industrie specializzate e quelle che non lo sono.

Una delle conseguenze di questo controllo dei grandi trust sulle fonti di materie prime è il loro controllo sugli Stati dei paesi sottosviluppati dove si trovano. Ne risulta la collocazione e il mantenimento di strati dirigenti locali, il cui compito è di allontanare le classi sfruttate dei loro paesi da ogni forma di spartizione della rendita mineraria. L’Africa, in cui parecchi paesi sono particolarmente ben forniti di ricchezze minerarie, rimane il continente la cui popolazione è la più povera. Se la forma coloniale della dominazione è ormai superata, il controllo dei grandi trust su questi paesi è altrettanto totale. E se nessuna odierna battaglia di Fascioda illustra la corsa alla spartizione coloniale, dietro molte guerre locali o etniche c’è la rivalità fra i gruppi capitalisti per il controllo delle risorse.

Nelle industrie di trasformazione il movimento di fusioni e acquisizioni non mira ad aumentare la capacità di produzione della società, ma consente alle firme multinazionali più potenti di mettere le mani sui mercati che prima sfuggivano loro.

Questa estensione quantitativa dei grandi trust si è tradotta anche con cambiamenti qualitativi. Se tutte queste grandi firme hanno potenti basi nazionali e, per quanto riguarda le grandi imprese americane, un grande mercato nazionale, sono al tempo stesso presenti in un gran numero di paesi, e hanno avuto una strategia che ha integrato nello sviluppo complessivo le specificità nazionali più utili, quali la prossimità delle fonti di materie prime o il prezzo e la qualità della manodopera, ecc. Con le loro ditte d’appalto e i loro fornitori, costituiscono conglomerati economici i cui tentacoli rinchiudono l’economia mondiale in un complesso unico. Col favorire la specializzazione, contribuiscono a far sì che la divisione internazionale del lavoro sia ancora più spinta. Le grandi imprese multinazionali, diventate reti internazionali di produzione, integrando una moltitudine di fabbriche in una moltitudine di paesi, occupando tutte un posto determinato nel processo di produzione per il mercato mondiale, hanno spinto verso “un’interdipendenza universale delle nazioni" come diceva Karl Marx nel Manifesto comunista, ad un livello senza precedenti in passato.

La divisione del lavoro a livello internazionale si organizza ormai essenzialmente all’interno di questi grandi conglomerati, e in funzione dei loro interessi. Sotto il regno del gran capitale lo sviluppo di queste multinazionali costituisce un formidabile vincolo che subordina il mondo alla ricerca del profitto di un numero sempre più ristretto di consigli d’amministrazione che dominano l’economia mondiale, ma costituisce anche il segno di una socializzazione crescente della produzione.

L’imperialismo, dai tempi di Lenin ad oggi

Ne L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, Lenin aveva saputo descrivere, in modo in gran parte premonitore per la sua epoca, il peso del capitalismo monopolistico:

“È noto a tutti quanto il capitale monopolistico abbia acuito tutti gli antagonismi del capitalismo. Basta accennare al rincaro dei prezzi e alla pressione dei cartelli. Questo inasprimento degli antagonismi costituisce la più potente forza motrice del periodo storico di transizione, iniziato con la definitiva vittoria del capitale finanziario mondiale.

Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un pugno di nazioni estremamente ricche e potenti: sono le caratteristiche dell’imperialismo, che ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente. Sempre più netta appare la tendenza dell’imperialismo a formare lo "Stato rentier", lo Stato usuraio, la cui borghesia vive esportando capitali e "tagliando cedole". Sarebbe erroneo credere che tale tendenza alla putrescenza escluda il rapido incremento del capitalismo: tutt’altro. Nell’età dell’imperialismo i singoli paesi palesano, con forza maggiore o minore, ora l’una ora l’altra di quelle tendenze.”

Per attualizzare questa constatazione, si potrebbe aggiungere che, da quando il testo di Lenin fu scritto, la tendenza dei grandi Stati imperialisti a diventare Stati-rentier e a lasciare la produzione a paesi sottosviluppati che diventano le “officine del mondo”, dalla Cina al Brasile e a tutta una serie di paesi dell’Asia orientale, dà un carattere acuto alla contraddizione tra questi Stati-rentier, dove l’attività finanziaria ha in gran parte sostituito l’attività industriale, e i paesi poveri, la cui produzione industriale crescente è alimentata dall’attività finanziaria dei paesi imperialisti.

Ma, siccome Lenin era un comunista rivoluzionario, vide anche in questo sviluppo ciò che stava annunciando il futuro:

“Quando una grande azienda assume dimensioni gigantesche e diventa rigorosamente sistematizzata e, sulla base di un’esatta valutazione di dati innumerevoli, organizza metodicamente la fornitura della materia prima originaria nella proporzione di due terzi o di tre quarti dell’intero fabbisogno di una popolazione di più decine di milioni; quando è organizzato sistematicamente il trasporto di questa materia prima nei più opportuni centri di produzione, talora separati l’uno dall’altro da centinaia e migliaia di chilometri; quando un unico centro dirige tutti i successivi stadi di elaborazione della materia prima, fino alla produzione dei più svariati fabbricati; quando la ripartizione di tali prodotti, tra le centinaia di milioni di consumatori, avviene secondo un preciso piano (...), allora diventa chiaro che si è in presenza di una socializzazione della produzione e (...) che i rapporti dell’economia privata e della proprietà privata formano un involucro non più corrispondente al contenuto, involucro che deve andare inevitabilmente in putrefazione qualora ne venga ostacolata artificialmente l’eliminazione, e la cui putrefazione potrà magari durare per un tempo relativamente lungo.”

Il tempo “relativamente lungo” evocato da Lenin è risultato ben più lungo ancora di ciò che pensavano i comunisti rivoluzionari dell’epoca. Se, appena un anno dopo L’imperialismo fase suprema del capitalismo, steso da Lenin nella primavera del 1916, il mondo capitalista fu scosso dalla potente ondata rivoluzionaria cominciata precisamente con la rivoluzione russa, questa ondata non è stata sufficiente per distruggere il capitalismo. Si sa che cosa è successo poi.

La società doveva pagare questa sopravvivenza del capitalismo con la crisi del 1929, la grande depressione, il fascismo, la seconda guerra mondiale, e in qualche modo, di riflesso, con la degenerazione dello Stato operaio stesso.

Trotskij poteva scrivere venti anni dopo, nel Programma di transizione: “Le premesse oggettive della rivoluzione proletaria non solo sono mature, ma hanno addirittura cominciato a marcire”. I tempi della trasformazione della società si sono rivelati ben più lunghi ancora, rispetto a ciò che pensava Trotskij.

Ma l’ostacolo rimane della stessa natura di ciò che descriveva Trotskij. Un’organizzazione economica e sociale, anche diventata da molto tempo obsoleta, cade solo se è rovesciata, o in altri termini solo se c’è una classe rivoluzionaria capace di candidarsi alla direzione della società e di combattere per il potere.

Ma nonostante le distruzioni della seconda guerra mondiale, nonostante tutti i danni che poi sono conseguiti dal perpetuarsi del capitalismo, nonostante la successione di crisi che lo hanno scosso, sia quando l’economia capitalista era regolata sia quando non lo è stata più, l’umanità non ha smesso di sviluppare le sue conoscenze scientifiche e tecniche e quindi anche la sua efficacia nella battaglia per conquistare un controllo crescente della natura. La divisione del lavoro su scala mondiale che si è ancora perfezionata ne fa parte, anche se ha continuato ad approfondire le disuguaglianze e ad aggravare il carattere caotico di questo sviluppo.

La finanziarizzazione, una continuità e un’amplificazione nella storia dell’imperialismo

La finanziarizzazione stessa non è stata una rottura nella storia del capitalismo. Non ne ha cambiato le leggi, e ancora meno le contraddizioni. Anzi, le ha amplificate.

La finanziarizzazione ha contribuito ad integrare ancora di più l’economia mondiale in un complesso unico. Lo ha fatto amplificando la polarizzazione tra la ricchezza di una piccola minoranza e la povertà della grande maggioranza, tra i possessori di capitali e gli sfruttati, tra i paesi ricchi e i paesi sottosviluppati. Ha accentuato tutte le contraddizioni dell’economia capitalista. Ha dato alla vita economica un carattere ancora più caotico di prima.

Nello spaventoso spreco che costa all’umanità il perpetuarsi dell’ordine capitalista, bisogna anche annoverare il prezzo considerevole pagato per le molteplici guerre, con o senza intervento diretto delle potenze imperialiste, le carestie e in particolare quelle causate dalla sola speculazione sui prodotti alimentari.

Oltre i milioni di morti e feriti in guerre le cui cause si collegano direttamente o indirettamente al dominio dell’imperialismo sul mondo, bisogna anche ricordare ciò che l’umanità perde quando si costringe una parte importante dei suoi membri a un’esistenza vegetativa, esclusivamente preoccupata dai problemi della vita quotidiana, senza accesso all’educazione e alla cultura.

Gli economisti della borghesia hanno inventato un “indice di sviluppo umano” per completare l’insufficienza del solo indice del Pil (prodotto interno lordo). Ma non tutti gli sprechi dovuti alla sopravvivenza del capitalismo si possono contabilizzare in qualche indice statistico. Quanti bambini che avrebbero potuto diventare Mozart, Leonardo da Vinci, Rembrandt, Balzac, Einstein o... Marx muoiono di fame prima di arrivare all’età adulta? Quanti, anche se sopravvivono, non hanno alcuna possibilità di raggiungere le file di quelli che fanno progredire l’umanità?

L’organizzazione comunista dell’economia, con la socializzazione della produzione e della distribuzione, era all’epoca di Marx solo una geniale anticipazione.

Quanto all’epoca di Lenin, per il fatto che il partito bolscevico aveva preso il potere in un paese sottosviluppato, bisognò provare a fare con i mezzi dell’amministrazione dello Stato operaio ciò che il capitalismo non aveva fatto in Russia. Di fronte a questo compito gigantesco Lenin sapeva di che cosa parlava, quando qualche volta diceva che l’economia russa non soffriva di troppo monopolio, ma di non averne abbastanza.

La sua principale preoccupazione nel periodo prima della morte era di insistere sulla necessità del censimento, anche semplicemente per conoscere i mezzi di produzione esistenti nel paese.

Nonostante il considerevole ritardo della rivoluzione proletaria dopo il primo tentativo del 1917, la storia non è rimasta ferma.

Nonostante le scadenze siano risultate ben più lontane di ciò che pensavano Marx, Engels, Rosa Luxemburg o Trotskij, la domanda “socialismo o barbarie?” ancora non ha trovato risposta, anche se l’imperialismo che marcisce ha risuscitato una moltitudine di forme di barbarie che si ricollegano al passato, come il fondamentalismo religioso, l’etnismo o il nazionalismo, a cui bisogna aggiungerne altre, sorte dalle attività dell’umanità stessa, come la minaccia nucleare, o più in generale tutte le minacce che la produzione per il solo profitto rappresenta per la natura e per l’ambiente.

Ma rimane anche vero, come ai tempi di Lenin, che le multinazionali gigantesche, che agiscono da parassiti dell’attività umana in tutte le parti del pianeta, contengono però anche il nucleo della società futura. La socializzazione crescente dell’attività produttiva, la globalizzazione imperialista, sono l’omaggio del vizio alla virtù, del capitalismo in via di putrefazione alla riorganizzazione futura comunista della società.

Contro le idee reazionarie, anche presentate con un discorso di sinistra

Un aspetto importante della battaglia politica dei comunisti rivoluzionari consiste nel combattere chi, col pretesto di attaccare questa o quella conseguenza della sopravvivenza del capitalismo, lo fa con idee reazionarie, che nel migliore dei casi sono inattuabili, e nel peggiore rappresentano un passo indietro.

Il comunismo rivoluzionario non si riduce alla difesa dei vantaggi acquisiti. Il protezionismo, o la deglobalizzazione, anche serviti in salsa di sinistra, non solo sono un’idea stupida, tanto è grande l’interdipendenza delle economie: quante fabbriche, disperse in quanti paesi, partecipano alla fabbricazione di un aereo? Quanti salariati qui in Europa lavorano per conto di un’impresa americana, giapponese oppure cinese?

Il protezionismo è stato – e già ben poco – progressista nel caso di paesi poveri che provavano a proteggere la loro economia nazionale contro il brigantaggio imperialista. Ma nei paesi imperialisti, in particolare i paesi europei, anche quando il protezionismo è presentato come un mezzo per tutelare i lavoratori, è chiaramente con la pretesa di farlo contro la concorrenza dei lavoratori dei paesi poveri, d’Africa o di Cina. Quali che siano le circonlocuzioni per presentarlo, il protezionismo è un modo per aizzare i lavoratori del paese contro i loro fratelli di classe degli altri paesi e di incatenarli al carro della loro borghesia imperialista.

L’umanità potrà emanciparsi dal capitalismo solo nel suo complesso. Sarà nel suo complesso, e approfittando delle divisioni del lavoro già preparate dal capitalismo, compreso l’imperialismo globalizzato, che le sarà possibile riorganizzare la produzione su scala mondiale, in modo cosciente e razionale.

Il futuro dell’umanità non può essere un mondo composto da un’Europa fortezza e da un’America fortezza che proteggeranno i loro privilegi contro l’oceano di miseria del resto del mondo. Questa prospettiva non è solo ignobile sul piano umano, è irreale. Il capitalismo ha un bell’erigere mura alte otto metri e fili spinati intorno a territori considerati come privilegiati, ha un bel dare carta bianca ai mascalzoni che dai posti dirigenti danno la caccia agli immigrati, non può rendere queste mura invalicabili. E d’altronde le barriere messe all’esterno per proteggersi dai diseredati dei paesi poveri non proteggono dalla povertà che cresce all’interno degli stessi cosiddetti paradisi capitalisti.

Il fatto di aver annunciato a suo tempo la possibilità del “socialismo in un solo paese” era stato considerato dai comunisti rivoluzionari come il segno che lo stalinismo era passato irrevocabilmente nel campo del capitalismo e del futuro capitalista della società.

L’umanità potrà riprendere la sua marcia in avanti solo dopo essersi sbarazzata del potere economico della borghesia, a cominciare dalla sua visione del mondo. L’unica prospettiva che si possa opporre alla prospettiva di un mondo dominato dal capitalismo imperialista, regolato o meno, dipende dalla capacità del proletariato di giocare il suo ruolo storico. Più ancora che ai tempi di Trotskij, “Tutto dipende dal proletariato, cioè fondamentalmente, dalla sua avanguardia rivoluzionaria. La crisi storica dell’umanità si riduce alla crisi della direzione rivoluzionaria”.

7 novembre 2011


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