Internazionale

La situazione internazionale

Da “Lutte de classe” n° 140 – Dicembre 2011 – Testo del Congresso di Lutte Ouvrière 2011

I - Le relazioni tra imperialismi a prova della crisi

La situazione internazionale è segnata dal prevalere della crisi, con le sue conseguenze disastrose per le classi popolari ovunque nel mondo ma anche con i suoi “danni collaterali” sulle relazioni internazionali, sia con le tensioni in seno all’Unione europea, sia con l’aumento più o meno mascherato del protezionismo o con il rafforzarsi nel campo elettorale delle organizzazioni d’estrema destra dalla demagogia nazionalista e xenofoba.

Questo anno è anche stato segnato dalle reazioni contro questa evoluzione. Sono state molto diverse, dai movimenti di rivolta nei paesi arabi, al movimento di massa disperato in Grecia, con scioperi e manifestazioni, o quello degli “indignati” che, partito dalla Spagna, coinvolge in varissimi modi un crescente numero di paesi, dal Cile ad Israele e anche alla Cina, come anche le città per esempio, New York.

La crisi dell’Unione Europea

La crisi della zona euro, e di là le tensioni centrifughe in seno alla stessa Unione europea sono dirette conseguenze della crisi dell’economia.

Abbiamo sottolineato molto spesso in passato la contraddizione fondamentale che mina, fin dall’inizio, la “costruzione europea”.

L’unificazione dell’Europa è una necessità almeno da un secolo. Le due guerre mondiali, nate tutte e due da rivalità imperialiste interne all’Europa, hanno dimostrato nel modo più tragico per i popoli e più sterile per la storia l’incapacità delle borghesie a superare la divisione fra diversi Stati di un continente il cui sviluppo economico era asfissiato, più che da nessuna altra parte, nei limiti nazionali. Le borghesie europee, anche le più potenti, frenate dall’insufficienza dei loro rispettivi mercati nazionali e non abbastanza potenti da potere conquistare quelli delle concorrenti, erano diventate attori di secondo piano dell’economia capitalista mondiale.

Nonostante la crescente compenetrazione delle economie dei vari paesi europei, nonostante l’interesse evidente delle grandi imprese capitaliste che agiscono su scala del continente, le borghesie nazionali continuano ad aggrapparsi ai propri Stati di cui difendono le prerogative con accanimento.

Ci volle più di mezzo secolo di faticosi negoziati perché il Mercato comune tra sei paesi d’Europa occidentale diventasse l’Unione europea, composta da 27 paesi dopo l’integrazione dei paesi ex satelliti dell’Unione Sovietica ma senza mai includere l’insieme del continente, di cui la maggior parte del territorio e il terzo degli abitanti rimangono ancora fuori dall’Unione.

Col passar del tempo, l’Unione europea si è dotata di alcuni elementi di un potere statale, con l’incremento delle prerogative della Commissione europea, specie di esecutivo affiancato ad un Parlamento europeo il cui potere legislativo è stato aumentato. È soprattutto nata una vasta burocrazia amministrativa, pesante e costosa quanto quella del vero e proprio apparato di Stato che non è.

Inoltre le prerogative statali dell’Unione Europea sono a geometria variabile. Ad esempio lo spazio Schengen, al cui interno esiste la libera circolazione delle persone, non coinvolge tutta l’Unione poiché la Gran Bretagna rimane in disparte mentre altri paesi, Norvegia e Islanda, ne fanno parte pur non stando nell’Unione Europea. Gli Stati possono pure fare marcia indietro, come ha fatto la Danimarca per un certo periodo, ristabilendo il controllo dei confini nazionali sotto la pressione di organizzazioni d’estrema destra.

Un altro passo avanti più cospicuo è stato la creazione di una moneta unica europea. La Gran Bretagna però ha rifiutato l’euro, così come la Svezia o la Danimarca.

Questi piccoli passi della costruzione europea hanno rappresentato ogni volta un certo abbandono negoziato di sovranità. Ma non per questo gli Stati nazionali hanno lasciato posto ad uno Stato federale su scala dell’Unione. Le prerogative abbandonate dagli Stati nazionali a vantaggio di Bruxelles lo sono state sia per volontà delle grandi imprese in vista del gran mercato di cui hanno bisogno, sia al contrario perché non interessano affatto. Ne risulta questo miscuglio di potere di regolamentazione delle istituzioni europee che in certi campi rasenta il ridicolo, mentre in altri campi la decisione tocca agli Stati nazionali. E ovviamente “l’Europa sociale”, promessa dai partiti della sinistra riformista quando stanno all’opposizione, è l’ultima delle preoccupazioni delle grandi aziende globalizzate a cui vantaggio si svolge l’attuale costruzione europea.

L’euro è stato il complemento logico del mercato unico, indispensabile per proteggerlo dai soprassalti monetari interni all’Unione. Ma, in mancanza di un’omogeneizzazione fiscale e soprattutto di un esecutivo centralizzato capace di condurre una politica monetaria, l’euro è sempre stato l’oggetto di tensioni, amplificate dalla crisi finanziaria.

La crisi finanziaria ha evidenziato la fragilità dell’Unione europea. Il re è nudo. Il capitale finanziario in cerca permanente di investimenti speculativi ha saputo trovare ed allargare le crepe dietro la facciata dell’unità della zona euro. I tassi d’interesse, che nei primi anni della zona euro erano uguali per tutti gli Stati, hanno cominciato a differenziarsi, aprendo nuovi campi agli speculatori.

Anche i pochi passi in avanti fatti dalle borghesie per superare le rivalità nazionali, come nel campo dell’unificazione monetaria, oggi sono rimessi in discussione. Questo è una conferma delle idee dei rivoluzionari comunisti, Trotskij in particolare, che quasi un secolo fa affermavano che giungere ad un’Europa davvero unita su scala del continente, senza frontiere e senza divisioni, sarà compito della rivoluzione proletaria. Gli Stati Uniti d’Europa, iscritti da più di un secolo nelle necessità economiche, saranno comunisti o non saranno.

Le crisi finanziarie ripetute del 2008 e del 2011 hanno messo in luce ed accentuato le disuguaglianze nei rapporti tra gli Stati dell’Unione. Con la Gran Bretagna che agisce per conto suo, la zona euro e la stessa Unione europea sono diventate una specie di condominio franco-tedesco. In mancanza di un governo europeo, le decisioni che riguardano l’insieme dell’Unione sono prese negli incontri informali tra Sarkozy e Merkel. E sono prese ancor di più dalla Banca centrale europea che appare così come l’unico potere esecutivo esistente su scala dell’Unione in materia di politica monetaria.

L’indipendenza della Banca centrale europea significa però solo indipendenza rispetto alle formalità vagamente democratiche delle istituzioni europee e ai piccoli Stati dell’Unione. Nello stesso tempo la BCE è il luogo dei furtivi intrighi tra le principali potenze imperialiste della zona euro e dell’elaborazione di compromessi tra di loro.

L’intesa tra le due potenze principali d’Europa, Francia e Germania, mentre la Gran Bretagna rimane da parte, è la condizione necessaria ma di certo non sufficiente, per ogni decisione dell’Unione.

Non solo le potenze imperialiste di peso minore come l’Italia o i Paesi-Bassi cercano di far prevalere i loro interessi, ma i molteplici sviluppi della politica dell’Unione nei confronti della Grecia dimostrano come piccoli Stati nazionali quali Finlandia, Slovacchia o Malta sono in grado di ritardare decisioni anche quando corrispondono agli interessi dei due più potenti. Il voto al Parlamento slovacco contro il rafforzamento del fondo di stabilità europeo è significativo dei problemi che esistono, anche se sotto la pressione è ben presto tornato indietro sulla sua decisione.

Di fronte ai sussulti della speculazione finanziaria, rafforzati in Europa dalla disarmonia degli interessi diversi degli Stati, l’assenza di governo europeo è palese. Non si può tuttavia scartare la possibilità che la crisi in un primo tempo sia un impulso al rafforzare le azioni comunitarie imposte dalle circostanze, cioè dagli interessi della finanza. Infatti, la Banca centrale europea ha già preso alcuni provvedimenti di emergenza in materia di politica monetaria, anche ben oltre le sue prerogative. I suoi statuti, accuratamente studiati all’epoca della sua nascita affinché gli stati più ricchi non paghino per gli stati più poveri, da parecchi mesi sono calpestati per soccorrere non la Grecia, bensì le banche coinvolte nei prestiti alla Grecia. È così che la Banca Centrale Europea, prendendo esempio in modo ipocrita la Federal Reserve, si è impegnata in una politica di riscatto delle obbligazioni tossiche possedute dalle banche private, una politica inflazionista che aumenta l’ammontare di moneta e di crediti in euro.

Essendo il ruolo dei dirigenti il giustificare nel campo politico quello che vogliono e fanno i gruppi finanziari, essi moltiplicano le proposte per rafforzare il governo europeo. Il riemergere di una fraseologia federalista o pro europea non scaturisce dal nulla, ma si radica nella stessa situazione di crisi che fa anche riapparire la fraseologia protezionista.

Ma l’unica forma di governo europeo possibile è l’intesa tra le due principali potenze imperialiste per imporre le loro volontà ai paesi meno potenti. E anche questa intesa può poggiare solo sulla convergenza di’interessi di due borghesie rivali. Fino a che punto si manterrà questa convergenza d’interessi se la crisi peggiora? L’avvenire lo dirà, ma i loro legami somigliano sempre più, per dirla come Trotskij, a quelli di due briganti stretti dalla stessa catena.

Nel dibattito che oppone, nel campo della borghesia, quelli che rivendicano più Europa e quelli che esaltano il protezionismo nazionale, i comunisti rivoluzionari non hanno scelta da fare. Le circostanze possono indurre la borghesia ad adottare successivamente i due atteggiamenti, o addirittura l’atteggiamento che consiste nel rafforzare ancora il protezionismo dell’Unione europea verso l’esterno, il che in realtà significa di per sé una maggiore centralizzazione delle decisioni in seno all’Unione. Se nessuno ormai, tra i dirigenti europei, scarta la minaccia di una scissione della zona euro e / o della decomposizione dell’insieme dell’Unione europea, il fenomeno può rivestire molte forme diverse: il ritorno ad un semplice Mercato comune, come lo chiedono tanti dirigenti politici inglesi, o la frammentazione in più zone con vari gradi di cooperazione, mantenendo o meno la finzione dell’attuale Unione.

Qualunque sia la forma che possa prendere, il ripiego nazionale sarebbe segno di un’evoluzione catastrofica della situazione economica e raddoppierebbe l’offensiva della borghesia contro le classi lavoratrici. Ma più europeismo non significherebbe necessariamente una prospettiva più favorevole per le classi sfruttate. Significherebbe solo che la costruzione europea si allineerebbe alle esigenze del momento del capitale finanziario.

È per esempio significativo che la proposta più concreta in materia di progresso verso un governo europeo sia stato de creare eurobonds, cioè mettere in comune in un certo modo i bilanci degli Stati per aiutare il sistema bancario.

Il Mercato comune è stato istituito più di cinquanta anni fa a causa dell’esigenza delle grandi imprese capitaliste, compresi i trust americano, soprattutto all’epoca, di disporre di un vasto mercato senza chiusure doganali nazionali.

Sarebbe proprio nella logica del capitalismo che un nuovo slancio nell’unificazione europea risulti dal bisogno della finanza di dare all’Europa una autorità capace di farsi carico di un aiuto dell’Unione alle banche. Significherebbe che gli Stati più ricchi accettino di svuotare le tasche delle proprie classi popolari a favore non solo delle banche che operano sul loro proprio territorio, ma anche a favore di quelle che operano sul territorio di paesi più poveri.

C’è in questo non solo il riassunto di più di mezzo secolo di costruzione europea sulla base del capitalismo, ma anche l’espressione di parecchi decenni di finanziarizzazione dell’economia.

La messa sotto tutela della Grecia, le cui finanze sono adesso controllate da una troika composta da rappresentanti della Commissione europea, del FMI e della Banca centrale europea, abbassa questo paese al livello di un protettorato. A questa troika si sta aggiungendo un gruppo di una cinquantina di alti funzionari europei che rappresentano soprattutto gli interessi degli Stati francese e tedesco, cioè delle loro banche, particolarmente coinvolte nei prestiti allo Stato greco. Questo organismo di tutela è destinato, secondo l’espressione di Sarkozy, a “verificare passo dopo passo che gli impegni richiesti dall’Europa alla Grecia sono scrupolosamente mantenuti”. Jean-Claude Junker, presidente dell’Eurogruppo, cioè dei paesi della zona euro, si è espresso in modo ancora più chiaro affermando che “la sovranità della Grecia sarà molto limitata”. Tutto questo senza neanche tener conto della privatizzazione delle imprese statali e dell’abbandono degli stessi servizi pubblici, di cui grandi società francesi o tedesche si prenderanno le parti più proficue.

L’esempio della Grecia dimostra infatti che l’appartenenza al club più ristretto dell’eurozona non è una protezione contro i legami di dipendenza rispetto alle potenze imperialiste d’Europa. A maggior ragione, l’insieme dei paesi dell’Est europeo sono stati integrati nell’Unione europea come paesi di secondo ordine, la cui vita economica e gran parte della vita politica dipendono dai paesi imperialisti della parte occidentale dell’Europa.

L’Europa centrale ed orientale : un’Europa subordinata

Più volte i paesi d’Europa orientale membri dell’Unione hanno protestato tutti insieme contro il fatto che, nel gestire la crisi del debito sovrano e dell’euro, le grandi potenze e in particolare Germania e Francia decidevano di tutto senza consultarli.

Anche se alcuni di questi paesi si sono spinti, ancora nello scorso settembre, fino al minacciare di sottomettere a referendum la loro futura adesione obbligatoria all’euro, questo non cambierà il rapporto di forza tra loro e le potenze imperialiste.

Questo rapporto di forza si avvera anche nel rifiuto ribadito recentemente dagli Stati d’Europa occidentale di ammettere la Romania e la Bulgaria, pure membri dell’Unione europea, nello spazio Schengen. Ma si concretizza innanzitutto, per i popoli della regione, nelle manovre di austerità a cui sono sottoposti in Ungheria, Romania, Bulgaria o Lettonia, sotto guida dell’Unione europea, della Banca mondiale e del FMI.

A queste manovre che li strozzano almeno dalla crisi del 2008, si aggiungono in particolare in Polonia, Ungheria e Croazia, le conseguenze dell’aumento del corso delle monete forti e per primo del franco svizzero, avendo le banche d’Europa occidentale spinto milioni di consumatori di questi paesi a prendere per il mutuo della casa o dell’auto prestiti in valute che adesso salgono alle stelle.

E quando, come in Ungheria, le autorità provano timidamente ad allentare un po’ il cappio che i banchieri dell’ovest europeo hanno stretto intorno al collo dei loro clienti locali, le autorità europee fanno la voce grossa, spiegano che queste misure sono illegali, accorrono alla riscossa dei propri banchieri contro i debitori resi insolvibili dalla crisi e dalla disoccupazione e incapaci di pagare cambiali aumentate dal 20 al 30% in pochi mesi.

Le stesse autorità europee e i principali Stati del continente invece non si commuovono molto per le politiche nazionaliste e perfino razziste che i governi di questi paesi tollerano, quando non le fanno loro stessi, particolarmente nei confronti dei Rom, e anche più generalmente di alcuni fra i loro vicini.

La borghesia imperialista sa benissimo quanto il veleno della divisione di ogni genere, perfino il più abietto, è una arma di battaglia indispensabile contro le classi sfruttate. Essa stessa ci fa ricorso senza tanti scrupoli quando le risulta necessario, come lo si vede quotidianamente in Francia.

Però in questa parte d’Europa centrale ed orientale, la storia ha trasmesso agli Stati nazionali, nati piuttosto recentemente, un mosaico di popoli come l’ovest del continente non ne conosce. La crisi ed il ritorno di politiche statali nazionaliste, xenofobe, non lasciano ai popoli altra scelta che la barbarie, che hanno sperimentata più volte nel passato anche recente, e l’intesa fraterna. Ma l’intesa fraterna può costruirsi solo sulla base di una politica di classe, cioè tanto contro le borghesie nazionaliste ed i loro servi politici nazionalisti quanto contro un cosiddetto federalismo europeo che, in questo contesto di crisi, sarà sempre più la giustificazione politica del dominio degli imperialismi della parte occidentale d’Europa sulla sua parte orientale, meno sviluppata.

Gli Stati Uniti

Nonostante i dirigenti americani chiamino sempre più fortemente in causa la responsabilità dei dirigenti europei, le loro lentezza e indecisione per fare fronte ai soprassalti della crisi, nondimeno l’epicentro della crisi finanziaria è stato e rimane in gran parte gli Stati Uniti. L’attuale crisi finanziaria è il prolungamento della crisi finanziaria del 2008, il cui fattore scatenante fu lo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti. Il più potente e più ricco dei paesi capitalisti non è preservato più degli altri dalla crisi, che è inseparabile dall’economia capitalista.

Con il loro Stato federale, a differenza della frammentazione europea, gli Stati Uniti hanno potuto prolungare la politica di salvataggio d’emergenza del sistema bancario assunta nel settembre-ottobre 2008 con una politica monetaria unica a vantaggio delle banche. Le banche americane sono di nuovo floride e predatrici, non solo su scala europea ma anche su scala mondiale. Gran parte dei capitali speculativi che invadono il mondo provengono dalle banche e dai fondi d’investimento americani, cioè tramite loro dai gruppi industriali e finanziari americani.

Malgrado la sua potenza e la sua ricchezza, lo Stato americano non controlla la vita economica più dei suoi simili dei paesi imperialisti di minor peso. I suoi dirigenti non riescono a rassicurare i mercati finanziari. La borsa di New York è agitata da sobbalzi spettacolari quanto lo sono le altre piazze finanziarie. L’incapacità dello Stato americano a controllare il suo debito è stato il teleromanzo dell’estate, quando Democratici e Repubblicani si misero d’accordo per rialzare il tetto del debito, che oltrepassava già 14.000 miliardi di dollari, ossia l’equivalente del PIL annuale USA, di 2.600 miliardi supplementari. L’agenzia di rating Standard and Poor ha anche abbassato la valutazione degli Stati Uniti per drammatizzare la situazione.

Le migliaia di miliardi che lo Stato americano e la banca centrale americana, la Fed, hanno iniettati nell’economia per salvare le banche e le grandi imprese dal fallimento dopo la crisi dei prestiti ipotecari e la crisi finanziaria successiva del 2008, non hanno rimesso in moto la macchina economica. Alcuni dicono perfino che gli Stati Uniti stanno al cuore di una Grande recessione, il cui inizio risale al dicembre 2007.

Come tutti gli altri Stati, lo Stato americano si è indebitato per permettere alla grande borghesia di mantenere i suoi profitti. Grazie all’apporto dello Stato e ai sacrifici imposti ai lavoratori, le grandi imprese e le banche hanno potuto ritrovare molto rapidamente profitti da record. La Goldman Sachs per esempio ha incassato un profitto storico fin dal 2009 e ha realizzato ancora quasi 7,7 miliardi di dollari di profitti nel 2010. La General Motors, che si era posta sotto protezione della legge sui fallimenti nel 2009, ha fatto quasi 5 miliardi di profitti fin dal 2010 ed altrettanto durante i sei primi mesi del 2011. Le altre grandi imprese sono nella stessa situazione.

Invece, l’impoverimento di una frazione sempre più cospicua delle classi sfruttate è stato tanto più brutale negli Stati Uniti in quanto questo luogo sacro del gran capitale privato ha lasciato, anche durante i periodi di prosperità economica, poco spazio allo “Stato provvidenza”. Ciò che non era abbastanza proficuo per essere lasciato al settore privato, compreso i settori della sanità, dell’educazione, delle infrastrutture, era ridotto al minimo. Gli Stati Uniti non sono mai stati un modello, né per quanto riguarda l’accesso alla sanità di chi ha scarse risorse, né per l’educazione delle classi popolari, e neppure per la costruzione e la manutenzione delle strade. La crisi tuttavia ha portato a livelli senza precedenti, eccetto sicuramente durante la crisi degli anni trenta, le tare del sistema americano, che sono in realtà le tare dell’economia capitalista con la brutalità più aperta.

Chi tra i lavoratori pensava all’inizio degli anni 2000 di potere comprare case tramite l’inganno dei prestiti ipotecari, le subprimes, è stato tra le prime vittime della crisi immobiliare. Nel paese più ricco del mondo capitalista, quattro milioni di famiglie sono state sfrattate durante i quattro anni scorsi perché non hanno potuto pagare il loro mutuo. Si sono ritrovate sul lastrico, senza poter far niente.

Infatti negli Stati Uniti, forse più che in altri paesi capitalisti, l’unica tutela per chi non possiede alcun capitale era di essere impiegato da una grande impresa che desse una copertura medica per fare fronte alle spese di cure proibitive e uno stipendio sufficiente per pagare gli studi dei figli. Le stesse pensioni dipendono da fondi di pensione legati alle imprese.

Con la crisi, la situazione si è degradata brutalmente, perfino per chi ha un lavoro. Nell’automobile, che ha la fama di essere un settore privilegiato, i nuovi assunti, per lo stesso lavoro, vengono pagati due volte meno degli altri e non hanno gli stessi vantaggi sociali. La soppressione di vari premi ha permesso di tagliare anche lo stipendio dei vecchi assunti, spinti dai padroni verso la porta d’uscita. I ritmi di lavoro si sono accelerati, gli orari prolungati, le pause soppresse, come i giorni festivi. I padroni dell’automobile si sono liberati dalla gestione dell’assicurazione medica dei pensionati trasferendola sindacato, senza neanche pagargli le decine di milioni di dollari di cui sono debitori. La copertura medica di tutti viene ridotta, ma i contributi sono aumentati. Gli Stati Uniti sono stati all’avanguardia per far emergere i working poors, questa categoria della classe operaia ridotta alla povertà mentre lavora e guadagna uno stipendio.

I licenziamenti e la disoccupazione sono tanto più catastrofici in questo paese in quanto ci sono ancora meno tutele per i disoccupati che in Francia.

La disoccupazione e i sequestri immobiliari sono le cause principali dell’incremento della povertà, che ha fatto un balzo avanti dal 2008. Nel 2010, il 15 % della popolazione, quarantasei milioni di persone di cui venti milioni di bambini, viveva sotto la soglia della povertà. È la cifra più alta da più di mezzo secolo. Quaranta milioni di americani fanno ricorso ai buoni alimentari, ma alcuni Stati hanno ristretto i criteri che permettono di beneficiarne.

Proprio mentre il tenore di vita della popolazione diminuisce, il governo fa tagli nei programmi sociali e smantella letteralmente i servizi pubblici utili alla popolazione. Questa politica è condotta a tutti i livelli, quello dei distretti e delle città, quello degli Stati e quello federale. Dopo che lo Stato federale ha messo mano per anni su tutti gli eccedenti del sistema federale di pensionamento (Social Security), che era in attivo, ormai questo sistema è preso di mira per realizzare economie sulla pelle dei lavoratori anziani. Ed è la stessa cosa per i due altri grandi programmi di previdenza medica: Medicare per gli anziani e Medicaid per i poveri.

Si continua di risparmiare sulle spese d’infrastruttura, ponti, strade, dighe, di cui molti cadono in rovina, ed anche sui trasporti collettivi. Anche i servizi di vigili del fuoco è oggetto di ristrutturazioni dalle conseguenze catastrofiche.

Lo smantellamento della pubblica istruzione è certamente uno degli aspetti più scandalosi delle economie realizzate sui servizi pubblici, poiché si svolge innanzitutto a discapito dei figli delle classi popolari. Il ministro dell’Educazione di Obama prosegue un piano di chiusure di numerose scuole pubbliche, col pretesto che non siano competitive secondo i criteri dell’amministrazione, ed il trasferimento del compito educativo ad un massimo di scuole private, di cui si avvera però che sono ancora meno efficienti delle scuole pubbliche! L’applicazione di questa politica al livello locale è addirittura una condizione per ricevere i crediti federali. Il risultato è migliaia di scuole chiuse, qualche volta nel bel mezzo dell’anno scolastico, decine di migliaia d’insegnanti licenziati, a volte sostituiti da altri meno specializzati e meno pagati, e classi sovraccariche di alunni.

Non ci sono voluti più di due anni per deludere le speranze di cambiamento suscitate dall’elezione di Barack Obama. Alle elezioni di metà mandato, nel novembre 2010, quasi i due terzi degli elettori non sono andati a votare e i Democratici hanno subito una sferzante sconfitta. La vittoria dei Repubblicani, che hanno ormai la maggioranza alla Camera e dispongono di una minoranza che blocca il Senato, è stata immediatamente utilizzata da Obama per giustificare la necessità di fare compromessi, rendendo così i Repubblicani, cioè gli elettori, responsabili delle sue decisioni impopolari. Lo stesso partito repubblicano subisce la pressione dell’estrema destra del Tea Party. Per il Tea Party, ogni misura sociale, cioè a favore dei poveri, è già socialismo. Il populismo reazionario trova un riscontro in parte della popolazione bianca.

La campagna elettorale per le elezioni generali del novembre 2012 è cominciata. Ma Obama vuole tenere un discorso un po’ più di sinistra e fare finta di voler far pagare i ricchi, gli sarà difficile far dimenticare che la sua politica è stata proprio la continuazione di quella di Bush, facendo pagare alle classi popolari i regali fatti alle grandi imprese e ai ricchi, compreso la riconduzione dei forti sgravi di tasse che erano stati decisi da Bush.

È la stessa cosa In materia di politica estera. In Iraq, Obama ha rispettato il calendario delle operazioni fissato da Bush. Non solo i soldati americani non sono tornati a casa più presto, ma ci ha lasciato decine di migliaia di uomini e conservato centinaia di strutture militari, senza poi parlare dei mercenari privati.

In Afghanistan, Obama ha intensificato parecchio la guerra che ha chiamata “guerra giusta”, triplicando in un primo tempo il numero di soldati americani. Oggi, i soldati sono ancora il doppio di quando è arrivato alla presidenza. Gli Stati Uniti sono invischiati in questa guerra.

Per uscirne senza creare una situazione del tipo della Somalia, gli Stati Uniti hanno spinto il governo fantoccio di Hamid Karzaï a trattare con i talebani, di cui loro stessi avevano rovesciato il potere. Ma, bisogna ricordare che furono anche loro a dargli vita e ad armarli contro l’esercito dell’Unione sovietica all’epoca. A giudicare però dalla recente rottura delle trattative tra Karzaï e i talebani, gli Stati Uniti non hanno trovato tra i talebani interlocutori capaci di impegnarsi in nome di un movimento in realtà molto frammentato, inoltre spingendosi troppo avanti verso un compromesso con i talebani hanno suscitato altre opposizioni, in un paese che è un mosaico di popoli, etnie e clan politici.

Aggrappandosi all’occupazione militare del paese, insieme ai loro complici imperialisti di secondo ordine, di cui la Francia, gli Stati Uniti non fanno altro che aizzare l’odio della popolazione e rendere una soluzione politica sempre più difficile.

Nel Medio Oriente, Obama aveva promesso nel giugno 2009, nel suo discorso del Cairo : “L’America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, alle possibilità di riuscire e ad uno Stato suo”; pretendeva che “Gli Stati Uniti non accettano la legittimità della continuazione delle colonie israeliane”. Ma quest’anno, alle Nazioni Unite, gli Stati Uniti hanno opposto il veto ad una risoluzione che condanna il proseguimento degli impianti israeliani in Palestina e si oppongono al riconoscimento da parte dell’ONU di uno Stato palestinese.

Obama, in quanto rappresentante dell’imperialismo americano, continua la politica dei suoi predecessori. La politica estera dell’imperialismo non dipende dall’esito elettorale tra Repubblicani o Democratici, sicuramente ancora meno che la politica interna. La grande borghesia esige che i propri interessi siano gli unici assunti dai governi, in particolare in questo periodo di crisi.

Durante la crisi finanziaria del 2008 e del 2009, sotto la minaccia di una grande crisi bancaria, tutte le potenze imperialiste si sono ritrovate intorno alla stessa politica di emergenza, destinata a salvare il sistema bancario internazionale e a limitare i danni della speculazione per il capitale finanziario, trasformando i debiti privati in debiti pubblici a carico delle classi sfruttate. E da allora, la loro politica economica continua a convergere verso una crescente austerità per queste stesse classi sfruttate.

Ma allo stesso tempo, l’inasprirsi della crisi distruggerà sempre più, e distrugge già le relazioni tra grandi potenze. Mai in passato ci furono tanti incontri al vertice riunendo i principali paesi imperialisti, con o senza la Russia, la Cina oppure il Brasile. Ma siccome i dirigenti di questi paesi non sono capaci di controllare l’economia – né insieme né separatamente – questi incontri diventano una nuova sede per lo scontro dei loro interessi divergenti. La crisi rinfocolerà inevitabilmente le rivalità, la filosofia dell’“ognuno per conto suo” e l’imperare della legge della giungla, anche nelle relazioni internazionali.

II - Rivolte e conflitti armati: i sussulti di un mondo in crisi

I movimenti di rivolta dei paesi arabi

Il movimento di contestazione che ha colpito a vari gradi la maggioranza dei paesi arabi è un fatto politico importante. Sotto alcuni aspetti, si tratta di un fenomeno unico giacché i diversi paesi coinvolti, che parlano una stessa lingua, condividono una certa storia comune e si influenzano a vicenda. Il carattere e la profondità del movimento tuttavia sono diversi da un paese all’altro.

Nel caso di Tunisia ed Egitto, il movimento è partito dal basso e ha mobilitato una parte importante della popolazione. La dittatura di Ben Ali e quella di Mubarak gravavano sulla quasi totalità della popolazione, tranne la famiglia e il clan del dittatore stesso. Gravavano soprattutto sulle classi povere, ma anche fino ad un certo punto sulla piccola borghesia, sui suoi ceti inferiori, i giovani diplomati ridotti alla disoccupazione, che hanno svolto una parte importante nei movimenti di rivolta, come sull’insieme della piccola borghesia priva delle libertà elementari. Gravavano anche sulla borghesia nazionale, in quanto il clan al potere cercava di controllare gli affari migliori.

L’esigenza della cacciata di Ben Ali in Tunisia e di Mubarak in Egitto fu un motivo potente, nonché un fattore d’unificazione di classi sociali dagli interessi diversi o addirittura opposti.

L’esigenza di libertà e di un regime democratico, altro fattore d’unificazione, non aveva però lo stesso significato agli occhi di ricchi borghesi dei quartieri eleganti del Cairo, di Alessandria o di Tunisi, o agli occhi degli operai pagati l’equivalente di cinquanta euro al mese o dei contadini miseri.

La mobilitazione popolare fu abbastanza potente da fare sì che l’esercito, cioè la gerarchia militare, abbia abbandonato Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto. Lo ha fatto con il consenso delle potenze imperialiste tutelari.

In Tunisia, l’imperialismo francese, tutore abituale di Ben Ali, si aggrappò fin troppo al suo uomo di fiducia, rischiando di lasciare il beneficio del saluto alla vittoria della “rivoluzione tunisina” ai dirigenti americani. Dopo aver offerto al dittatore in difficoltà la competenza della sua polizia in materia di repressione, il governo francese dovette a sua volta riconvertirsi a protettore della nascente democrazia, pena la perdita di posizioni a beneficio del rivale americano e il rischio di rendere le cose più difficili per le imprese francesi stabilite in Tunisia.

In Egitto, essendo Mubarak stesso sorto dalla casta degli ufficiali, poteva sperare in un sostegno della gerarchia militare e nella protezione americana, lui che tanto fedelmente e da tanto tempo serviva la politica degli Stati Uniti in una regione dall’importanza strategica vitale. Speranza delusa: lo Stato maggiore egiziano, come i dirigenti americani, preferirono abbandonare il dittatore piuttosto che di correre il rischio di una radicalizzazione del movimento popolare. Gli Stati Uniti sapevano che, cacciato Mubarak, l’esercito egiziano che hanno addestrato, finanziato e di cui hanno formato gli alti ufficiali, avrebbe continuato a servire fedelmente gli stessi interessi sociali e politici fondamentali.

Malgrado la potenza del movimento, sia in Tunisia che in Egitto, capace di abbattere solide dittature, non sappiamo se la situazione poteva diventare rivoluzionaria nel senso proletario della parola. Le informazioni dell’epoca hanno dato notizia in entrambi i paesi della partecipazione di lavoratori al movimento. In Tunisia, la partenza di Ben Ali non ha fermato l’effervescenza. Il mantenersi dei sostenitori del vecchio regime al loro posto è stato un fattore di mobilitazione. Mentre si sviluppava un movimento contro le rappresentanze locali del potere, commissariati o prefetture, scioperi scoppiavano in numerose imprese. In Egitto, dove il proletariato è relativamente potente, la caduta di Mubarak fu accompagnata da un movimento di scioperi intorno a rivendicazioni di salario.

La politica dei rivoluzionari comunisti sarebbe consistita nell’opporsi ai discorsi sulla transizione democratica dietro ai quali si ritrovavano sia i dirigenti del mondo imperialista, sia i borghesi contenti di sbarazzarsi del clan Mubarak, sia i piccoli borghesi più radicali. Questa transizione democratica non aveva altro obiettivo che di cambiare il modo di funzionamento del vertice in modo che nulla cambi nel paese.

La caricatura di democrazia che costituiscono il multipartitismo, le elezioni più o meno libere, un parlamento senza poteri, si adatta benissimo allo sfruttamento nelle fabbriche, alle baraccopoli, alla disoccupazione, alla grande miseria delle campagne e al saccheggio di questi paesi a beneficio del gran capitale imperialista.

Tanti paesi poveri che si affermano democratici, a cominciare dal più vecchio e più vasto di questo tipo, l’India, dimostrano che le istituzioni parlamentari, dove si può chiacchierare liberamente, non cambiano il carattere autoritario del regime e l’arretratezza dei rapporti sociali.

Per di più, anche questo parlamentarismo da paesi poveri non è stato stabilito in Egitto, che rimane sotto la legge dei generali, e rimane ipotetico in Tunisia.

A pochi giorni dalle elezioni previste in Tunisia, le prime dopo la fuga di Ben Ali, la democrazia si limita in questo paese alle chiacchiere di politici che mirano a una carriera parlamentare, alla crescita di correnti fondamentaliste reazionarie che rimettono in discussione i pochi aspetti della società tunisina favorevoli alla situazione delle donne, e ai primi balbettamenti della libertà di stampa. Niente di fondamentale però è cambiato nella situazione degli sfruttati che, con il consolidarsi della situazione politica, si scontrano con la stessa polizia che all’epoca di Ben Ali e, dietro alla polizia, allo stesso esercito.

In Egitto, non solo la cosiddetta transizione democratica non ha allontanato l’esercito dal potere, ma ha perfino lasciato campo libero alle provocazioni che mirano ad aggravare le tensioni tra musulmani e copti. L’esercito può, come a più riprese nel passato, giocarsi gli uni contro gli altri e reprimere manifestazioni nel sangue.

I comunisti rivoluzionari avrebbero denunciato, fin dall’inizio della mobilitazione popolare contro Mubarak, ogni tipo d’unità nazionale come una trappola per le masse sfruttate, un modo per arginare la loro rabbia prima che prendessero coscienza che non sarebbe bastato rovesciare la dittatura per assicurare i diritti e le libertà democratici per gli sfruttati. Sarebbero intervenuti fin dall’inizio perché il proletariato si organizzi intorno alle proprie esigenze e soprattutto sulla base di una politica che rappresenti i suoi interessi di classe.

Qui non possiamo sviluppare cosa avrebbe dovuto essere questa politica in cui, accanto alle rivendicazioni economiche sul salario, l’occupazione, andavano portati avanti obiettivi politici. Ma in testa a questi obiettivi andava posto lo sfasciamento dell’esercito, grazie all’opposizione tra i soldati di base, sorti dalle classi sfruttate, e la casta degli ufficiali legati alla classe privilegiata e all’imperialismo americano.

Qui nell’emigrazione l’ondata di rivolte in Tunisia e Egitto si è tradotta con deboli sommovimenti significativi solo della politica dei democratici piccolo-borghesi di questi paesi. Spinto da una reazione per così dire viscerale, il ceto dei democratici piccolo-borghesi tunisini è stato contrario anche all’idea stessa di eventuali sviluppi di tipo proletario. La loro parola maestra era l’unità nazionale contro il dittatore caduto ed era sacrilegio non solo prendersela con l’esercito, ma anche solo criticarla.

Otto mesi dopo la partenza di Mubarak, possiamo riprendere, senza cambiarne un granché, quello che scrivevamo allora (Lutte Ouvrière n°2220 del 18 febbraio 2011):

“Né in Tunisia, né in Egitto, il nuovo regime risponde e risponderà in futuro alla domanda: come assicurare il pane ai più poveri? Ma non gli assicurerà neanche le libertà e diritti democratici. Nelle libertà concesse magari ci sarà quella di eleggere un Parlamento che darà una parvenza di democrazia per nascondere il fatto che le classi sfruttate saranno ancora lasciate in balìa dei poliziotti – gli stessi di prima –, dei militari – gli stessi di prima –, e delle autorità locali, le stesse di prima. L’intellighenzia potrà forse leggere, e tanto meglio, alcuni libri di Mahfuz che fino a questa parte era vietato pubblicare. Ma cosa significherà questa libertà per la maggioranza degli sfruttati il cui problema è il pane quotidiano e di cui molti, tra l’altro, non sanno leggere?

Anche per avere diritto a un minimo di libertà, le classi sfruttate lo devono imporre e devono darsi i mezzi per questo.

Non sappiamo qual è l’estensione della rivolta sociale e la determinazione degli operai che scioperano, né quella dei contadini poveri di cui alcune informazioni danno notizia della rivolta. Forse hanno abbastanza energia per continuare la lotta, anche adesso che la piccola borghesia anti-Mubarak si tira indietro? Forse ci saranno, anche in seno a quest’ultima, donne e uomini che non si accontenteranno delle dimissioni del dittatore per gridare "abbiamo vinto!", ma faranno lo sforzo di riflettere; e forse di capire che lo sfruttamento spinto all’estremo, che l’oppressione sociale a vantaggio sia della borghesia locale che dei profittatori stretti attorno all’esercito e alla borghesia imperialista, lasciano poco spazio alle libertà democratiche, anche per loro.

Questa "transizione democratica" salutata sia dai piccolo borghesi liberali di ogni genere che, certo in modo ipocrita, dalle teste pensanti dell’imperialismo, è destinata solo a stabilizzare la situazione politica, a zittire la contestazione politica prima che le masse sfruttate vi siano trascinate massicciamente, prima che comincino a combattere per i loro interessi di classe.

Ma sappiamo che, dopo essere entrati nella lotta, gli sfruttati che combattono per i propri interessi possono imparare, e imparare molto rapidamente. Allora si potrà parlare di speranza e felicitarsi senza riserve per la rivoluzione egiziana in marcia!"

Le declamazioni dei dirigenti delle potenze imperialiste salutando le rivoluzioni arabe dopo la caduta di Ben Ali e Mubarak, non hanno impedito loro di dare il sostegno ad alcuni dittatori del Medio-Oriente, almeno ugualmente infami. Nel Bahrein, con l’aiuto di soldati sauditi l’emiro ha potuto affogare la contestazione nel sangue, senza provocare le proteste dell’Occidente.

A maggior ragione, non è il caso per l’imperialismo di prendersela, sia solo a parole, con il regime dell’Arabia Saudita che, oltre a essere una dittatura, impone strutture sociali arcaiche ed un’oppressione medievale alle donne.

Se nel caso di Tunisia e Egitto si poteva parlare di possibilità di sviluppo rivoluzionario, non è stato il caso in Libia dove, sin dall’inizio, gli scontri furono orientati verso gli aspetti tribali. Istruite dallo sviluppo della rivolta in Tunisia e Egitto, le potenze imperialiste sono intervenute subito per favorire l’installazione di un apparato di Stato suscettibile di sostituirsi a quello di Gheddafi. A questo serve il consiglio nazionale di transizione (CNT), frettolosamente costituito attorno ad alcuni tirapiedi di Gheddafi che hanno voltato gabbana, come il suo ex ministro della Giustizia Mustafa Abdel Gialil ed il suo ex ministro degli Interni il generale Abdelfattah Yunes, fiancheggiati da qualche fantasma tornato dall’emigrazione e, per fare bella figura, da qualche fondamentalista islamico.

C’è almeno un pizzico di verità nell’ipocrita affermazione dei dirigenti francesi per giustificare il proprio intervento: senza l’intervento dell’aviazione occidentale la città ribelle di Bengasi sarebbe stata facilmente presa dalle truppe di Gheddafi. Si paragoni la facilità con cui le truppe di Gheddafi stavano riconquistando Bengasi prima dell’intervento degli aerei Nato, con le difficoltà delle truppe del Consiglio nazionale di transizione per prendere Sirte. In realtà, ciò che l’aviazione occidentale voleva salvare era innanzitutto la squadra di ricambio suscettibile di prendere il posto di Gheddafi.

La situazione è ben lungi dall’essersi stabilizzata in Libia. Al momento in cui scriviamo, Gheddafi si trova ancora nel paese, dove nessuna delle evoluzioni possibili, tra la spartizione del paese e la presa di potere degli islamisti, è favorevole agli sfruttati. E lo scatenarsi della caccia agli immigrati venuti dall’Africa nera, col pretesto che tra i mercenari di Gheddafi ci fossero Africani sub sahariani, è di brutto augurio per un’evoluzione ulteriore del paese.

Quindi la guerra aerea delle potenze imperialiste sarà servita a quelle due più all’avanguardia, Francia e Gran Bretagna, per concludere contratti per i loro trust interessati dal petrolio o dalla ricostruzione di ciò che è stato distrutto dalla caccia aerea occidentale, senza parlare della pubblicità per gli aerei Dassault.

In via accessoria, questa guerra ha permesso a Sarkozy e Cameron di farsi applaudire in Libia, cosa ben più difficile per loro nei rispettivi paesi.

Bisogna ricordare che il Partito socialista, che gioca all’oppositore, ha sostenuto senza riserva l’avventura guerriera di Sarkozy. In materia di politica imperialista aggressiva, la borghesia può contare sul PS. Per quanto riguarda Mélenchon, si è ricordato della sua formazione in seno a questo partito per adottare fondamentalmente la stessa posizione di guerrafondaio, prima di fare marcia indietro.

La guerra in Libia, pur limitata, nondimeno è una guerra imperialista.

In Siria, il proseguirsi delle manifestazioni nonostante la violenza della repressione dimostra la determinazione di almeno una parte della popolazione a liberarsi dalla dittatura. Assad ha però tante più ragioni di aggrapparsi al potere in quanto le potenze imperialiste, mentre fanno dichiarazioni all’ONU, ripetono anche che non hanno nessuna intenzione di intromettersi.

L’atteggiamento di Russia e Cina, alleate di Assad, e il loro diritto di veto al Consiglio di Sicurezza ONU fanno da alibi comodo alle potenze occidentali perché le dichiarazioni all’ONU non si trasformino in risoluzioni. Il regime degli Assad, padre e figlio, è diventato col passar del tempo un fattore di stabilizzazione nel Medio Oriente. Le potenze imperialiste hanno saputo servirsene nel passato contro il movimento popolare in Libano, dove l’esercito siriano è rimasto trenta anni a fare il gendarme prima di essere pregato di tornarsene in Siria.

Caduto Mubarak, le potenze imperialiste non ci tengono a destabilizzare il regime di Assad, ma prendono lo stesso qualche precauzione, patrocinando nell’immigrazione i politici suscettibili di dare il cambio, nel caso in cui la resistenza diventerebbe abbastanza potente da rovesciare Assad.

Al contrario dell’Egitto però, la rivolta dell’inizio si sta trasformando in una guerra tra forze armate opposte. Sotto questo aspetto, i disertori dell’esercito siriano passati all’opposizione danno del filo da torcere all’esercito siriano ma offrono anche all’imperialismo una carta da giocare in più se per caso la repressione di Assad non bastasse a fermare le manifestazioni e se, caduto il dittatore, fosse necessario rimettere in funzione l’apparato di Stato attorno ad un perno che potesse apparire meno compromesso con il regime di Assad e la repressione. È peraltro difficile misurare da qui il peso delle divisioni religiose, che possono offrire un altro mezzo d’incanalare la rivolta in un senso che non sia una minaccia per l’imperialismo.

Non è detto che il movimento, scatenato dall’immolazione del giovane Mohamed Bouazizi in Tunisia, sia andato fino in fondo alle sue possibilità. Non solo perché, in Siria ma anche in Yemen, la contestazione non è finita, anche si i tentativi d’incanalarla verso scontri tra apparati armati proseguono. Ma il Marocco o l’Algeria, con il loro proletariato relativamente numeroso, sono dal canto loro colpiti da un fermento che sta fin dall’origine sul terreno sociale. Se le onde di rivolta contro la dittatura in altri paesi arabi proseguono, il loro esempio può essere un incoraggiamento per le massi povere di questi due paesi, che sarebbe più difficile accontentare con la promessa di una transizione democratica.

Tranne alcune monarchie petrolifere ricche, dove la classe dominante può tanto più facilmente comprare la pace sociale che la classe sfruttata è costituita in gran parte di lavoratori immigrati senza diritti che si possono espellere, i paesi arabi costituiscono una polveriera.

Non è illusorio sperare che, in questi paesi che sembravano prima così saldamente controllati dai loro rispettivi dittatori, si alzi una nuova generazione che impari dall’esperienza delle lotte in corso, che rifiuti l’islamismo reazionario come antidoto alle dittature, e che non si accontenti più di avere per unica prospettiva la democrazia parlamentare.

Anche nei paesi borghesi sviluppati, questa democrazia parlamentare è diventata la caricatura di se stessa. E neanche questa caricatura è alla portata dei paesi sottosviluppati quali sono il più dei paesi arabi.

Modernizzare questi paesi non significa solo rovesciare i loro dittatori, ma significa anche rovesciare le classi privilegiate dominanti legate all’imperialismo e farla finita con tutte le arretratezze sociali e politiche su cui poggia il loro potere.

Il conflitto israelo-palestinese

Il conflitto israelo-palestinese si trova sempre in un vicolo cieco. Le promesse d’intervento per un regolamento del conflitto, fatte da Barack Obama all’inizio del 2009 dopo la sua elezione, non sono state seguite da alcun effetto. Aldilà dei discorsi, il presidente americano non vuole rischiare di compromettere le relazioni con un alleato così prezioso come Israele, né urtare i gruppi di pressione filo-israeliani degli Stati Uniti. I dirigenti israeliani lo sanno e quindi non hanno nessuna ragione di fare da loro stessi concessioni ai Palestinesi.

Per di più, lo stesso governo del Likud di Netanyahu è sottomesso alle pressioni dell’estrema destra, e in particolare dei coloni israeliani ostili a ogni concessione, o addirittura fautori dell’espulsione dei Palestinesi e dell’annessione definitiva della Cisgiordania. A dispetto delle proteste internazionali, che in ogni caso rimangono solo verbali, il governo di Netanyahu quindi prosegue una colonizzazione del territorio occupato di Cisgiordania che sta in linea con la politica dei fatti compiuti che è stata dell’impresa sionista fin dagli inizi.

Lasciando che un’autorità palestinese potesse installarsi, pur privandola sistematicamente della possibilità di avere un minimo d’autonomia, i dirigenti israeliani volevano innanzitutto farle assumere al posto dell’esercito israeliano una parte dei compiti di polizia. L’autorità palestinese, e in particolare i suoi dirigenti più pronti al compromesso come Mahmud Abbas, ha adempito questo compito, convincendo la popolazione palestinese che una nuova Intifida, per esempio, sarebbe senza esito.

In compenso, hanno ottenuto da parte dei dirigenti israeliani posti irrisori all’interno di ciò che non è neanche uno Stato, ma nessuna concessione essenziale a favore del popolo palestinese. L’hanno pagato perdendo gran parte del loro credito politico presso i palestinesi stessi. A Gaza, dove la situazione è più difficile, questo ha aperto la strada al potere dei loro concorrenti politici di Hamas.

La domanda appena fatta da Mahmud Abbas dell’ammissione dello Stato palestinese all’ONU risponde dunque senza dubbio prima al bisogno di restaurare presso il suo popolo, un po’ del credito perduto. Si tratta anche per il Fatah di riprendere peso rispetto ad Hamas che governa la striscia di Gaza. Quest’ultimo d’altronde è politicamente indebolito dalle difficoltà del regime siriano, che è uno dei suoi principali sostegni.

A parte questi risultati sul piano politico interno, i dirigenti palestinesi non possono avere illusioni sul risultato della loro domanda, dalla quale non possono sperare molto più di un successo diplomatico. Sono almeno riusciti a rimettere la questione israelo-palestinese al primo piano della scena internazionale. Ma questo non cambia nulla per il popolo palestinese.

Anche se uno Stato palestinese fosse riconosciuto dall’ONU, questo darebbe tutt’al più ai suoi dirigenti alcuni mezzi per agire presso istituzioni giuridiche internazionali, senza cambiare nulla sul terreno. Anche se le trattative riprendessero e se al loro termine uno Stato palestinese fosse istituito, nell’attuale situazione del rapporto delle forza, questo Stato dovrebbe sancire la situazione esistente, accettare gran parte delle colonie installate oggi sulla sua terra e il ritaglio del territorio che le accompagna. Dovrebbe piegarsi alle condizioni imposte da Israele per garantire la sua sicurezza, per esempio la limitazione dei propri armamenti. La sua dimensione e le sue prerogative ridotte gli lascerebbero ben poche prospettive di sviluppo per l’economia. È escluso che Israele accetti il diritto al ritorno dei profughi palestinesi.

Tutt’al più questo Stato potrebbe fornire qualche beneficio ai dirigenti palestinesi e qualche prospettiva di arricchimento alla borghesia palestinese. Peraltro essa ne ha già d’altronde, come lo dimostra il relativo “boom” attuale dell’economia palestinese, che favorisce solo ad una minoranza di affaristi e ha poche ricadute per il popolo. Il riconoscimento da parte dell’ONU rassicurerebbe questa borghesia sul proprio futuro, sulla possibilità di continuare ad occupare il piccolo spazio lasciatole da Israele.

Anche la ripresa delle trattative per ora è ipotetica. Gli USA ed anche Israele potrebbero certo essere tentati di rilanciarle, senza che questo significhi qualche voglia di arrivare ad un risultato. A più riprese, tali trattative sono state, per Israele e gli Stati Uniti, un mezzo per guadagnare tempo. L’esistenza di uno pseudo “processo di pace” ha il vantaggio di seminare qualche illusione tra i palestinesi, ma anche tra gli israeliani e l’opinione internazionale, almeno per qualche tempo.

In quanto all’evoluzione politica del mondo arabo, ha poca influenza sul conflitto israelo-palestinese, se non marginalmente. Il nuovo regime egiziano potrebbe per esempio inasprire le sue relazioni con Israele o almeno mostrarsi più permissivo sul controllo del suo confine con Gaza. Invece, si nota da due anni un cambio dell’atteggiamento della Turchia. Finora alleata d’Israele e indifferente alla situazione dei palestinesi, si scopre adesso con questi una pretesa solidarietà “musulmana”. I suoi interventi, per esempio l’appoggio all’opera umanitaria verso Gaza, valgono al dirigente turco Erdogan una nuova popolarità tra i palestinesi e l’insieme del mondo arabo.

Questo atteggiamento si collega con ciò che è stato chiamato il “nuovo otto manismo” della Turchia. Il suo regime stabile, almeno paragonato ai vicini, ostenta un islamismo moderato di buona lega. Attrae i capitali e gli investimenti. La Turchia conosce una buona congiuntura economica, sviluppa le sue esportazioni nell’insieme del Medio Oriente e perfino nei Balcani e in Asia centrale. Vuole giocare la parte di una potenza regionale, intrattenendo buone relazioni con i vicini e clienti in situazione più difficile, proclamandosi a favore della pace e della soluzione dei conflitti e anche criticando a parole l’imperialismo occidentale.

Questo atteggiamento corrisponde anche ad appetiti concretissimi, legati alla scoperta d’importanti giacimenti di gas in Mediterraneo orientale, tra Cipro, Israele e Turchia, giacimenti di cui le compagnie americane e israeliane vorrebbero riservarsi lo sfruttamento. Il regime turco ha fatto sapere il suo scontento e ha annunciato che cominciava le proprie prospezioni sotto protezione della sua marina militare.

Le proclamazioni di Erdogan, che dice che non lascerà Israele dettare legge nella regione, non riguardano principalmente la sorte dei palestinesi. Sono un mezzo per dimostrare agli Stati Uniti che la Turchia è una potenza inevitabile, per cui avrebbero interesse a cercare il suo sostegno almeno in misura uguale a ciò che fanno con Israele e a farle le corrispondenti concessioni. Il popolo palestinese deve diffidare di questi falsi amici, pronti ad intendersi dietro le loro spalle se ne hanno interesse.

Siamo solidali con le rivendicazioni del popolo palestinese, popolo oppresso e vittima delle manovre dell’imperialismo. Affermiamo la nostra solidarietà con la sua rivendicazione di avere il proprio Stato, anche se tale rivendicazione non è la nostra. Non dobbiamo pertanto intrattenere alcuna illusione su quello che ne potrebbe risultare per il popolo palestinese. Dei rivoluzionari proletari che militassero in Palestina dovrebbero lottare per i diritti concreti del popolo palestinese, e in particolare della sua classe operaia, senza accettare l’unione sacra e l’idea che la lotta per tali diritti debba essere rimandata al giorno in cui, finalmente, uno Stato e l’indipendenza nazionale sarebbero conquistati.

L’unico elemento positivo è l’evoluzione interna israeliana e lo scoppio di un movimento sociale che fa vacillare un po’ l’unione sacra tradizionale. Il movimento degli “indignati” israeliani, che lottano contro gli affitti troppo cari, che protestano contro l’arricchimento di una minoranza e la priorità data alle spese militari e agli impianti di coloni israeliani nei territori palestinesi occupati, mostra almeno che, anche in Israele, una parte della popolazione potrebbe lottare per i propri obiettivi sociali e prendere coscienza che la politica militarista e imperialista va contro i loro interessi.

Fino a questa parte i dirigenti di questo movimento e i suoi fautori sembrano ben lungi da tale coscienza politica. Ma il movimento stesso può accelerare questa presa di coscienza. Si tratta in ogni caso di una necessità. Una vera coesistenza tra i popoli palestinese ed israeliano, nel rispetto dei loro reciprochi diritti, implica la rottura della popolazione israeliana con i suoi dirigenti e la loro politica imperialista. Reciprocamente, implicherebbe che la popolazione palestinese abbandoni il nazionalismo dei suoi dirigenti e trovi la strada di una solidarietà con i ceti più poveri della popolazione israeliana.

Siamo certamente lontani da questo, da un lato come dall’altro. Ma difendere in questo contesto una politica internazionalista sarebbe meno utopico che di credere che lo scontro senza fine tra due nazionalismi opposti possa un giorno condurre ad una vera soluzione per i popoli.

Russia : da crisi a crisi

Il ritorno (ufficiale) di Putin alla testa della Russia, proposto dal presidente Medviedev al congresso del partito al potere, Russia Unita, offre un’illustrazione di quello che Putin chiama la “democrazia amministrata”. Infatti, come al solito, lo scrutinio propriamente detto, nel marzo 2012, è concepito per essere solo la ratifica popolare di quello che sarà stato deciso dall’alto.

È anche rivelatore di una realtà profonda: vent’anni dopo la scomparsa dell’Unione sovietica, i ceti sociali privilegiati, la burocrazia di Stato ed una borghesia che rinasce sotto la sua protezione, non immaginano poter fare a meno di un uomo forte come arbitro al vertice dell’apparato dirigente.

I russi benestanti riconoscono a Putin il merito di avere, con il ristabilimento della “verticale del potere”, rimesso un po’ d’ordine in un sistema dove, sotto Eltsin, i grandi capi della burocrazia le cui ruberie avevano fatto l’URSS a pezzi alla fine del 1991 avevano spinto all’indebolimento dello Stato.

Quelli anni novanta rimangono nella memoria collettiva delle classi lavoratrici, come quelle di una discesa all’inferno. Il loro tenore di vita sprofondava mentre appariva la disoccupazione di massa, un fenomeno sconosciuto nell’URSS. La speranza di vita della popolazione fece un brutale salto indietro, una regressione unica in tempo di pace. Privatizzate o meno, le imprese e tutto quello che poteva fruttare soldi fu messo in vendita all’incanto nel corso di sanguinosi regolamenti di conti quotidiani tra bande rivali di burocrati mafiosi che lottavano per controllare le fonti di ricchezze. La corruzione dilagò. L’economia, saccheggiata senza alcun ritegno, fu messa in ginocchio, la produzione regredendo di metà in qualche anno. E in alcune regioni quale il Caucaso le popolazioni prese in ostaggio da lotte di clan e di mafie che si contendono pezzi di potere sullo sfondo di scontri etnici, hanno avuto ed hanno ancora da subire guerre e repressione senza fine.

Questo cospicuo caos, generalizzato, culminò con il fallimento finanziario dello Stato russo nell’agosto del 1998.

Poco dopo che un Eltsin ammalato, alcolizzato e senza potere gli aveva dato le chiavi di casa Russia, Putin non ebbe tante difficoltà ad apparire come l’uomo della provvidenza. Il credito che ne è risultato – “è più popolare di m”, gli concede un Medviedev che più o meno suo malgrado è entrato in concorrenza con lui – ne fa agli occhi del regime e dei suoi privilegiati, una specie di assicurazione contro tutti i rischi di una situazione sociale che sanno essere esplosiva. Un’assicurazione che la propaganda s’incarica di confortare, promuovendo un nuovo culto della personalità intorno a “super Putin” (titolo di un fumetto popolare) dipinto come il salvatore della Russia.

Malgrado alcuni anni di relativa ripresa economica, dovuta soprattutto all’impennata mondiale dei corsi delle materie prime, il sistema russo rimane intrappolato in un marasma economico e sociale permanente. L’impoverimento durevole di gran parte della popolazione (ufficialmente 21 milioni di poveri, di cui 2 milioni in più nel 2011) e la regressione assoluta delle capacità produttive, sono le conseguenze più evidenti del saccheggio dell’economia da parte degli affaristi.

La “modernizzazione” dell’economia, leitmotiv fin dall’epoca post stalinista, di cui Medvedev si è fatto l’apostolo, dovrebbe rispondere ad una triplice necessità. La prima sarebbe di rinnovare la maggior parte delle infrastrutture del paese, diventate obsolete a causa dell’assenza di investimenti, almeno fin dalla scomparsa dell’URSS. Così, in un campo cui aveva sempre dedicato finanziamenti colossali, la difesa, la Russia, pure secondo venditore mondiale d’armi, ora è ridotta a comprare armamenti in Israele e in Francia ! Bisognerebbe anche orientare l’economia verso le tecnologie più moderne, e poi porre fine a quello che Medvedev chiama “l’umiliante dipendenza” dell’economia russa rispetto alle esportazioni di materie prime (il 68 % dei suoi redditi proviene dalle sue esportazioni d’idrocarburi).

Lanciata a suon di tromba due anni fa, questa “modernizzazione” è malconcia. La maggioranza dei mezzi finanziari stanziati per questo obiettivo spariscono nelle tasche senza fondi dei burocrati, mentre lo spostamento di capitali, per il più verso i paesi imperialisti (50 miliardi di dollari solo sui nove primi mesi del 2011, contro 35 miliardi per l’intero anno 2010) continuato sempre più: “una vera emorragia” secondo il giornale economico Les Echos.

La crisi del 2008 ha scosso la Russia, colpendo in particolare le sue imprese di servizio e gettando sul lastrico centinaia di migliaia d’impiegati solo a Mosca e San Pietroburgo. Ha spinto anche ad una nuova ondata d’emigrazione: 1,2 milione di persone in tre anni, di cui una maggioranza di giovani diplomati che si considerano senza futuro in quel paese.

L’attuale crisi del debito sovrano e le sue ripercussioni nella zona euro hanno già fatto sentire i loro effetti in Russia. Le borse russe sono sprofondate mentre il rublo, il cui valore crolla nei confronti di valute come il dollaro, il yen e perfino l’euro, è ricaduto al suo livello più basso della crisi del 2008.

“È il nostro interesse” sostenere il Fondo europeo di stabilità finanziaria, spiega il ministero russo delle Finanze. Infatti, nella speranza di affermare il valore del rublo dopo il crac del 1998, lo Stato russo aveva scelte di legare la sua valuta ad un “cestino di valute” di cui il dollaro rappresenta il 55 % e l’euro il 45 %. Meccanicamente, ogni ribasso dell’euro fa vacillare la situazione del rublo. Tanto più che l’Unione europea è il primo partner commerciale della Russia, che i crediti delle banche dell’ovest europeo giocano un ruolo di primo piano in Russia e che, con la recessione mondiale, la Russia subisce una forte contrazione dei suoi redditi in valute estere.

Strangolata dalle contraddizioni del proprio sistema, respinta al rango di paese emergente, la Russia non può più, come fece l’URSS negli anni trenta, sperare di scampare anche un po’ alle conseguenze della nuova crisi mondiale.

Ucraina ed alcuni altri : parenti poveri che rimarranno tali

Le cerimonie ufficiali di questa estate per il ventesimo anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina, cioè la sua separazione dall’Unione sovietica poco prima dello sfacelo di quest’ultima, si sono svolte nell’indifferenza dell’immensa maggioranza della popolazione. Essa ha altre cose da preoccuparsi, a cominciare dall’aumento della disoccupazione, dall’incremento della miseria per cui più del quarto della popolazione sopravvive con l’equivalente di meno di 1,25 dollari al giorno, dalle nuove chiusure di fabbriche...

Per quanto riguarda il regime, ormai diretto da un presidente che si presenta come pro russo, Ianukovic, ha lanciato un programma di privatizzazioni per soddisfare le esigenze del FMI e della banca mondiale che controllano l’Ucraina tramite i crediti che concedono col contagocce, e soprattutto per dare una nuova fetta di torta agli “oligarchi”, questi super ricchi stretti al potere. In questo paese di più di 40 milioni di abitanti, un centinaio di super ricchi possiede attivi stimati ufficialmente al 61 % del PIL.

Cercando di stare in bilico più o meno ugualmente tra Russia e Occidente, Ianukovic ha abbandonato il progetto del predecessore di aderire alla NATO, ma non smette di ripetere che per l’Ucraina vede un futuro in seno all’Unione europea. L’Unione europea continua però di respingere gli appelli ucraini, nello stesso modo che respinge quelli di cinque altri Stati sorti dall’ex URSS (Bielorussia, Moldavia, Armenia, Georgia e Azerbaigian).

L’Europa non è avara di parole vuote verso questi paesi, ma non ha nulla a che fare con paesi poveri, indebitati e poco solvibili che, maltratti dalla storia, lo sono oggi dagli egoismi della finanza internazionale.

Bisogna notare quest’anno, in quella che fu la seconda più grande repubblica dell’URSS, il Kazakistan, movimenti di sciopero e violenti scontri durante più mesi tra da un lato il regime poliziesco che appoggia le direzioni delle compagnie petrolifere locali e straniere, e dall’altro decine di migliaia di lavoratori dell’industria petrolifera che lottano per aumenti di stipendio e per il riconoscimento del loro sindacato.

La Cina

Fin dagli inizi della crisi finanziaria, nel 2008, la Cina è stata presentata come un motore dell’economia mondiale che, come per altri paesi dall’alta crescita (India, Brasile...), doveva permetterle di scampare alla bancarotta generalizzata. Detto in altre parole, il capitale occidentale sperava che il sovrasfruttamento dei lavoratori cinesi avrebbe permesso di compensare le sue proprie bassezze. Con tassi di crescita rimasti al 10 % annuale, la Cina sembra essere scampata alla crisi generale del capitalismo. Non è stata travolta dalla crisi finanziaria perché il suo sistema bancario è quasi isolato da quello del resto del mondo: la sua moneta non è liberamente convertibile e il più degli investimenti cinesi all’estero sono obbligazioni statali o capitali usati all’assicurare per produzione delle materie prime necessarie all’economia del paese – e non azioni o altri titoli speculativi. Ma la svalutazione di queste obbligazioni, per via della massiccia emissione di moneta da parte degli Stati Uniti, colpisce le riserve cinesi in dollari.

La recessione nel mondo capitalista si è tradotta anche in Cina con la diminuzione delle esportazioni, il moltiplicarsi dei fallimenti e l’incremento della disoccupazione, il cui tasso sarebbe tra il 7 e il 9 % nelle città, ossia da 21 a 27 milioni di disoccupati. Senza parlare poi del “popolo vagante” dei migranti, che non viene preso in conto dalle statistiche, ma costretto a tornarsene nelle campagne quando i posti di lavoro scarseggiano. Nelle campagne, il sotto impiego, cioè una disoccupazione mascherata, toccherebbe 200 milioni di persone, ossia il quarto della popolazione attiva.

Dietro la rapida crescita delle città si è formata una bolla immobiliare tanto enorme quanto opaca. Gli enti locali sono particolarmente indebitati e alcuni servizi della stampa ne mostrano i danni, come in questa città fantasma della Mongolia interna, Kangbasci, che costruita per un milione di abitanti ne ospiterebbe solo tra 20 e 30 000. Questa bolla speculativa sembra collegata all’indebitamento degli enti locali, che sopportano la maggior parte del debito pubblico cinese il cui ammontare totale è del 68 % del PIL. L’indebitamento delle autorità locali le porta a fare di tutto per vendere a prezzo alto i beni immobiliari... dopo aver acquisito i terreni a basso prezzo, di cui risulta il moltiplicarsi degli sfratti e sequestri violenti.

Sovrasfruttamento, stipendi miseri, insicurezza sul lavoro, repressione sistematica dei movimenti di protesta sociale, inquinamento e avvelenamento, disoccupazione e anche inflazione: le classi popolari continuano a pagare un prezzo alto per il “miracolo” tanto vantato qui, in un paese diventato uno fra i più “disuguali” del mondo. Di certo la crescita cinese è un miracolo per la borghesia, cinese o straniera. La prossima entrata al Comitato centrale del magnate Liang Wengen, l’uomo più ricco del paese, con una fortuna di 10 miliardi di dollari, incarna l’osmosi tra capitalisti e apparato di Stato, nonostante che questi si affermi ancora “comunista”.

Sappiamo poche cose di quello che succede nella classe operaia di Cina. Sembra che gli scioperi si moltiplichino, sia contro condizioni di lavoro insostenibili, sia contro gli stipendi insufficienti. Ci sono anche ovviamente scioperi politici, almeno contro esponenti locali dello Stato e del partito, contro l’arbitrario del loro potere, contro le loro concussioni. Queste reazioni fanno pensare che il divario tra l’ovvio arricchimento della minoranza al potere e la povertà di gran parte della popolazione, susciti sempre più rivolte. In questa direzione vanno le nostre speranze: la capacità della classe operaia più numerosa del mondo, non solo a resistere al sovrasfruttamento, a far sentire le sue rivendicazioni, ma anche a ritrovare una prospettiva politica e un programma che rappresentino i suoi interessi di classe.

L’Africa Nera

Data la natura della loro integrazione nel mercato capitalista mondiale, i paesi poveri dell’Africa sub sahariana sono stati colpiti in due modi dai contraccolpi della crisi finanziaria. I paesi che producono le materie prime hanno subito le variazioni dei corsi di queste ultime, che sono uno tra i principali oggetti della speculazione internazionale. Queste variazioni colpiscono soprattutto gli Stati e le loro finanze. Ma quando si tratta di materie prime agricole quali il cacao o il caffè, la cui produzione e il cui redditto concernano gran parte dei contadini, le variazioni pesano direttamente sulle condizioni d’esistenza delle classi popolari.

Le fluttuazioni del prezzo del riso o del grano sul mercato internazionale colpiscono invece gravemente tutte le classi povere.
Per l’imperialismo, l’interesse dell’Africa sta principalmente nella ricchezza del suo sottosuolo. Alcuni fra questi paesi, come la Repubblica democratica del Congo (ex Zaire), concentrano nel sottosuolo un gran numero di metalli rari. Nigeria, Gabon o Congo sono importanti produttori di petrolio. E le scoperte di nuove riserve hanno fatto dello Ciad, del Sudan o dell’Uganda importanti futuri produttori.

All’infuori del Sudafrica però, unico paese d’Africa sub sahariana abbastanza industrializzato da essere considerato, al pari del Brasile, come un paese emergente, gli Stati africani non dispongono né della capacità tecnica, né del finanziamento necessario per trasformare le proprie ricchezze. La Nigeria per esempio, paese produttore di petrolio, importa il carburante che consuma.

Questa ricchezza mineraria e petrolifera ha sempre aizzato le cupidigie delle potenze imperialiste. La crisi, la necessità di proteggere le sue fonti di approvvigionamento, particolarmente dalle fluttuazioni di prezzi che risultano dalla speculazione sulle materie prime, inaspriranno per forza le rivalità tra potenze imperialiste oppure tra loro e un paese come la Cina.

La terra stessa diventa oggetto di cupidigie, e non solo da parte delle potenze imperialiste. In passato, esse non erano molto interessate dal possesso di terre in Africa, preferendo lasciare la coltura in mano a strutture tradizionali: l’arachide in Senegal alle confraternite religiose, il cotone dello Ciad e il caffè in Costa d’Avorio a contadini individuali. Queste forme di coltivazione tuttavia già coesistono con grandi piantagioni che impiegano operai agricoli quando si tratta di colture per l’industria, quali la hevea o la palma.

Parecchi paesi del Golfo, ricchi dei redditi del petrolio ma poveri di terre agricole, come l’Arabia Saudita o il Qatar, hanno comprato concessioni fondiarie in Mali, in Kenya, in Etiopia. L’annuncio di un progetto di concessione di più di un milione di ettari di terre di Madagascar al gruppo coreano Daewoo ha tuttavia scatenato un movimento di protesta che, finora, ha fatto fallire il progetto.

La speculazione sui prodotti alimentari si coniuga con le guerre locali endemiche per rendere la situazione delle massi povere insopportabile. Un paese come la Somalia subisce allo stesso tempo la legge delle bande armate, i contraccolpi della speculazione sui prodotti alimentari e la diminuzione dei mezzi delle organizzazioni umanitarie.

In vari modi la crisi stessa si aggiunge ai fattori di destabilizzazione di un gran numero di Stati africani, minacciandone alcuni di scomporsi tra le bande armate opposte e gli altri di diventare piattaforme di transito per il commercio mondiale della droga o discariche per i rifiuti dei trust dei paesi imperialisti.

La guerra civile che strazia il Sudan da decenni ha condotto alla spartizione del paese in due Stati indipendenti. L’indipendenza ufficialmente riconosciuta al Sud Sudan, diventato nel 2011 il 54° Stato africano, non ha tuttavia messo fine al conflitto tra il Nord e il Sud. Alle contestazioni sulla delimitazione dei due Stati si aggiunge il problema della spartizione del reddito petrolifero. E la guerra civile continua nel Darfur, regione limitrofa con il Ciad, lasciando alle grandi potenze imperialiste, la Francia in particolare, molte possibilità di manovra.

Recenti scandali hanno però messo in luce solo le conseguenze secondarie dei legami tra la Francia imperialista e il suo vecchio impero coloniale, la corruzione ai vertici, la venalità degli esponenti dello Stato. Tutto questo scaturisce da relazioni economiche che non sono mai state oggetto di scandalo: il controllo di gruppi finanziari e industriali della vecchia metropoli sulle risorse naturali di questi paesi, petrolio, bauxite e legni preziosi nel Gabon, petrolio ancora nel Congo di Brazzaville, uranio nel Niger, ma anche su alcune delle infrastrutture di base di questi paesi, portuali o aeroportuali.

Queste relazioni hanno subito trasformazioni nel corso degli ultimi cinquanta anni. Agli inizi degli anni settanta, le vecchie colonie giocavano un ruolo importante sia come mercati per i prodotti francesi, sia come campi d’investimento.

Questi due ruoli sono venuti meno nel corso degli anni. Rimane tuttavia la zona franco, la garanzia del franco CFA da parte del Tesoro francese e l’allineamento del franco CFA sul franco francese all’epoca, e adesso sull’euro. Rimane anche il fatto che la Areva, la Total, la Orange, la Bouygues, la Bolloré, l’Aga Khan o la Rougier hanno cospicui interessi in questi paesi, per non parlare delle grandi banche francesi.

Sono questi interessi che la presenza militare francese protegge, sulle basi di N’Djamena nello Ciad, di Port-Boué nella Costa d’Avorio, di Libreville nel Gabon o di Gibuti.

In Costa d’Avorio, l’intervento dell’esercito francese a favore di uno dei due candidati alla presidenza della Repubblica, Alassane Ouattara, ha permesso la vittoria di questo ultimo. Formalmente, il paese è stato riunificato dopo alcune settimane di guerra civile che ha fatto parecchie centinaia di morti, distruzioni, e ha portato a un importante regresso dell’attività economica.

Nonostante una relativa stabilizzazione, le masse povere continuano a subire i danni materiali ma anche umani della guerra civile. La diffidenza etnica, diffusa dall’alto dai rispettivi clan di Bédié, Gbagbo e Ouattara, in rivalità per prendere la successione del defunto Houphouët-Boigny, si è trasformata in violenza micidiale durante la guerra civile. Questa violenza è stata soprattutto il fatto di bande armate, ufficiali o meno. I danni che hanno provocato hanno tuttavia teso le relazioni tra le etnie.

Da quanto possono vedere i nostri compagni dell’UATCI sul terreno, i sentimenti e i risentimenti etnici sono superabili quando si interviene in nome di una politica che porta avanti gli interessi di classe comuni a tutti i lavoratori.

Per la costruzione di partiti e di una Internazionale comunisti

La crisi ha già condotto a reazioni da parte di quelli che rifiutano di esserne le vittime. Il suo aggravarsi moltiplicherà tali reazioni. Senza volere generalizzare troppo a partire da situazioni finora frammentarie e molto diverse, non si può parlare da nessuna parte di reazioni significative della classe operaia.

Nei paesi sviluppati come nei paesi arabi coinvolti nei movimenti popolari, la reazione è venuta innanzitutto dai giovani della piccola borghesia spinti nella disoccupazione e lasciati senza speranza per il futuro. La classe operaia subisce dappertutto il peso delle proprie organizzazioni riformiste e del loro disorientamento politico. Di fronte alla borghesia che dappertutto moltiplica gli attacchi, sempre più violenti con l’aggravarsi della crisi, la classe operaia è molto in ritardo anche solo per difendere le sue condizioni d’esistenza.

A maggior ragione, non è in grado di prendere iniziative politiche. Eppure la situazione esige una politica che opponga alla politica della borghesia quella della classe operaia. La classe operaia è l’unica capace di aprire prospettive per l’insieme delle classi sfruttate che saranno vittime – o lo sono già – della crisi economica. È l’unica che abbia la forza e l’interesse obiettivo di distruggere le fondamenta dell’organizzazione capitalista dell’economia, la proprietà privata dei mezzi di produzione.

Con l’aggravarsi della crisi, ci saranno demagoghi d’estrema destra che cercheranno d’incanalare la rabbia, in particolare quella della piccola borghesia colpita dalla crisi, verso la demagogia protezionista, nazionalista, xenofoba.

La storia si ripete raramente in modo identico. Ma una situazione economica carica di crisi sociale minaccia di dare alle forze d’estrema destra l’impulso per trasformarle in forze attive contro la classe operaia, per richiamare all’ordine la società e consolidare il capitalismo con l’uso della violenza politica.

L’evoluzione dell’Europa dell’Est, con la sua più grande povertà, le sue contraddizioni sociali più acute e i suoi problemi nazionali non risolti è la prefigurazione di quello che può essere l’evoluzione reazionaria delle cose.

In Ungheria, la politica dell’ex partito stalinista, diventato socialdemocratico quando era al governo, ha favorito l’arrivo al potere della destra. Benché questo governo sia particolarmente reazionario, con un discorso dello stesso tipo di quello del Fronte Nazionale in Francia, è assillato da una organizzazione d’estrema destra, il Jobbik, che ha preso quasi il 15 % dei voti alle ultime elezioni e sta diventando un’organizzazione di tipo fascista. Non si limita più ad una demagogia verbale, comincia a tradurre la sua politica in atti. Le sue milizie, che sfilano in divisa e imitano il comportamento delle Croci frecciate dell’anteguerra se la prendono sistematicamente e violentemente con i Rom, che costituiscono la maggioranza dei ceti più poveri della società. Un domani, potrebbero prendersela direttamente con i lavoratori in sciopero.

Solo una politica di classe chiaramente affermata, che offri in nome della classe operaia una prospettiva opposta a quella della borghesia, può impedire che questa riesca a salvare il suo dominio sulla società aizzando le vittime del suo sistema economico le une contro le altre.

Tra i demagoghi, ci sono anche quelli che si affermano di sinistra per proporre contro la crisi ogni tipo di pozione magica marcia.

Ci sono gli ecologisti. La catastrofe di Fukushima ha sollevato giustamente un’ondata d’indignazione e non solo in Giappone. Le incurie del trust proprietario nel concepire e sistemare la centrale, e poi il suo disastroso modo di gestire la crisi sono stati un’illustrazione perfetta dell’irresponsabilità dei gruppi capitalisti, preoccupati soprattutto dalla crescita dei loro profitti privati. Gli ecologisti hanno tratto beneficio dall’emozione suscitata, incanalandola verso l’unico dibattito: “Nucleare sì o no ?”.

Così facendo hanno orientato un problema di classe verso un problema elettorale.

Il movimento ecologista porta con sé un insieme eterogeneo. Le tante associazioni che si oppongono a certi aspetti della gestione capitalista dell’economia o che protestano contro alcuni danni che essa provoca, giocano spesso un ruolo utile, contribuendo a sensibilizzare l’opinione pubblica, o addirittura organizzando la resistenza della popolazione toccata.

L’"ecologia politica” è tuttavia una corrente reazionaria, e non solo perché si integra perfettamente nel gioco politico borghese. Prendersela con il “consumo eccessivo”, fosse in nome della preservazione della natura o in nome dei limiti delle risorse naturali, è solo dare un’apparenza simpatica alle politiche di austerità adoperate da tutti i governi della borghesia.

In questa società disuguale, l’austerità, che sia imposta dalla violenza di Stato o che sia predicata dagli ecologisti, è sempre orientata verso le classi povere. I danni enormi alla natura e all’ambiente non sono dovuti all’eccessivo consumo in generale –come si fa a dire tali stupidaggini in un mondo in cui centinaia di milioni di persone non hanno accesso alla società dei consumi?– ma agli sprechi della concorrenza e alle scelte dettate dalla ricerca del profitto, che spinge a produrre cose inutili per quelli che possono pagare piuttosto che quello che è indispensabile per chi non può pagare.

Solo una società sbarazzata della concorrenza capitalista e della ricerca del profitto potrebbe trovare un equilibrio tra soddisfazione dei bisogni di tutti e necessaria preservazione della natura.

Per quanto riguarda il discorso sulla deglobalizzazione, è tanto stupido quanto reazionario. L’economia mondiale costituisce da molto tempo un complesso interdipendente. È precisamente grazie ai legami economici stretti attraverso il mondo intero e ad una divisione del lavoro sempre più avanzata che il livello di produzione ha raggiunto un grado tale da permettere un’organizzazione economica diversa del capitalismo. Per quelli che, a sinistra, difendono la deglobalizzazione, si tratta di slogan demagogici e vuoti, che evitano loro di parlare del capitalismo e soprattutto della necessaria scomparsa della proprietà privata dei mezzi di produzione per permettere all’umanità una nuova epoca di sviluppo.

L’internazionalismo non è solo l’espressione della solidarietà morale tra sfruttati di vari paesi, ma è l’affermazione del fatto che solo su scala internazionale la classe operaia può farla finita con il regno del capitalismo e creare un’organizzazione economica superiore, pianificata per soddisfare i bisogni di tutti.

La classe operaia continua a pagare al prezzo alto le conseguenze di decenni di politica socialdemocratica e forse ancora di più il peso dello stalinismo e i danni che ha fatto nelle tradizioni e contemporaneamente nelle coscienze. Ma allo stesso tempo sono precisamente i colpi della borghesia, la sua irresponsabilità, che sono suscettibili di provocare reazioni che, anche se non annunciate, possono esplodere brutalmente.

I movimenti attuali, perfino quelli segnati dalla piccola borghesia intellettuale come gli “indignati”, possono fare la parte del catalizzatore e contribuire così a fare in modo che la classe operaia ritrovi la sua volontà d’agire. È in questi movimenti sociali che le classi sociali imparano l’intervento politico, scoprono chi sono i loro nemici, ma anche chi sono i loro falsi amici. Ma i movimenti di “indignati” di vari paesi, che si ispirano a vicenda, tutti sotto l’influenza della gioventù diplomata che si ritrova senza prospettive di ascesa sociale o semplicemente di integrazione sociale, anche nei paesi ricchi, sono segnati al meglio dal disinteresse nei confronti della classe operaia o, peggio ancora, dall’ostilità.

Pur esprimendo l’indignazione contro le politiche di austerità, contro la dominazione della finanza sul mondo, contro le banche e la follia della corsa al profitto, non solo il movimento degli "indignati" non cerca di trasformare l’indignazione in una rivolta cosciente, ma propaga delle idee che si oppongono a tale trasformazione. Così l’ignoranza della lotta di classe e il rifiuto dell’idea dell’organizzazione, fosse nella prospettiva di una trasformazione sociale.

Non basta opporsi al capitalismo o ad alcuni suoi aspetti, anche importanti come la finanziarizzazione. Bisogna rovesciarlo nelle sue fondamenta. Bisogna sostituire un sistema economico e sociale ormai anacronistico e nocivo per l’umanità e il suo progresso con un’altra organizzazione economica e sociale. Occorre una rivoluzione sociale che comporti l’espropriazione della borghesia, la soppressione della proprietà capitalistica e la sua sostituzione con la proprietà collettiva. Questo non può essere l’opera di alcuni riformatori, anche con buone intenzioni. Questo può essere solo l’opera di un’intera classe sociale mobilitata in una lotta di classe spinta fino in fondo e guidata dalla coscienza politica. La classe operaia rimane l’unica classe sociale i cui interessi si confondono con quelli della società, anche se oggi sembra poco presente sulla scena politica.

La questione di partiti comunisti rivoluzionari si pone in modo più impellente che mai. Mai una classe dominante abbandona il potere se non viene rovesciata. Con l’aggravarsi della crisi economica, e anche se l’organizzazione capitalista della società dimostra tutta la sua irrazionalità e la borghesia tutta la sua irresponsabilità, se il proletariato non si prepara a sostituirla, cioè a candidarsi al potere, la società borghese sopravviverà con tratti sempre più odiosi.

L’umanità paga caro la lunga rottura della continuità del movimento operaio rivoluzionario e la scomparsa delle sue tradizioni. Tutto va ricostruito, sia i partiti rivoluzionari che un’internazionale comunista rivoluzionaria. Ma al tempo stesso non tutto è da ricominciare perché l’esperienza del passato c’è, compreso quella negativa dello stalinismo. Tocca ad una nuova generazione dare il cambio. E se le organizzazioni comuniste rivoluzionarie non abbandonano le loro idee, se non le deformano, sarà la crisi dell’economia capitalista a preparare le condizioni della rinascita.

14 ottobre 2011


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