Internazionale

La campagna di Lutte Ouvrière per l’elezione presidenziale in Francia

Da “Lutte de classe” n° 140 – Dicembre 2011 – Testo del Congresso di Lutte Ouvrière 2011

Come già deciso al congresso dell’anno scorso, parteciperemo all’elezione presidenziale del 2012 e la nostra candidata sarà Nathalie Arthaud.

Negli opuscoli distribuiti da settembre così come nelle riunioni pubbliche e nelle conferenze stampa allargate di questo periodo, abbiamo già cominciato ad evidenziare l’asse dei nostri interventi durante la campagna stessa che, ricordiamolo, comincerà solo quando avremo consegnato le 500 firme di eletti necessitati dalla legge. La raccolta delle firme definitive e la loro consegna presso il Consiglio costituzionale dovranno svolgersi tra il 23 febbraio il 16 marzo 2012.

Abbiamo cominciato una prima campagna a settembre, cioè in un periodo in cui le primarie del Partito socialista non si erano ancora svolte e il suo candidato ufficiale non era ancora conosciuto.

Adesso si sa che sarà François Hollande e man mano che tutti i candidati saranno in campagna, dovremo accentuare la parte critica della politica degli uni e degli altri. Ma la scelta fatta di non dedicare una parte importante dei nostri interventi a questa critica, in particolare alla politica difesa da Mélenchon, o all’altro estremo alla demagogia di Marine Le Pen, non è dovuta solo alle circostanze di questa pre-campagna. Intendiamo durante la campagna stessa, più che passare tempo a criticare la politica degli altri, portare avanti obiettivi di cui i lavoratori potranno impadronirsi in caso di ascesa delle lotte.

Per ora ovviamente non abbiamo alcun elemento che ci consenta di prevedere che tali lotte si produrranno a più o meno breve scadenza. Niente di paragonabile per esempio agli scioperi dell’anno 1934 che annunciavano in qualche modo l’ascesa della combattività della classe operaia che avrebbe raggiunto un vertice nel giugno 1936 e annunciavano anche la spinta a sinistra sul piano elettorale

Lo stato d’animo dei lavoratori può però cambiare prima dell’elezione presidenziale. Cinque o sei mesi sono pochi in un periodo ordinario. Ma la crisi finanziaria in corso e i suoi contraccolpi sull’economia nel suo complesso e sulla politica del governo possono essere un potente acceleratore per delle evoluzioni.

Quindi senza prevedere il futuro è evidente che quelli che dirigono l’economia, così come quelli che dirigono gli Stati, non controllano affatto la crisi finanziaria e che quest’ultima si è già trasformata in una depressione economica. Con l’inasprirsi della crisi s’inasprirà anche l’offensiva della borghesia e del suo governo, contro i lavoratori in primo luogo ma anche contro molte altre categorie sociali piccolo-borghesi.

Si pensi solo all’evoluzione della situazione in Grecia, dove, dai colpi che sono stati portati essenzialmente ai lavoratori e ai salariati e pensionati, è anche conseguito il ribasso del consumo e dell’attività economica a danno dei commercianti e artigiani, ecc.

Di fronte alla politica della borghesia il meno che si possa dire è che la classe operaia non è preparata politicamente e che non saranno né il Pcf, né Mélenchon a prepararla, e neanche le direzioni sindacali.

Non sappiamo se avremo il credito sufficiente per far passare, anche solo su scala modesta, le idee e gli obiettivi necessari perché la classe operaia possa fronteggiare la situazione, ma dobbiamo agire con questo obiettivo.

Non ritorniamo qui in modo dettagliato sugli obiettivi immediati che portiamo avanti. I nostri interventi politici, gli editoriali dei bollettini di fabbrica trattano questa questione in qualche modo in permanenza. Tutto parte dall’idea che i lavoratori non devono né rassegnarsi né cercare ciò che, nelle varie medicine immaginate dalla borghesia per far fronte alla crisi economica, potrebbe essere meno sfavorevole: infatti lo saranno tutte!

È interesse dei lavoratori lottare per obiettivi che siano loro, cioè innanzitutto proteggere le due sole cose che consentono loro di vivere nell’economia capitalista: il posto di lavoro e il salario.

I due obiettivi più immediati che ne derivano, il divieto dei licenziamenti con ripartizione del lavoro tra tutti senza diminuzione di salario e l’indicizzazione dei salari sui prezzi – la scala mobile dei salari – per tutelare il potere d’acquisto contro l’inflazione, corrispondono al semplice buon senso dal punto di vista degli interessi dei salariati.

Da un certo tempo già la nostra attività s’impernia su questi obiettivi. Ma la pressione della borghesia, dei suoi politici e dei suoi media, del suo apparato di propaganda, il suo martellare “la necessità di accrescere la competitività, esacerbata dalla globalizzazione” gravano sulle coscienze come gravano obiettivamente la disoccupazione e la paura per il posto di lavoro.

Non saremo noi con le nostre possibilità e il nostro credito limitati a poter pretendere di ostacolare tutto questo.

Il movimento operaio nel suo complesso avrebbe dovuto opporre un punto di vista di classe alla propaganda velenosa della borghesia.

In effetti uno degli aspetti del ritardo della classe operaia di fronte all’offensiva della borghesia sta nel fatto che le organizzazioni che ci fanno riferimento non giocano più il loro ruolo e riprendono al proprio conto la logica e il linguaggio della borghesia.

Saranno la crisi stessa, l’atteggiamento del patronato, a creare situazioni che evidenzieranno gli obiettivi più urgenti quali la necessità di ripartire il lavoro tra tutti o la scala mobile dei salari.

Si moltiplicano ad esempio i casi di grandi imprese capitaliste che licenziano in alcune loro fabbriche, qualche volta in alcuni reparti, mentre in altre fabbriche o reparti fanno fare straordinari e aumentano i ritmi di lavoro.

In un’impresa come la Peugeot-Citroën che si prepara a chiudere tre fabbriche mentre c’è abbastanza lavoro e ci sono abbastanza profitti da garantire il livello del salario pur riducendo il numero delle ore di lavoro, la ripartizione del lavoro tra tutti appare una risposta alla logica padronale. E in fondo è la stessa situazione in altre fabbriche quali la Montupet o la Fralib che fa parte del grande gruppo Unilever, e in molte altre.

Sicuramente la ripartizione del lavoro su scala dell’insieme del paese sembra una cosa più complicata. Sono una ragione e un motivo in più per fare nella nostra agitazione l’esempio delle grandi imprese.

Tra le imprese di dimensioni medie o piccole che oggi licenziano o sopprimono posti di lavoro, molte sono ditte d’appalto o fornitori di grandi imprese. Per fare più profitti le grandi imprese non si accontentano di ridurre il proprio organico e di sfruttare sempre più duramente quelli che rimangono, impongono alle ditte d’appalto e ai fornitori contratti sempre più duri che li portano a loro volta a licenziare o addirittura a chiudere.

È facile spiegare che bisogna integrare nella ripartizione del lavoro non solo le grandi imprese ma anche lo sciame delle imprese medie o piccole che ne dipendono.

In quanto alle misure miranti a fare sparire la disoccupazione, parleremo anche durante la campagna delle assunzioni indispensabili nei servizi pubblici utili alle classi popolari, così come per esempio della necessità di assumere lavoratori per soddisfare questo bisogno urgente e vitale quale la costruzione a prezzo di costo di case per il milione di famiglie che non dispongono di un alloggio decente, o qualche volta non ne hanno affatto.

E sarà ancora la realtà degli aumenti di prezzi, in particolare degli affitti e dei prodotti di prima necessità, a rendere comprensibile questa esigenza vitale per tutti i salariati qual è l’indicizzazione dell’evoluzione dei salari su quella dei prezzi.

La crisi finanziaria e la politica di tutti i governi che impongono l’austerità alla maggioranza della popolazione per salvare la posta in gioco dei banchieri rendono percettibile l’aberrazione della politica della borghesia. Anche unte dai soldi prelevati sulla popolazione, dai crediti gratuiti accordati dalle banche centrali, le banche continuano ad intascare interessi che soffocano l’economia, mentre esse neanche svolgono correttamente il loro ruolo nell’economia capitalista, che sarebbe di distribuire crediti.

L’espropriazione delle banche senza indennizzo né riacquisto, il loro raggruppamento in una banca unica, sottomessa al controllo della popolazione, appaiono l’unica politica opposta a quella della borghesia e anche una necessità sociale.

Gli obiettivi parziali, in qualche modo difensivi e che sembrano di buon senso, ci permettono di dimostrare che per imporli è necessario contestare il potere assoluto dei gruppi capitalisti sulle imprese.

Il finanziamento della ripartizione del lavoro tra tutti senza diminuzione di salario ripropone naturalmente il problema del controllo del profitto dell’impresa e dell’uso che ne fanno i padroni: investimenti produttivi o speculazione? Creazione di posti di lavoro utili o dividendi erogati agli azionisti? Ma l’ammontare del profitto, o comunque del profitto dichiarato, è suscettibile di una moltitudine di strumentalizzazioni e di imbrogli come quello, del tutto legale, che ha acconsentito per un certo periodo al gruppo Total di non pagare alcuna imposta sui benefici.

Il controllo del profitto reale esige che possano essere resi pubblici tutti i movimenti di fondi, il denaro che entra e esce, tutti i movimenti delle scorte, le tangenti, tutto ciò che un padrone oggi nasconde dietro il segreto degli affari.

Tale controllo è necessario per dimostrare che c’è sempre un’altra soluzione che il licenziamento e il blocco dei salari in nome della competitività sul mercato mondiale, che sempre significano fare la scelta di preservare o accrescere i redditi del capitale, e che è questa scelta lì che bisogna combattere. Il controllo dei conti delle catene di distribuzione capitaliste dimostrerebbe che hanno tutte le possibilità finanziarie sia di aumentare i prezzi pagati alla produzione ai contadini e ai fornitori, sia di abbassare i prezzi di vendita e di pagare salari decenti ai loro lavoratori.

La soppressione di tutte le leggi che fanno divieto alla pubblicazione delle informazioni sulla contabilità e il funzionamento delle imprese non assicura di per sé il controllo. Ma ne dà la possibilità legale.

Discutere dell’importanza per i lavoratori di imporre la fine del segreto degli affari ci porta naturalmente a dimostrare che gli operai e gli impiegati sanno in realtà tutto delle loro imprese, a condizione di mettere insieme le conoscenze parziali degli uni e degli altri.

Fare propaganda intorno a questi obiettivi, farli condividere, non significa ancora avere la determinazione di imporli. La lotta di classe non si svolge nel campo delle idee ma nella realtà dei rapporti di forza. Nessuno, nessuna organizzazione anche potente, è capace di provocare un’esplosione sociale. Saranno la borghesia stessa e i suoi servitori politici a provocarla. L’esempio della Grecia dimostra che questo può prodursi rapidamente. Il ruolo delle organizzazioni comuniste rivoluzionarie sta nel difendere presso la classe operaia una politica che le consenta di riprendere l’offensiva, con una prospettiva politica che si opponga a quella della borghesia.

Imporre questi obiettivi che corrispondono agli interessi della classe operaia corrisponde anche, ad un certo livello, agli interessi della maggioranza della popolazione perché la politica della borghesia in questo periodo di crisi porta ad una dislocazione della società stessa.

L’unica prospettiva favorevole agli interessi della grande maggioranza della società è di mettere in discussione la dominazione dei gruppi capitalisti su quest’ultima.

Approfitteremo della campagna elettorale per fare una propaganda comunista, accentuando ciò che abbiamo fatto durante le elezioni precedenti. Non si tratta, ovviamente, di fare votare sul comunismo, il che sarebbe semplicemente stupido. Si tratta di innalzare una bandiera, anche sulla nostra piccola scala, in un contesto in cui l’economia capitalista dimostra, in più delle sue ingiustizie, tutta la sua irrazionalità.

Bisogna che si esprima in questa elezione una corrente che non si opponga solo a questo o quel partito politico della borghesia, dall’estrema destra alla sinistra istituzionale, ma che combatta tutto il sistema capitalista in nome di un’altra prospettiva per la società, quella che passa dalla presa e l’esercizio del potere da parte della classe operaia, dall’espropriazione del gran capitale e dal mettere in comune le ricchezze e i mezzi di produrle, e dall’organizzazione di un’economia senza proprietà privata dei mezzi di produzione, senza concorrenza né corsa al profitto privato.

Come nel 1974 al momento della prima candidatura di Arlette Laguiller, proveremo a dimostrare che l’economia capitalista, basata fondamentalmente sullo sfruttamento dei lavoratori, è nefasta anche alle altre categorie sociali produttrici. Più in generale, è incapace di rispondere ai maggiori problemi dell’umanità, dalla malnutrizione alla preservazione dell’ambiente, sia contro le catastrofi naturali sia contro quelle provocate dall’attività umana.

Sarà con la difesa delle idee e della prospettiva del comunismo che ci rivolgeremo in particolare alla gioventù, operaia ovviamente ma anche scolastica. La crisi dimostra tutta la stupidità dell’ideologia, veicolata tra i giovani delle scuole, della riuscita individuale, del “ascensore sociale” e altre sciocchezze. Il capitalismo in crisi non ha prospettiva da offrire anche ai più diplomati dei giovani. E poi, quanto vale l’ascensore sociale se tutta la società sprofonda nella miseria materiale e morale?

È anche l’unica prospettiva che consenta agli elementi più coscienti tra gli “indignati” di uscire dal vicolo cieco di questo movimento che erge la sua impotenza a virtù. L’indignazione può essere feconda per il futuro solo se conduce alla coscienza comunista rivoluzionaria.

Tocca alla gioventù riprendere la bandiera del comunismo e ricollegarsi con la tradizione rivoluzionaria del movimento operaio.

Dobbiamo tanto più innalzare la bandiera del comunismo in quanto nessun altro lo farà, anche nel modo deformato rappresentato dal movimento stalinista.

Il Partito comunista si è accodato a Mélenchon come Marchais aveva fatto in passato dietro a Mitterrand. In quanto al candidato del Nuovo partito anticapitalista (Npa), non è sicuro che si possa candidare e, se lo farà, si presenterà certamente, fra l’altro, come difensore dei lavoratori ma senza fare riferimento al comunismo.

Il ritorno al potere del Partito socialista non suscita molte illusioni, se non per il fatto che il suo candidato François Hollande appare l’unico che possa prendere il posto di Sarkozy. Questo solo è forse un argomento abbastanza forte da spingere a votare per lui anche quelli che non si aspettano un granché, o addirittura niente, dal cambio di presidente.

Le discussioni nell’ambiente dei lavoratori, nelle imprese come nei quartieri popolari, ci fanno pensare che sta tornando la convinzione che “bisogna innanzitutto battere Sarkozy”. Ma anche il cambiamento di maggioranza al Senato ci è valso alcune discussioni su ciò che c’era di favorevole per bloccare alcune decisioni dell’Assemblea dominata dalla destra.

D’altra parte le primarie del partito socialista e il suspense trattenuto intorno ai concorrenti alla candidatura hanno contribuito a creare un clima d’interesse per il cambiamento elettorale.

Detto questo, se il Partito socialista può considerare come un successo la partecipazione di due milioni e ottocentomila elettori al secondo turno delle primarie, questo rappresenta solo una frazione ristretta dell’elettorato. Di più la partecipazione più bassa è stata nei quartieri popolari.

Niente permette quindi di concludere dal relativo interesse suscitato dalle primarie socialiste che ci saranno meno astensioni da parte di questa frazione dell’elettorato popolare ormai delusa da queste alternanze politiche che non cambiano assolutamente niente.

Anziché sperare che con la sinistra alla presidenza e al governo tutto sarà meglio, c’è almeno l’idea che non potrà essere peggio. In realtà, anche questa è un’illusione perché può essere peggio se la crisi continua ad inasprirsi, con in più il fatto che la sinistra sarà portata a presentare alcune misure favorevoli alla borghesia come misure di sinistra o perfino sociali. Così sarà con le ricapitalizzazioni delle banche da parte dello Stato, che la finanza esige, che saranno presentate come nazionalizzazioni, cioè misure essenzialmente di sinistra.

Durante la campagna dovremo rispondere alla pressione unitaria alla sinistra della sinistra. Qualunque sia il modo in cui questa pressione si esprimerà, sarà sempre per rimproverarci di non esserci accodati a Mélenchon come ha fatto il Partito comunista. Certamente risponderemo, e diremo cosa pensiamo della loro politica. Ma piuttosto che polemizzare con ciò che dicono o non dicono, è più importante dire e ribadire ciò che noi stessi abbiamo da affermare.

Al contrario di ciò che diranno i commentatori, non siamo in una situazione di rivalità sul terreno elettorale. La posizione di Mélenchon come quella del Partito comunista rappresentano una corrente effettiva del riformismo, dal discorso un po’ più radicale di quello del Partito socialista che non si può neanche considerare come riformista nel senso tradizionale del termine. C’è un interesse politico al fatto che questa corrente si esprima e che il suo elettorato si possa distinguere da quello del Partito socialista.

A maggior ragione non siamo in rivalità con l’Npa e ci auguriamo che il suo candidato ottenga il numero di firme necessarie per potere candidarsi.

Ci sarà anche prima del primo turno una pressione per impegnarci a “battere Sarkozy” al secondo turno, cioè per farci annunciare che chiameremo a votare al secondo turno per Hollande. Ovviamente non dobbiamo rispondere prima del primo turno su ciò che faremo al secondo.

Dovremo spiegare durante tutta la campagna, come abbiamo cominciato a farlo quando il Partito socialista ha ufficializzato la candidatura di Hollande, che quest’ultimo e il suo futuro governo faranno inevitabilmente una politica simile a quella di Sarkozy. Forse non utilizzeranno le stesse parole e nasconderanno alcune delle loro misure antioperaie sotto un discorso di sinistra, ma ubbidiranno alle ingiunzioni delle banche e del gran capitale, ciò che nel linguaggio odierno si chiama “la pressione dei mercati finanziari”.

Il Partito socialista non lo nasconde neanche, tanto già nella pre-campagna i due candidati alla candidatura suscettibili di essere scelti hanno insistito sul “realismo” sulla “necessità di rimborsare il debito”, ecc.

La gravità della politica di austerità che sarà fatta dopo l’elezione presidenziale non dipende affatto dalla personalità o dall’etichetta dell’eletto, ma dalla crisi e dalle esigenze del gran padronato.

Ribadiremo in tutti i modi che, se i lavoratori hanno tutti i motivi di odiare Sarkozy, non hanno nessun motivo di fidarsi di Hollande.

Dobbiamo spiegare, a cominciare dagli ambienti vicini a noi, che solo conta il primo turno, in cui quelli che si sentono nel campo dei lavoratori hanno la possibilità di esprimere la loro identità politica. Al secondo turno, al meglio non si esprime niente e al peggio si dà una legittimazione al candidato rimasto in lizza.

Durante la campagna dovremo anche sviluppare il senso del voto a favore della nostra candidata. Diremo che, pur minoritaria che sia la corrente che considera Hollande alla pari di Sarkozy come rappresentanti politici della classe privilegiata, è importante per il futuro che tale corrente si possa esprimere.

Votare per la candidata di Lutte Ouvrière sarà affermare chiaramente che si è d’accordo con gli obiettivi che ha portato avanti durante la campagna elettorale. Sarà affermare che è necessario e possibile fare sparire la disoccupazione tramite la ripartizione del lavoro tra tutti. Sarà affermare che per proteggersi dall’inflazione, l’unico modo per i salariati è di imporre la scala mobile dei salari. Più in generale, sarà affermare la convinzione che alla politica dei governanti, che in tutte le sue varianti esprimerà le preoccupazioni e gli interessi della borghesia, bisogna opporre una politica che miri a proteggere le classi produttive dalla decadenza materiale e morale. Sarà affermare che la dittatura dei gruppi capitalisti sull’economia porta la società alla rovina e che il gran padronato, i banchieri, sono troppo irresponsabili perché si lascino dirigere senza controllo le imprese e l’economia.

Questo voto non può in nessun caso sostituirsi alla lotta, ma può contribuire a prepararla politicamente e moralmente.

Bisogna che la nostra campagna sia una campagna militante, non solo perché non saranno le poche trasmissioni della televisione che ci consentiranno di condurla. Bisogna associare alla nostra campagna tutti quelli che sono d’accordo con gli obiettivi che difenderemo durante la campagna, perché è un mezzo per stringere i legami con loro. I legami tessuti in questa attività politica comune, anche limitata, possono essere preziosi in seguito.

Non dobbiamo farci illusioni sui nostri risultati, ma possiamo ragionevolmente sperare che gli obiettivi che avremo portati avanti durante la campagna saranno stati sentiti oltre quelli che sceglieranno di votare per noi. Tale riscontro non si può quantificare.

Ciò che lo sarà invece sarà il numero di donne, di uomini, di giovani che riusciremo ad associare ai nostri militanti e ai nostri simpatizzanti, sia durante la presidenziale che durante le elezioni politiche che seguiranno. La solidità dei vincoli, in particolare con tutti quelli che, lavoratori, disoccupati, giovani e pensionati, vivono la vita della classe operaia, dipenderà meno dai rapporti personali che dallo stato d’animo dell’insieme della classe operaia. Ma è tanto più importante ritrovarli al nostro fianco in caso di ascesa operaia in quanto saranno forse tra i primi a sentirla e annunciarcela.

Le elezioni sono solo un episodio – importante o meno, il futuro lo dirà – nella lotta politica per costruire questo partito comunista rivoluzionario la cui necessità si rivelerà sempre più con l’aggravarsi della crisi e gli stravolgimenti sociali che provocherà. Bisogna cogliere nel modo più efficace possibile l’occasione che ci offrono queste future elezioni.

21 ottobre 2011


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