Internazionale

La situazione in Francia

Da “Lutte de classe” n° 140 – Dicembre 2011 – Testo del Congresso di Lutte Ouvrière 2011

Situazione generale

La crisi finanziaria e le sue conseguenze hanno dominato l’attualità in Francia sia nel campo economico che politico.

Come in tutto il mondo il gran padronato ha approfittato della crisi e del rapporto di forza a suo favore per intensificare l’offensiva contro i lavoratori. Questo comporta le ristrutturazioni nelle aziende, le cui forme sono molteplici ma mirano tutte a “razionalizzare”, cioè a far fare più lavoro da meno lavoratori meno pagati. In nome della ricerca di competitività, tutte le imprese intensificano il ritmo di lavoro, impongono in vari modi la flessibilità del lavoro, la maggiore precarietà e il blocco dei salari.

Ovviamente tutto questo non è cominciato quest’anno ma i timori, reali o anticipati, di un nuovo periodo di recessione e quindi di un inasprimento della concorrenza spingono sempre più il padronato a recuperare ciò che teme di perdere, a detrimento dei fornitori, dite d’appalto, ecc, e più ancora a detrimento dei salariati

L’offensiva condotta dalla classe capitalista stessa si completa con la politica del governo.

La crisi del debito sovrano ha fornito al governo il nuovo pretesto mirando a giustificare tutti i provvedimenti di austerità: bisogna rimborsare il debito.

Non ritorniamo qui sul carattere di classe di questo argomento. Le classi popolari non c’entrano niente nell’aumento dell’indebitamento del paese e non ne hanno approfittato per niente.

Il debito dello Stato francese era all’inizio dell’aprile 2011 di 1646 miliardi di euro, senza tener conto del debito degli enti locali. È aumentato di circa 500 miliardi di euro sotto il solo governo di Sarkozy. L’aumento del debito è il risultato dei molteplici regali fatti alle imprese capitaliste, a cominciare dalle banche, per consentire loro di superare la crisi finanziaria del 2008 e la minaccia di fallimento del sistema bancario cui si aggiungeva la minaccia di recessione. Poiché il rimborso di ogni fetta del debito necessita di prendere nuovi prestiti sui mercati finanziari a costo di interessi, il debito si alimenta da sè. Allora è un ricatto permanente con cui lo Stato impone alle classi popolari di pagare un tributo crescente al capitale finanziario.

Se i partiti della sinistra di governo puntano la responsabilità di Sarkozy nell’aumento del debito, invocando lo scudo fiscale, la moltitudine di agevolazioni fiscali che favoriscono sia le grandi imprese che i loro ricchi proprietari e azionisti, il ribasso dell’imposta sulla fortuna, considerano però il debito e l’obbligo di rimborsarlo come cose sacrosante.

Dobbiamo sempre puntare il dito su questa sacra unione intorno al debito e denunciarla. Il debito è stato fatto a profitto della borghesia, ad essa tocca rimborsarlo!

Tutti i discorsi fatti dalla sinistra sulla futura riforma fiscale, su un fisco più “equo”, si riducono al nulla dal momento che proclamano la necessità di pagare il debito. Perché questo significa che intendono continuare a pagare ai banchieri somme considerevoli prelevate sulle classi popolari. È anche l’annuncio chiaro che il futuro governo, che sia di destra o di sinistra, riprenderà al proprio conto la politica d’austerità.

Il primo ministro Fillon ha appena annunciato un secondo piano d’austerità. Aveva presentato tre mesi fa una prima manovra di 12 miliardi di tagli, in particolare alle spese dei ceti popolari: tasse supplementari sul tabacco, l’alcol, le bibite. Aumenta dal 3,5% al 7% la tassa sui contratti di previdenza complementare privati mentre già otto milioni di persone non possono più pagarsi una tale previdenza per le spese sanitarie. E bisogna non dimenticare i provvedimenti precedenti: ticket passato da 16 a 18 euro negli ospedali e cliniche, e da 12 a 13,50 euro negli ospedali psichiatrici; nel marzo 2011 passaggio da 91 a 120 euro del ticket per le cure costose negli ospedali. E le soppressioni di rimborsi di medicine vanno avanti.

È vero che il governo ha appena deciso una tassa provvisoria sugli altissimi redditi. Sarà del 3% sui redditi tra 250 000 e 500 000 euro all’anno, e del 4% sopra 500 000 euro. Questo dovrebbe riguardare 27 000 famiglie e fruttare allo Stato 410 milioni di euro, da paragonare ai quasi due miliardi che il governo ha regalato quest’anno alle stesse famiglie con la riduzione dell’imposta sulla proprietà.

Il nuovo piano di austerità annunciato da Fillon il 7 novembre pretende di fare un’economia di 65 miliardi di euro supplementari in cinque anni per lo Stato. Le principali misure sono l’aumento dell’Iva dal 5,5 al 7% per i ristoranti e i lavori a domicilio. Ma questo aumento dell’Iva riguarderà anche i trasporti e i libri, il cinema, le notti in albergo. Il governo dice che questo non toccherà i prodotti di prima necessità, ma chi decide quali sono i prodotti di prima necessità?

Bisogna ricordare che l’Iva è la prima entrata fiscale dello Stato, che colpisce tutti ma grava proporzionalmente di più sui redditi più bassi. Come provvedimento che dovrebbe fruttare 4,4 miliardi entro il 2016, il governo accelererà il passaggio dell’età del pensionamento a 62 anni, che sarà già effettivo nel 2017 invece del 2018. I sussidi sociali come gli assegni familiari non saranno più indicizzati sull’inflazione ma sulla crescita, e aumenteranno solo dell’1% già l’anno prossimo, solo il 1° aprile invece del 1° gennaio.

Il governo vuole anche diminuire le spese sanitarie, il che aumenterà ancora una volta le difficoltà dei più poveri per curarsi. In quanto alle nuove tasse sul capitale e le imprese, dovrebbero fruttare solo cinque miliardi sui 65 miliardi previsti entro il 2016.

Il blocco delle aliquote dell’imposta sul reddito nel 2012 e il 2013 si tradurrà automaticamente con un aumento dell’imposta per molti contribuenti. Potrebbe anche rendere imponibili dei contribuenti i cui redditi fino a questa parte rimanevano inferiori alla soglia dell’imposta.

Nel pubblico impiego, il governo continua a non sostituire uno statale su due che vanno in pensione, di cui risulta nella pubblica istruzione una diminuzione drammatica dell’organico degli insegnanti e del personale scolastico, con tutte le conseguenze come le classi in esubero, la mancata sostituzione dei professori assenti, la mancanza drammatica di sorveglianti, assistenti sociali, infermieri negli stabilimenti scolastici.

Contemporaneamente i prezzi aumentano: affitti, carburanti, riparazioni automobili, trasporti, elettricità, senza dimenticare l’alimentazione, mentre i salari rimangono fermi e qualche volta diminuiscono.

L’obiettivo di un aumento generale e sostanziale dei salari e delle pensioni per recuperare il potere d’acquisto perso rimane un obiettivo essenziale per i lavoratori. Ma di fronte all’accelerazione dell’inflazione, è indispensabile completare questa rivendicazione con quella dell’indicizzazione automatica dei salari e delle pensioni sull’aumento dei prezzi, cioè la scala mobile dei salari.

Nelle discussioni intorno a questo obiettivo, bisogna anche sollevare la questione del controllo dei lavoratori e della popolazione sull’aumento dei prezzi, essendo le statistiche degli istituti di governo in gran parte sottovalutate.

L’indicazione statistica più chiara del degrado della situazione dei lavoratori è l’aumento del numero dei disoccupati. Si conteggiano attualmente 4.400.000 disoccupati secondo le statistiche ufficiali, compresi quelli dei territori d’oltremare. I disoccupati di più di 55 anni sono sempre più numerosi.

I piani di chiusura di fabbriche si succedono: per esempio gli altiforni della Arcelor-Mittal in Lorena, di cui la chiusura provvisoria potrebbe diventare definitiva dopo l’annuncio dell’arresto dell’altoforno di Liegi nel Belgio.

Grandi imprese come la Psa – Peugeot hanno già piani preparati. Tre fabbriche del gruppo, quali in Francia la Psa di Aulnay e la Sevelnord di Valenciennes, e in Spagna quella di Madrid, sono minacciate di chiusura. Già oggi la Psa annuncia una diminuzione del suo organico, a cominciare dagli interinali.

A questi annunci spettacolari fatti da grandi imprese che però avrebbero tutti i mezzi necessari per finanziare il mantenimento dei posti di lavoro, bisogna aggiungere le conseguenze per le imprese connesse, dite d’appalto o fornitori.

I licenziamenti, le chiusure di fabbriche, l’aumento dei prezzi, il blocco dei salari, contribuiscono a fare sì che 8.200.000 persone in questo paese vivono sotto la soglia della povertà, fissata a 954 euro di reddito mensile, di cui la metà vive con meno di 773 euro al mese.

Si stima che tre milioni di persone non hanno una casa sufficiente, oppure non ne hanno affatto. La legge che fissa l’obiettivo del 20% di case popolari nei comuni urbani di più di 3500 abitanti non è rispettata. Mancano un milione di case su tutto il territorio. Occorrerebbe che lo Stato, invece di delegare il compito ai comuni, si assuma la responsabilità della costruzione a basso prezzo di queste case, assumendo direttamente i salariati necessari, dall’architetto al muratore.

Movimenti sociali

Dopo il movimento sulle pensioni e dopo il voto della legge che sanciva la riforma governativa, la manifestazione del 6 novembre 2010 è stata l’ultima protesta.

Al congresso dell’anno scorso, evocando i limiti di questo movimento, che non era riuscito a far cedere il governo, avevamo fatto la constatazione che il movimento "non è stato sentito come fallito da parte della maggioranza o comunque da gran parte dei quasi tre milioni di donne e uomini che vi hanno partecipato."

Ovviamente la constatazione non può essere la stessa un anno dopo. Ma il sentimento d’insuccesso che a volte si sente esprimere oggi è spesso il fatto di militanti operai, sindacali o politici che, demoralizzati, sembrano aspettare l’elezione presidenziale piuttosto che una lotta per la difesa degli interessi dei lavoratori.

Bisogna dire che le confederazioni sindacali non hanno fatto nulla per cambiare il clima. Si è dovuto aspettare l’11 ottobre del 2011 per avere un appello moderato ad una giornata d’azione senza domani. Ma il problema non è neanche ciò che fanno, poiché, in effetti, non si comincia uno sciopero generale “premendo un pulsante”. Il problema è ciò che dicono e non dicono per preparare le lotte future necessarie almeno nelle menti e per dimostrare, di fronte al padronato e al governo, che la classe operaia non cede.

Nelle lotte che hanno segnato l’attualità, una buona parte sono lotte condotte da lavoratori che si sentono con le spalle al muro, contro chiusure di fabbriche o licenziamenti di massa. È il caso della Fralib di Gémenos, vicino a Marsiglia, una fabbrica che però fa parte del gruppo multinazionale Lever, un gruppo che come altri non avrebbe alcuna difficoltà a mantenere i posti di lavoro grazie alla spartizione del lavoro tra tutti i lavoratori.

Più di recente l’impero di stampa della famiglia Hersant, con l’abbandono del suo giornale d’annunci Paru-Vendu, minaccia il licenziamento 1650 lavoratori.

I lavoratori della fonderia Montupet di Chatellerault si sono battuti durante otto settimane per impedire il ribasso dei salari del 25%, incluso in un piano di competitività di cui hanno ottenuto il ritiro. Ma il risultato è anche la liquidazione giudiziaria della fabbrica che potrebbe portare ad una liquidazione pura e semplice se non interviene nessun compratore. Nonostante tutto i lavoratori hanno il sentimento di avere riportato un successo, avendo imposto di non riprendere il lavoro con un salario diminuito del 25%.

La destra di Sarkozy

Sarkozy non ha ancora annunciato la sua candidatura per il 2012 ma è evidente che sta già facendo campagna.

Nonostante l’Ump sia, altrettanto e più ancora del Ps, un nido di vipere dilaniato dalle rivalità tra i clan capeggiati dai vari candidati alla presidenziale per oggi e per domani, senza dimenticare la moltitudine di cricche locali, Sarkozy non ha veri concorrenti nel proprio campo, a parte forse Villepin di cui non si sa ancora a quale prezzo accetterà di dimenticare il suo odio personale e le sue vicende giuridiche e politiche.

Sarkozy gode ovviamente della posizione di chi è già nel posto. Sembra a questo titolo l’unico che possa unificare dietro di sé tutte le tendenze che vanno dai gollisti ai rappresentanti della destra estrema, passando da alcuni centristi la cui fedeltà al presidente della Repubblica è legata alla loro speranza di preservare o di ottenere un portafoglio.

Anche all’epoca in cui Sarkozy aveva il vento in poppa, Copé, Fillon e qualche altro prendevano posizione non per le elezioni del 2012 ma per la scadenza successiva del 2017. Ma i sondaggi ormai danno Sarkozy sconfitto al secondo turno. Anche se si tratta solo di sondaggi, davanti all’odio suscitato dalla politica di Sarkozy essi possono abbastanza facilmente convincersi che tali previsioni sono comunque verosimili. È un motivo in più per non lanciarsi in una battaglia già persa, e aspettare il 2017, sperando che in cinque anni i socialisti avranno suscitato abbastanza delusione da dovere lasciare il posto.

In realtà, e senza pregiudicare il risultato del candidato centrista Bayrou, a potere creare qualche problema a Sarkozy c’è innanzitutto la candidatura di Marine Le Pen del Fronte Nazionale. Sarkozy era riuscito nel 2007 ad attrarre una frazione del suo elettorato, che nel 2012 tornerà probabilmente all’ovile.

Per rallentare questo movimento di riflusso, Sarkozy e il suo ministro degli Interni Guéant stanno di nuovo portando avanti un discorso sulla sicurezza, se la prendono con gli immigrati, moltiplicano i dibattiti sulla ”identità nazionale” e spingono sul palco questa parte dellUmp che non si distingue dal personale politico del Fronte nazionale, a parte il fatto che per ora la destra parlamentare è più ricca in posti e posizioni da offrire.

Il Fronte nazionale

Il Fronte nazionale, allontanato per molto tempo dalla vita parlamentare, ci riprova. Cerca di influenzare da un lato questa frazione dell’elettorato di destra che, pur ritrovandosi nelle idee reazionarie della dinastia Le Pen, non approva i suoi discorsi più provocanti. Nei confronti di questo elettorato, per riprendere un’espressione giornalistica, il Fronte nazionale e la sua candidata vorrebbero “sdemonizzarsi”. La pubblicità intorno all’incontro a New York tra Marine Le Pen e l’ambasciatore d’Israele per fare dimenticare la questione del “dettaglio”, emblematico dell’antisemitismo del padre, è tanto divertente quanto chiaro.

Ma Marine Le Pen prova anche a praticare una certa demagogia sociale per attrarre a suo vantaggio il malcontento e il disgusto di una frazione delle classi popolari nei confronti dei grandi partiti. Il suo calcolo poggia sul fatto che non esiste a sinistra un partito che attrae, come faceva il Pcf in passato, i voti di malcontento e di collera dei ceti popolari. Una parte del discorso di Marine Le Pen in direzione dei disoccupati, dei lavoratori più disperati dalla loro situazione che rigettano i partiti del “sistema”, sono stati recuperati dai discorsi del Pcf, in particolare tutta una retorica protezionistica e nazionalista.

Ma gli sforzi della Le Pen per allargare il suo elettorato in questa direzione sono limitati dal fatto che il nucleo del suo elettorato è un nucleo reazionario, in parte cattolico, in parte ostile ai disoccupati e agli statali, e comunque fondamentalmente ostile alla classe operaia.

L’obiettivo di Marine Le Pen è di avere il migliore risultato possibile alle presidenziali per permettere alla sua corrente di conquistare un certo numero di posizioni locali o regionali e potere influenzare la politica della destra, negoziare combinazioni che le consentano di ottenere posti di deputati, e addirittura un’eventuale modifica della legge elettorale.

Se il Fronte nazionale non è un partito fascista e i suoi militanti non attaccano le organizzazioni operaie, nondimeno sono il veicolo di uno sproloquio reazionario e innanzitutto di una retorica xenofoba e anti-immigrati che preparano il terreno all’evoluzione verso l’emergere di gruppi fascisti attivi.

La futura evoluzione del Fronte nazionale dipende però molto meno dall’abilità tattica di Marine Le Pen per inserirsi in una destra parlamentare che da parte sua è sempre più segnata dalle stesse pregiudiziali reazionarie, che non dall’evoluzione della crisi stessa.

Nessuno può predire se il Fronte nazionale, approfittando della crisi e dalla radicalizzazione di certe categorie di piccoli-borghesi, sarà tentato di prolungare con atti le sue idee reazionarie e anti – immigrati. Può però fare da vivaio per fare sorgere militanti d’estrema destra che non si accontentino di fare discorsi, ma agiscano violentemente contro gli immigrati, i militanti operai, gli scioperanti.

Se queste pregiudiziali sono frequenti anche in alcuni ambienti piccolo-borghesi o addirittura nei ceti popolari, bisogna dire che il Fronte nazionale non fa altro che navigare sulle idee nazionaliste già propagate dalla stessa sinistra. Anche oggi, esponenti socialisti come Montebourg o Mélenchon favoriscono queste pregiudiziali con i loro discorsi contro l’Europa o la globalizzazione, oppure nazionalisti come nel caso di Chevènement.

Ma quello che ne porta la responsabilità maggiore nella classe operaia e senz’altro il Partito comunista che per anni ha difeso lo slogan del “produrre francese”, anche nelle fabbriche dove lavoravano operai di venti nazionalità diverse come alla catena di montaggio dell’automobile.

Di fronte a tutte queste derive nazionalistiche che contribuiscono a dividere i lavoratori e li respingono verso ripiegamenti comunitari, incatenando quelli di origine francese dietro la borghesia, quelli di altre origini dietro forze reazionarie, nazionali o religiose, noi dobbiamo determinare le nostre posizioni politiche in funzione degli interessi classisti, della classe operaia sfruttata contro la classe capitalista sfruttatrice. A tutte le forme di protezionismo dobbiamo opporre la convinzione che solo il proletariato internazionale ha la capacità, una volta la borghesia capitalista espropriata, di creare un nuovo ordine sociale sbarazzato dello sfruttamento.

Al livello elettorale è probabile che il Partito socialista (e forse anche la destra) si servirà del “pericolo Le Pen” per ottenere ciò che chiama il “voto utile” – utile a chi e a che, non si sa – a suo favore e sin dal primo turno, e che gli elettori di sinistra eserciteranno una pressione su di noi in questo senso.

Bisogna rifiutare con disprezzo questo tipo di ricatto. L’ascesa di Marine Le Pen risulta dal rigetto ispirato dai partiti di governo, dalla loro servilità nei confronti del gran padronato e dei mercati finanziari, due elementi che corrispondono alla stessa classe capitalista.

Il Partito socialista

Il Partito socialista è finalmente uscito dalle primarie che hanno scelto Hollande come candidato. Adesso, anche se le divergenze rimangono così come gli appetiti individuali, formalmente questa candidatura è stata accettata dalle altri correnti.

Per quanto vivaci siano le rivalità fra i dirigenti socialisti, di cui le primarie hanno dato solo uno schizzo, comunque è loro interesse che uno di loro arrivi alla presidenza della Repubblica, per poi potere contendersi i futuri posti di ministri. Sembra peraltro che la cosa sia già cominciata e che dietro il sostegno ad Hollande non ci sia solo l’amore immoderato per la sua personalità carismatica e per il valore del suo programma.

Se nessuno dei maggiori esponenti rivali del Partito socialista può permettersi di apparire come quella o quello che avrebbe fatto fallire l’alternanza a sinistra in un periodo in cui la destra è particolarmente screditata, tutti cercano ad evidenziare la propria personalità in vista del dopo maggio 2012, e per alcuni in vista della scadenza del 2017. Che il loro posizionamento sia apertamente verso destra, al modo di Manuel Valls, o verso l’elettorato preso di mira da Mélenchon, al modo di Montebourg, si tratta solo di un piccolo gioco da politicanti in cui gli interessi delle classi sfruttate non c’entrano per nulla. Questo permette al Partito socialista di rivolgersi ad un largo ventaglio dell’elettorato senza che Hollande sia costretto di prendere un qualsiasi impegno su qualunque cosa.

L’argomento principale della campagna del Partito socialista è che il suo candidato è l’unico in grado di vincere contro Sarkozy. Ma il Ps non fa alcuna promessa su qualche misura che potesse difendere i lavoratori contro la rapacità padronale. Niente contro i licenziamenti, niente contro la disoccupazione, niente sull’aumento dei salari e delle pensioni, niente sui sussidi sociali. L’unica misura che sia stata precisata è quella dei famosi 60.000 posti di lavoro da creare in cinque anni nella pubblica istruzione, che però si potrebbero accompagnare con soppressioni di posti in altri settori del pubblico impiego, come ha dichiarato Michel Sapin, membro della squadra di campagna di Hollande.

Quanto al cosiddetto ritorno alla pensione a sessanta anni, è una maschera poiché comunque occorrerà maturare 41 anni e mezzo di contributi per beneficiarne, pena uno sgravo importante sulla pensione.

Non sappiamo se il riflesso del tipo “tutto, tranne Sarkozy” basterà ad Hollande per vincere, ma una cosa sicura è che, anche se i lavoratori non vogliono più di Sarkozy, Hollande non sarà un difensore dei loro interessi, tanto più che annuncia già ora che lo stato delle finanze pubbliche lo costringerà all’austerità.

Il Pcf e le elezioni

Il Pcf non avrà candidato all’elezione presidenziale del 2012, poiché la sua direzione ha deciso di sostenere la candidatura del dirigente del Partito di sinistra, Jean-Luc Mélenchon, che non è comunista e neanche aderente del Pcf.

Non è una completa novità poiché già nel 1974 il Pcf aveva sostenuto il candidato del Ps Mitterrand sin dal primo turno, senza presentare un candidato, come aveva già fatto nel 1965 mentre Mitterrand neanche era membro del Partito socialista.

E bisogna ricordare che la politica del Pcf non era più comunista con Marie-George Buffet, Robert Hue o Maurice Thorez, anche se la parola comunista figura sempre nel nome di questo partito. Diventando un partito stalinista, molto tempo fa, il Pcf ha smesso di difendere la prospettiva comunista. E questo era anche molto più grave nel periodo 1944-1947, quando il Pcf aveva un’influenza effettiva nella classe operaia e l’aveva messa a disposizione di De Gaulle per aiutarlo a rimettere la borghesia in sella.

Non sappiamo quanti militanti rappresenta la minoranza che, nel partito, ha rifiutato di sostenere la candidatura di Mélenchon. Le loro motivazioni sono probabilmente da collegare più al patriottismo di partito che non alla voglia di una vera politica comunista opposta a quella della loro direzione.

Detto questo, qua e là i militanti o simpatizzanti del Pcf ci dicono di sentirsi più vicini alle idee comuniste portate avanti da Nathalie Arthaud che non a quelle di Mélenchon. Se sarà al punto di votare per noi, questa è un’altra questione. Comunque, per quanto ci riguarda cercheremo di rivolgerci a loro nella misura delle nostre possibilità, fosse solo per sottolineare che la nostra candidata ormai è l’unica che fa riferimento al comunismo.

Nella nostra politica quotidiana, nelle imprese o nei quartieri popolari dove incontriamo militanti del Pcf scontenti dell’evoluzione generale del loro partito e dell’abdicazione della direzione davanti à Mélenchon, bisogna certamente parlare con loro. Ma bisogna parlare del problema fino in fondo. Bisogna fare capire loro che non a caso non è il Pcf, pure un gran partito, con in passato un’influenza importante nella classe operaia, ad innalzare la bandiera del comunismo, bensì una piccola corrente che fa riferimento a Trotskij e per decenni è stata zittita dalla direzione del loro partito.

Bisogna ridiscutere con loro del significato che danno al loro comunismo, anche se il Pcf odierno non ha granché da vedere, per quanto riguarda il numero di militanti, la loro influenza nelle imprese, la loro influenza nell’elettorato, con ciò che era trent’anni fa al momento dell’arrivo di Mitterrand al potere, e anche se siamo ancora troppo piccoli per fare sì che queste donne e uomini trovino da noi il terreno militante a cui erano abituati nel loro partito. Ma forse si può convincerli di un certo numero di idee politiche, e forse ritrovarli con noi in caso di una nuova ascesa di lotte nella classe operaia.

Il Partito di sinistra e Mélenchon

Mélenchon ha riuscito un colpo politico, diventando per l’elezione presidenziale il candidato non solo del suo partito, il Partito di sinistra, ma anche del Pcf. Ci sono prima motivi elettorali: anche se l’influenza del Pcf in questo campo si è ridotta, non è trascurabile. Praticamente non si esprime nell’elezione presidenziale, poiché dopo il risultato di Marchais nel 1981, Robert Hue e Marie-George Buffet hanno avuto solo risultati paragonabili e qualche volta inferiori a quelli dell’estrema sinistra. Invece nelle elezioni legislative e più ancora ai vari livelli delle elezioni locali, il contributo del Pcf può essere decisivo per un posto di deputato o di consigliere provinciale o per un municipio.

Poi ci sono le ragioni dei militanti: anche se ha perso un gran numero di militanti, che si sono scoraggiati, il Pcf ne ha molto più del Partito di sinistra, e aggiungiamolo anche, della Sinistra unitaria di Picquet. Solo grazie al Pcf Mélenchon ha una vera forza militante.

Dal punto di vista politico, il tentativo di Mélenchon sta nella continuità di alcuni altri che in passato, quando il Partito socialista appariva screditato, miravano a far apparire un’alternativa riformista dal discorso più radicale. Nessuno di questi tentativi, a cominciare da quello del Psu (Partito socialista unificato) è riuscito a prendere il posto del Partito socialista.

Mélenchon riuscirà più dei suoi predecessori? E inutile perdersi nelle ipotesi. I sondaggi gli danno intorno al 7%, il che rispetto alle sue ambizioni non è molto convincente. Peraltro l’elezioni non ci sono ancora state, e si vedrà solo dopo la presidenziale qual è la solidità dell’alleanza con il Pcf.

Nel frattempo Mélenchon può tanto più facilmente ricorrere ad un discorso più radicale, o addirittura fare precisazioni sulle promesse ai lavoratori, come “il salario minimo a 1700 euro lordi al mese per 35 ore”, oppure “una rivalutazione complessiva dei salari e delle pensioni”, oppure “le indicizzazioni sull’evoluzione del costo della vita”, in quanto queste promesse sono un impegno solo per lui stesso, o meglio per chi ci crede, ma certamente non per un’eventuale futuro governo di sinistra.

Ne farà parte lui stesso? Questo dipenderà dal suo risultato alla presidenziale e dall’utilità per il governo socialista di non lasciare avversari alla sua sinistra. Ma la sua prospettiva politica è comunque di chiamare alla vittoria della sinistra, anche se con la pretesa affermata di influenzare la sua politica.

È evidente che in questa elezione saremo in concorrenza. Ma questo sarà molto meno dovuto all’uomo che non alla corrente d’idee riformista che, nonostante il suo discorso più radicale di quello del Ps, apparirà più realista e quindi più credibile del discorso comunista rivoluzionario che vogliamo far sentire. Ma l’idea che le elezioni sono un termometro si può applicare tanto al paragone dei risultati rispettivi di Hollande e di Mélenchon, quanto a quello dei risultati di Mélenchon e di Nathalie Arthaud.

Perciò, al contrario di quanto suggeriscono le domande di alcuni giornalisti, domande che molto spesso ci sono rivolte anche durante le nostre attività, non ci lagniamo del fatto che Mélenchon sia candidato e attragga alcuni del nostro elettorato, tanto più non accettiamo le pressioni “unitarie”che mirano a farci tacere a suo vantaggio. Il Fronte di sinistra (costituito dal Partito di sinistra e dal Pcf) e Lutte Ouvrière rappresentano due orientamenti molto diversi ed è utile che la sinistra dell’elettorato popolare possa esprimere il proprio orientamento, scegliendo tra un orientamento riformista e una corrente comunista rivoluzionaria.

Ecologia

Il partito Europa ecologia – I Verdi (EE-LV) ha deciso di candidare Eva Joly, anche se molti ecologisti come Daniel Cohn-Bendit si sarebbero piuttosto augurato un sostegno al Partito socialista sin dal primo turno. Ma i negoziati sono già cominciati con il Partito socialista per un programma di governo e per una ripartizione dei posti nelle elezioni legislative.

Al momento in cui scriviamo, EE-LV che all’inizio aveva fatto dell’uscita dal nucleare la condizione per un’intesa con il Partito socialista, sembra pronto a diminuire le sue esigenze. Un accordo sembra probabile sulla proposta di Hollande di chiudere alcune centrali nucleari e di ridurre al 50% entro il 2025 la parte del nucleare nella produzione elettrica.

Il Partito socialista si sarebbe impegnato a introdurre una parte di proporzionale alle elezioni (con quali limiti e per quale elezione, lo non si sa) e soprattutto a fare sì che EE-LV possa avere un gruppo all’assemblea nazionale con 15 deputati (oggi ne ha solo quattro), il che significa che alcuni collegi saranno riservati ad EE-LV ad opera del Ps. Ma questo pone qualche problema perché EE-LV vorrebbe in realtà molto più eletti.

Qualunque sia il risultato di questo negoziato si vede che tutta la demagogia di EE-LV sull’uscita immediata dal nucleare non resisterà a lungo ad alcuni posti di deputati in più. Tanto meno che i Verdi rappresentano le preoccupazioni ecologiche quanto Hollande rappresenta il socialismo!

A proposito del nucleare: dopo la catastrofe di Fukushima, molti all’estrema sinistra fanno agitazione intorno all’uscita “immediata” dal nucleare, presentato come la fonte d’energia più pericolosa per le popolazioni.

Bisogna certamente denunciare tutte le mancanze alla sicurezza nel nucleare, ma anche nell’estrazione del carbone, nei complessi chimici, nell’estrazione del petrolio e più in generale in tutti i campi della produzione industriale, nelle fabbriche o nelle società farmaceutiche, e bisogna esigere una trasparenza totale e il controllo da parte della popolazione di tutte le attività inquinanti e pericolose. Da tutte le parti del mondo migliaia di uomini muoiono nelle miniere di carbone, nell’estrazione mineraria, le esplosioni chimiche, le catastrofi nucleari, le inondazioni derivanti dall’energia idraulica, nell’utilizzo dell’amianto.

L’umanità in tutto il mondo dovrà decidere, sulla base delle sue conoscenze, di quali fonti d’energia scegliere e quale produzione industriale e agricola, e potrà farlo solo se si sbarazza della dittatura dei gruppi capitalisti e della loro sete di profitto.

Di fronte alla domanda "uscire dal nucleare o uscire dal capitalismo", la nostra scelta è fatta da molto tempo, ben prima che il timore del nucleare e delle sue conseguenze da parte della piccola borghesia di paesi come Germania e Francia abbia spinto una corrente a farne il suo capitale politico elettorale.

In conclusione

Fino a questa parte, tutte le alternanze sorte dalle elezioni nazionali, presidenziali o legislative, si limitavano al sostituire una squadra politica al potere con un’altra, con un discorso un po’ diverso in funzione del proprio elettorato e ciascuna con le sue misure specifiche, ma tutte e due con la stessa politica fondamentale.

La risposta alla questione di sapere se sarà la stessa cosa nelle prossime scadenze, presidenziale e legislative, del 2012, dipende molto più dall’evoluzione della crisi che non dai discorsi e dalle promesse di queste squadre politiche. Guardiamo con quale rapidità i contraccolpi della crisi finanziaria hanno sconvolto la routine politica, prima in Grecia e fino ad un certo punto in Spagna, e adesso in Italia.

Detto questo, che sia Sarkozy a vincere al contrario dei sondaggi attuali, o che sia Hollande, tutti e due condurranno la politica d’austerità imposta dall’evolversi della crisi finanziaria. E i colpi che saranno portati alle classi popolari non saranno neanche moderati o frenati dalla prossimità delle elezioni.

Anche le conseguenze della politica d’austerità non saranno le stesse, che sia un governo di destra a farla o che sia un governo di sinistra. Tanto il Partito socialista nell’opposizione è moderato e responsabile rispetto ai provvedimenti impopolari presi da un governo di destra, quanto la destra e l’estrema destra non avranno alcuno scrupolo per rimproverare ai partiti di sinistra, e di là di loro alle organizzazioni operaie e soprattutto alle esigenze “immoderate” dei lavoratori, la politica fatta dal governo di sinistra.

Ci sarà via libera alla demagogia contro gli statali che sono "troppo numerosi per quello che hanno da fare"; contro gli immigrati "responsabili della disoccupazione"; contro i sussidi sociali che “mettono in difficoltà le finanze"; contro gli oneri sociali “troppo alti”, ecc.

È inutile cercare di prevedere se una crisi sociale precederà una crisi politica oppure il contrario, comunque le due cose potrebbero essere collegate.

La tranquilla routine delle alternanze del regime parlamentare borghese potrebbe essere sconvolta. Il futuro dipende dalla questione di sapere se il nuovo equilibrio politico sarà deciso esclusivamente dalla borghesia e dalle forze politiche che si collocano sul terreno del capitalismo, o se la classe operaia sarà capace di intervenire politicamente con le proprie prospettive opposte a quelle della borghesia.

Per questo motivo, prima, durante e dopo le elezioni i nostri compiti fondamentali rimangono gli stessi di sempre: militare per far rinascere in questo paese, come su scala internazionale, un partito che rappresenti gli interessi politici del proletariato, un partito comunista rivoluzionario. Nessuno può dire se il periodo sarà più favorevole per questo, o al contrario più difficile. Sappiamo solo che siamo quasi soli a collocarci chiaramente in questa prospettiva e lo dobbiamo fare.

12 novembre 2011


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