Internazionale
Fincantieri .... e altrove

Innanzitutto salvare il nostro salario

I lavoratori della Fincantieri in lotta sono molto determinati, ma esiste un pericolo che potrebbe indebolire la loro lotta: molti pongono l’accento sulla salvaguardia dell’azienda, delle tecnologie e delle competenze acquisite nel settore navale in tanti anni. Il problema esiste, ma si scontra con la natura stessa del capitale, che ha come scopo fondamentale la propria valorizzazione.

Se puntare sulla professionalità, sulla tecnica, sulla scienza applicata crea profitto, si investe, altrimenti il capitale è pronto a vendere macchinari e tecnologia, e a gettare via come limoni spremuti gli operai. Se vendere i terreni e partecipare alla speculazione edilizia rende di più, fabbriche efficienti, autentici gioielli, vengono vendute o trasportate a migliaia di chilometri. Il capitalismo non è l’economia dei consumi, come vogliono farci credere, è l’economia dello spreco, di materie prime e di macchine certamente, ma anche e soprattutto di forza lavoro.

“Studiate, frequentate corsi, createvi una professionalità!”, ci hanno detto fin dall’infanzia, ma non ci dicono che quando non serviremo più a creare profitto saremo rottamati. Per questo, nessun sacrificio per l’azienda, l’obiettivo deve essere un altro: salvare il salario, e con esso la possibilità di sopravvivere.

Oggi un lavoratore licenziato, soprattutto se ha superato i 50 anni, molto difficilmente trova un’occupazione, e anche le possibilità di prepensionamento, una volta abbastanza facili, sono ora impedite. Chi è tagliato fuori dalla produzione, inoltre, ha anche scarsa possibilità di contribuire alle lotte sociali, se non con azioni disperate, ma poco efficaci.

Ci sono vecchie rivendicazioni del movimento operaio che borghesi e sindacalisti infrolliti hanno cercato di farci dimenticare. C’è la riduzione delle commesse? Il mercato è saturo? Si riduce l’orario di lavoro e la sua intensità, distribuendo il lavoro tra tutti i lavoratori della Fincantieri, mantenendo invariati i salari.

Le imprese vogliono ridurre il personale e scaricare tutto il lavoro su chi resta. Cercano di giustificare questo abuso con mille pretesti: l’Europa ci chiede di lavorare di più, dobbiamo farlo per creare le condizioni perché i nostri figli abbiano lavoro assicurato, o per dare una risposta alla Cina, che pratica bassi salari. In realtà c’è crisi, non perché il lavoro è poco produttivo, ma perché lo è troppo e la produzione eccessiva ingombra i mercati. Oggi, con la crescente meccanizzazione, bastano pochi operai dove prima ne occorrevano centinaia, e la riduzione dell’orario di lavoro - che potrebbe alleviare il problema, anche se non risolverlo, - e stata dimenticata, a cominciare dai sindacati.

Quanto alle paghe infime dei cinesi, si tratta di una storia di altri tempi: “La Cina è stata a lungo considerata un paese a basso costo, soprattutto dal punto di vista del costo della manodopera. Negli ultimi anni tale vantaggio è gradualmente venuto meno, a causa dell’innalzamento delle retribuzioni e del tenore di vita. L’inflazione è cresciuta in maniera incessante. Tra il 1980 ed il 1998 gli aumenti salariali nel settore manifatturiero hanno registrato in tutto il paese un tasso medio annuale del 16% (fonte: annuario statistico della Cina) e nel decennio 1988-1998 i salari sono aumentati in termini assoluti di oltre il 400%.” (1) Si tratta di una relazione sulla cantieristica mondiale di una decina di anni fa. Da allora, i salariati cinesi, nonostante i mille ostacoli posti da un regime pseudocomunista, in realtà capitalista in massimo grado, sono riusciti a strappare altri aumenti, ma industriali e governo fingono di ignorare questi variazioni, perché vogliono spaventare i lavoratori, costringerli ad accettare i piani aziendali.

Il capitalismo, nei paesi di vecchia industrializzazione, è in crisi da almeno trenta anni, anche se ha cercato di salvarsi con gli artifici finanziari e con la crescita esponenziale dei debiti. Cerca di sopravvivere continuando a licenziare e facendo lavorare fino alla consunzione chi resta sul posto di lavoro. Guai ad accettare questa logica, che trova in Marchionne l’esponente più in vista in Italia.

Per difendersi e respingere il ricatto occupazionale, è necessario puntare sulla riduzione dell’orario e dei ritmi a parità di salario, e su una adeguata indennità di disoccupazione, pagata dai padroni e senza gli stretti limiti temporali e normativi attuali.

MB

1) EUR-Lex - 52000DC0263 – IT , SECONDA RELAZIONE ”Seconda relazione della Commissione al Consiglio sulla situazione della cantieristica mondiale”. 2001


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