Internazionale
Egitto, nove mesi dopo le dimissioni di Mubarak

L’ESERCITO È RIMASTO AL POTERE

Alla fine di novembre, all’avvicinarsi delle elezioni politiche previste, Il Cairo e le grandi città egizie sono state percorse da numerose manifestazioni. La violente repressione ha fatto più di trenta morti e 2000 feriti prima che i generali al potere cerchino di calmare la situazione, dichiarandosi anche pronti a lasciare il potere al popolo... a condizione che ci sia un referendum per chiederlo.

Durante parecchi giorni, migliaia di manifestanti numerosi e decisi hanno chiesto al grido di “Tantaui, via!” che il consiglio supremo delle forze armate che dirige l’Egitto dalla caduta di Mubarak abbandoni il potere. Infatti da nove mesi, da quando Mubarak ha dovuto lasciare il posto, la popolazione egizia non ha visto alcun cambiamento: il potere è sempre nelle mani dell’esercito, cioè di uno Stato maggiore il cui capo è Tantaui, ex capo della guardia personale e ministro della difesa di Mubarak. La "transizione democratica" promessa nel febbraio è consistita in realtà nel lasciare il potere all’esercito, come già era il caso da decenni.

In Egitto l’esercito è una potenza che difende i propri interessi, investiti nelle industrie e i servizi di stato. Ma soprattutto, in questo paese dove gran parte della popolazione vive in una profonda miseria, dove le ricchezze sono derubate dall’imperialismo ma anche da una borghesia cupida, l’esercito protegge gli interessi dei grandi gruppi capitalisti, quelli degli “investitori” che vorrebbero continuare ad intascare tranquillamente i benefici fruttati dal lavoro di decine di milioni di operai e di contadini poveri. Tutti questi profittatori, per esercitare il potere, hanno bisogno della dittatura più o meno nascosta di cui l’esercito è l’asse e che garantisce la stabilità richiesta dalla borghesia.

Nel febbraio quando hanno smesso di sostenere Mubarak sul consiglio dei loro amici imperialisti, i capi dell’esercito hanno potuto evitare di apparire troppo compromessi con questo regime odiato, e sono anche riusciti a presentare l’esercito come se fosse il garante dei diritti della popolazione. Ma questa maschera è progressivamente scomparsa davanti al persistere e all’aggravarsi delle difficoltà e anche della miseria. Ora le ingiustizie spaventose, la miseria di milioni di persone nelle città e nelle campagne, sono certamente l’ultima delle preoccupazioni della cricca al potere.

Le speranze del dopo Mubarak sono state tanto più deluse in quanto l’agire della polizia, dei servizi segreti e dell’esercito è rimasto quello di prima. Gli arresti arbitrari, il ricorso ai tribunali militari -12 000 processi di oppositori in nove mesi-, la repressione delle manifestazioni, niente è cambiato, al contrario, come testimoniavano giovani manifestanti della piazza Tahrir. Le piccole manovre e provocazioni destinate ad aizzare una parte della popolazione contro l’altra si sono protratte, come hanno dimostrato gli incendi di chiese cristiane o la repressione di manifestanti copti.

Adesso il malcontento scoppia, bersagliando direttamente questo esercito che si era più o meno affermato il garante del cambiamento anche se è difficile sapere qual’è l’ampiezza e quali sono le forze reali dell’opposizione che si è espressa in questi giorni, e fino a che punto le masse popolari si riconoscevano nei manifestanti di Piazza Tahrir. Lì si incontravano sia militanti di partiti islamisti scontenti di alcune dichiarazioni del governo -come un certo documento che alludeva all’eventuale evoluzione verso uno stato non confessionale-, sia dei giovani che si affermavano rivoluzionari.

È chiaro che lo Stato maggiore non è ancora riuscito a stabilire un nuovo potere che sia in grado di fare tacere i vari malcontenti. Ma è anche chiaro che di fronte all’esercito l’opposizione popolare stessa non è riuscita a darsi obiettivi altri che il “Tantaui, via” che sembra fare l’unanimità come aveva fatto prima il “Mubarak, via”.

Ma di fronte all’esercito al potere, a questo apparato di stato che cerca di mantenere le prerogative delle classi possidenti, i lavoratori, i contadini e tutte le masse povere d’Egitto potranno imporre le loro esigenze solo se stabiliranno un potere che rappresenti davvero gli oppressi e gli consenta di esercitare una vero controllo sulle ricchezze del paese e sull’insieme dell’economia.

Forse sarà attraverso le lotte attuali, in particolare in seno alla classe operaia, che si potrà aprire una tale prospettiva e si costruirà il partito comunista rivoluzionario che la potrà attuare.

V. L.


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