Internazionale
La crisi finanziaria del capitalismo

UN SISTEMA FALLITO

Nel corso del mese di agosto il mondo finanziario è stato travolto dal panico dopo l’annuncio del declassamento, da parte di un’agenzia di “rating”, dell’indice di affidabilità degli stessi Stati Uniti. La fonte di preoccupazione sono i "debiti sovrani", cioè questi enormi debiti accumulati dagli stati col passare degli anni e, ancora più, dopo la crisi finanziaria del settembre 2008. E questa volta la crisi del debito ha colpito anche l’Italia.

I mercati sono stati presi dal panico, si dice, per la paura che gli stati non possano più rimborsare i prestiti, aggravati dagli interessi. Ma si parla di "mercati" come se si trattasse di una potenza divina contro la quale gli stati fossero impotenti. In realtà si tratta di gruppi capitalistici o di capitalisti individuali, ma essi non investono in fabbriche, macchinari o mezzi per produrre. Si accontentano di piazzare soldi, capitali enormi, e di spostarli da un punto del pianeta all’altro, da una moneta all’altra, da un tipo di azione o obbligazione all’altro in funzione di ciò che questi “investimenti” possono fruttare. È il vecchio gioco della speculazione. Ma da molto tempo la speculazione non è più un’attività marginale dell’economia capitalista, bensì uno dei suoi aspetti fondamentali. Con la finanziarizzazione generale dell’economia, occupa un posto sempre più importante.

DALLA CRISI DEL 2008 A QUELLA ODIERNA

La crisi attuale è la conseguenza della crisi bancaria del 2008 o più precisamente della medicina utilizzata dagli stati per curarla. Bisogna ricordare che la causa immediata della crisi del settembre 2008 stava già nella sfrenata speculazione delle banche e delle istituzioni finanziarie, all’epoca intorno al settore immobiliare americano.

Dopo questa crisi, delle somme allucinanti sono state iniettate nell’economia con il pretesto di ridare fiducia ai banchieri e agli industriali. Non solo nessuno stato ha voluto espropriare i banchieri criminali, ma anche le poche frasi demagogiche sulla necessità di regolamentare l’attività bancaria non sono state seguite da alcuna misura concreta.
Le centinaia di miliardi stanziati dagli stati sono stati prelevati sulle finanze pubbliche a detrimento delle spese utili alle classi popolari. Le tutele sociali, le pensioni, l’occupazione nei servizi pubblici sono diminuiti per salvare i banchieri. E poiché questo non era sufficiente, gli stati hanno preso prestiti dalle stesse banche a cui hanno regalato questi soldi. E ciò ha portato all’enorme aumento dell’indebitamento degli stati
Oggi si vede che, lungi dall’essere una soluzione, questa politica ha peggiorato il problema. Le somme enorme iniettate dagli stati nell’economia hanno ancora aumentato la quantità di denaro in circolazione. E siccome nessuno stato ha costretto i capitalisti ad utilizzare questo denaro per investire nella produzione, nella creazione di posti di lavoro, nei salari, tutto questo non ha fatto altro che portare la speculazione finanziaria ad un livello mai conosciuto prima, pur riducendo le capacità di consumo delle classi popolari.

Il risultato è che, mentre nel 2008 ad essere minacciate di fallimento erano le banche e i gruppi finanziari, oggi sono gli stati stessi.
Se i mercati, i cosiddetti "investitori", cominciano a preoccuparsi rispetto alla possibilità di recuperare i loro investimenti, che esigono con gli interessi, non è solo perché gli stati, a cominciare dallo stato americano, sono indebitati fino al collo. Più fondamentalmente, è perché l’economia stessa, la produzione industriale, ristagnano.

I PIANI D’AUSTERITÀ, UN RIMEDIO CHE PEGGIORA IL MALE

I piani d’austerità richiesti dai finanzieri, la riduzione delle spese per i servizi pubblici e le tutele sociali, la diminuzione degli organici degli statali, riducono ancora il consumo delle classi popolari.
Il rigore, l’austerità, sono ormai la parola chiave della casta politica in Europa e in tutto il mondo. Si tratta di austerità solo nei confronti delle classi popolari. Colpisce innanzitutto i lavoratori dipendenti, ma non solo: per salvare la sua economia, il grande capitale se la prenderà anche inevitabilmente con varie categorie della piccola borghesia raggruppate sotto il nome di "classi medie", ossia i piccoli commercianti, contadini, artigiani, quadri e alcune categorie di salariati un po’ meglio pagati.
Ma quando i gruppi capitalisti o comunque quelli più potenti, avranno attraversato la crisi finanziaria, alcuni arricchendosi ancora di più, i sobbalzi finanziari si saranno tradotti con licenziamenti, chiusure di fabbriche, diminuzioni di salario, senza dimenticare i molteplici aspetti delle politiche di austerità imposte dagli stati.

Il significato sociale di tutto questo non è, come si sente spesso dire, che i mercati siano più forti degli stati, bensì che gli stati sono completamente al servizio del grande capitale. E in mancanza di una produzione sufficiente, gli stati stessi s’impegnano a derubare le classi popolari con tutti i mezzi di cui dispongono, per mettere il risultato di questo furto a disposizione della classe capitalista.
Nessuno ha né può avere soluzione per la crisi dell’economia capitalista, e certamente non quelli che ne approfittano. Questa crisi e il suo svolgimento concreto sono una dimostrazione del fatto che l’economia non può più andare avanti sulla base della proprietà privata.

DIFENDERSI, E NON SOLO

Il problema immediato dei lavoratori è di difendersi perché la zavorra della crisi non sia scaricata completamente sulle loro schiene. Difendere il posto di lavoro e il salario, gli unici beni che possiedono nella società capitalista, diventa una necessità più impellente oggi di quanto lo sia stata mai nel recente passato. Si tratta di impedire la caduta nella miseria della grande maggioranza del mondo del lavoro.

Questo significa l’espropriazione radicale della classe capitalista, a cominciare dalle banche e i grandi gruppi industriali e commerciali, e la riorganizzazione dell’economia sulla base della proprietà collettiva, sbarazzata della ricerca del profitto privato e della concorrenza, e pianificata per soddisfare al meglio i bisogni in funzione della capacità di produzione.

La lotta degli sfruttati per difendere le loro condizioni di esistenza potrà avere un senso solo nella prospettiva dello sconvolgimento radicale dell’organizzazione economica e sociale presente, che sta dimostrando con i fatti il suo fallimento.

È vitale e urgente che di fronte ai partiti che si collocano tutti sul terreno del capitalismo, rinasca un partito orientato nella prospettiva del rovesciamento del potere della borghesia, della rivoluzione sociale, un autentico partito comunista rivoluzionario.

G.K.


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