Internazionale
Editoriale

"Straniero" è chi sfrutta i lavoratori!

I notiziari televisivi e quelli via internet aumentano di minuto, in minuto, mentre scriviamo, la cifra dei dimostranti uccisi dalla polizia in Siria. In tutto il mondo arabo le crisi politiche non sono ancora giunte alla fine. In Libia, è in atto una vera guerra civile, in cui si è inserito il gioco delle grandi potenze. In Tunisia e in Egitto, i nuovi gruppi dirigenti, composti per buona parte da personalità legate ai vecchi regimi, sono continuamente messi in discussione da nuovi disordini e nuove mobilitazioni. Se il costo del grano e degli altri generi alimentari di base continuerà ad aumentare, continueranno anche le rivolte. Almeno da parte dei settori più poveri della popolazione, che del resto sono la maggioranza.

Da questa parte del Mediterraneo, la paura degli immigrati, amplificata dalle immagini del disastro umanitario di Lampedusa, è stata ingigantita e incoraggiata dai partiti di governo per evidenti motivi elettorali. In ogni caso, si rafforzano, e non solo in Italia, correnti di idee reazionarie, xenofobe, nazionaliste. Secondo un meccanismo già più volte sperimentato nella storia, la paura della povertà, della disoccupazione, della precarietà, viene indirizzata dalle classi dirigenti verso un nemico di comodo: lo straniero.

Alla figura dello straniero, povero e vestito di stracci, si è aggiunto di recente, nella propaganda governativa, lo straniero ricco, ovvero la Francia di Sarkozy che chiude la porta in faccia agli immigrati tunisini. Certo, Sarkozy non è migliore del suo amico Berlusconi, ma le accuse di scarsa sensibilità umana rivolte al governo francese da quello italiano fanno ridere. Il ministro Maroni si è inventato dei permessi di soggiorno–patacca, appellandosi poi alla libera circolazione delle persone in territorio comunitario sancita dal trattato di Schengen. La polizia di frontiera francese, aggiungendo un altro calvario ai tanti affrontati dai migranti nordafricani, ha fatto toccare con mano al furbastro Maroni che quella non era la strada giusta. Così le trombe della propaganda governativa, appena smessa la musica del "difendiamoci dall’esodo biblico", hanno iniziato quella contro la "prepotenza" e il "nazionalismo" dei cugini francesi. La cosa, tra l’altro, è venuta come il cacio sui maccheroni nel momento in cui Tremonti si faceva portavoce del "patriottismo economico" per difendere le "nostre" industrie, come la Parmalat (quella così patriotticamente saccheggiata e condotta alla rovina finanziaria dall’italianissimo Tanzi) "assalite" dal capitale francese.

Ma, tornando agli immigrati, tunisini o di altri paesi, immaginiamoci una situazione in cui questi avessero trovato nella classe operaia italiana ed europea l’organizzazione e le idee che furono alla base dei grandi partiti operai, socialisti e comunisti del passato! Immaginiamoci se la consapevolezza di avere nel capitalismo, come sistema mondiale, lo stesso identico nemico dei lavoratori nordafricani, orientasse l’atteggiamento politico dei lavoratori italiani, francesi, tedeschi. Se questi, uniti in organizzazioni politiche proprie avessero opposto una propria iniziativa politica, basata sulla solidarietà di classe, alle campagne di odio dei partiti di destra e al balbettante "buonismo" dei partiti di centrosinistra. "Avete per anni appoggiato dei dittatori sanguinari perché vi garantissero lauti profitti, poi avete spinto la speculazione finanziaria sui generi alimentari fino al punto in cui milioni di persone sono state gettate nella fame più nera. Tanto le rivolte quanto le fughe di massa di molti di loro sono la conseguenza della vostra economia e della vostra sete di profitti! È da questi profitti che si devono prendere le risorse per garantire una vita dignitosa a tutti i senza-lavoro, siano o meno ‘stranieri’!" questo avrebbero dovuto dire i lavoratori europei alle loro classi dirigenti.

La giornata del Primo Maggio nacque in un periodo in cui le forze migliori della classe lavoratrice difendevano questi principi internazionalisti. C’è stato un tempo in cui una classe operaia mondiale infinitamente meno numerosa di adesso riuscì, almeno nei suoi settori più avanzati, a giocare un ruolo politico, a far pesare le proprie autonome aspirazioni, a sapersi battere, con la coscienza di appartenere ad un’unica classe sfruttata, contro le classi possidenti e i loro apparati governativi. Un’epoca in cui i più ascoltati dirigenti del movimento operaio quando dicevano noi intendevano i lavoratori di tutto il mondo, e quando dicevano loro intendevano i capitalisti di tutti i paesi e i rispettivi governi.

Oggi, secondo i dati dell’Ufficio internazionale del lavoro, due terzi della popolazione attiva mondiale è composta di salariati. Si tratta di 600 milioni di operai dell’industria, di 450 milioni di operai agricoli e di circa un miliardo di dipendenti del terziario. La classe lavoratrice è composta di più di due miliardi di persone. E qualcuno ancora sostiene che è sparita!

Questo gigante deve ritrovare la capacità di agire, deve riprendere in mano la bandiera rossa dell’emancipazione umana, deve riappropriarsi del programma comunista. Altrimenti ogni ribellione popolare diverrà semplicemente un mezzo per raggiungere il potere da parte di nuovi ceti borghesi, mentre, nei paesi più sviluppati metteranno radici i più vergognosi pregiudizi reazionari. La sola potenza mondiale in grado di metter fine alle guerre e alle ingiustizie sociali è la classe lavoratrice, unita al disopra dei confini nazionali, consapevole di poter costruire un mondo nuovo sulle macerie del capitalismo.


| Home | Area riservata |

     RSS it RSSIl Giornale RSSAnno 2011 RSSNumero 104 - Aprile 2011   ?