Internazionale
Non è inevitabile che la crisi la paghino i lavoratori

La scelta tra due vie

Negli ambienti vicini al governo si sono inventati una specie di premio di consolazione. In molti se ne saranno accorti. Si tratta dell’affermazione, ripetuta alla nausea dai vari rappresentanti del Centrodestra e dai loro reggicoda, che la crisi avrebbe colpito l’Italia con conseguenze sociali meno drammatiche rispetto agli altri paesi europei. Si soffre, insomma, ma meno degli altri. Di chi il “merito”? di Berlusconi, Tremonti e soci , naturalmente, oltre che del modello italiano di capitalismo.

Da noi, per fare un esempio, ci sarebbero meno disoccupati per via del prevalente peso delle piccole aziende. Guarda un po’ che miracolo! Ancora una volta quello che la maggior parte degli economisti evidenziava come un punto di debolezza del capitalismo italiano, è invece diventato una forza. In particolare, ci spiegano Tremonti, Sacconi, Scajola, ecc. , per il mantenimento dell’occupazione. Infatti, dicono, un piccolo industriale ha un rapporto particolare con i propri dipendenti. Ha speso dei soldi per formarli, li considera parte integrante del patrimonio aziendale, preferisce tentare di tenerli in azienda fino all’ultimo piuttosto che liberarsene alla prima difficoltà…

Non entriamo nel merito della comparazione, che si dovrebbe fare su periodi più lunghi, tra l’economia italiana e quella tedesca, francese, ecc.. Limitiamoci al rapporto tra comportamento dei piccoli imprenditori e degli artigiani e occupazione: se prendiamo da questo quadro quello che significa sul piano strettamente economico, se ne ricava che non ci sono ragioni “oggettive” tanto forti da “costringere” a mettere fuori dai cancelli delle medie e grandi aziende tanti lavoratori. Se il piccolo industriale o l’artigiano con un dipendente o due sono in grado di rinunciare a qualcosa del loro guadagno per conservare il legame dei propri operai con la propria azienda, perché non potrebbero farlo gli azionisti di aziende molto più forti dal punto di vista economico? Perché non la Fiat, cominciando da quella più nota?

Da qualsiasi punto si parta, anche da quello dei portavoce di Berlusconi, la crisi economica, con le sue drammatiche conseguenze sociali, finisce per condurre alla scelta se mantenere intatta la massa dei profitti, in particolare quelli dei grandi imprenditori, dei grandi banchieri, dei grandi speculatori, nelle varie forme patrimoniali che possono aver preso dopo decenni di accumulo, oppure intaccare questi profitti e attingervi le risorse necessarie per assicurare un minimo di giustizia sociale. Ma, arrivati a questo bivio, tutti fingono di non vederlo e si ingegnano a inventarne altri.

La grande borghesia lotta e lotterà sempre con ogni mezzo per conservare integro il proprio mondo di privilegi. In questo è forte e quindi influente oltre ogni immaginazione. Una manifestazione di questa influenza è precisamente il fatto che nessuno tra i leader e i partiti più importanti pone il problema di violare la “santità” dei profitti. Secondo l’ultimo rapporto del Censis, solo il 2% dei contribuenti italiani dichiara più di 70mila euro l’anno. Tutti sanno che dietro questo dato inverosimile si nasconde la realtà di un’area di privilegio molto più estesa, per quanto minoritaria. Tutti sanno, in altre parole, che i ricchi e i super-ricchi sono di più.

Ma per mettere in luce le dimensioni reali della ricchezza detenuta dalle classi privilegiate occorrono evidentemente una volontà politica e una forza adeguate. Solo la classe lavoratrice ha interesse a sviluppare questa forza e questa volontà politica. Trai drammi sociali della crisi bisogna aggiungere la mancanza di un partito che sia espressione degli interessi complessivi dei lavoratori.

Ecco un altro importante “bivio” politico per i lavoratori: seguire la politica dei più diversi sostenitori del capitale, divenire gregge dei partiti di governo, di quelli di un’opposizione che aspetta solo di poter servire i grandi banchieri e i grandi industriali con ancora più zelo, oppure cercare di costruire un proprio partito con un proprio programma e una propria politica?


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