Internazionale

METALMECCANICI: NON E’ PIU UN CONTRATTO

Scioperi e cortei in molte fabbriche, dalla Lombardia al Veneto, all’Emilia, alla Toscana, hanno accolto la nuova truffa ai danni dei lavoratori metalmeccanici ratificata da FIM e UILM, che si aggiudicano ormai definitivamente la medaglia di sindacati “gialli”, buoni a far passare le esigenze delle imprese, mentre delle condizioni dei lavoratori non si occupano più nemmeno con una sceneggiata pro-forma.

Nel gennaio scorso, all’indomani della firma sulla riforma del modello contrattuale, il vice-presidente di Confindustria Alberto Bombassei esordì con una smargiassata sulle magnifiche sorti e progressive dei futuri contratti di lavoro, che avrebbero dovuto assicurare ai salari uno spettacolare balzo in avanti rispetto alla precedente contrattazione di 2500 euro lordi in più in 4 anni, laddove la Cgil sosteneva che, con i criteri contenuti nell’accordo, un lavoratore avrebbe perso almeno 1.300 euro. All’epoca, il segretario FIOM Giorgio Cremaschi dichiarò che l’avrebbe preso in parola, e che tali avrebbero dovuto essere i parametri su cui costruire il prossimo contratto.

Oggi che il contratto è stato sottoscritto, senza la firma della Cgil, è fin troppo facile vedere a cosa si è ridotta la consistenza degli aumenti per i lavoratori metalmeccanici. Secondo il precedente modello contrattuale, avrebbe dovuto essere rinnovato soltanto il secondo biennio economico, ma con l’occasione Finmeccanica, Fim e Uilm hanno disdettato il precedente contratto e introdotto la vigenza contrattuale triennale, programmando di fatto la riduzione degli aumenti salariali, e quindi del potere di acquisto dei lavoratori. D’altronde basta guardare i numeri: prendendo come riferimento il 5° livello, che è il livello medio, gli incrementi a regime dal 1 gennaio 2012 ammonteranno a 110 euro mensili, ma - nota giustamente il Sole 24 Ore del 15 ottobre – “come avevano chiesto le imprese la prima tranche degli aumenti retributivi sarà più leggera rispetto alle successive due. Infatti, dal primo gennaio 2010 si partirà con aumenti di 28 euro mensili, poi nel 2011 saranno corrisposti altri 40 euro e nel 2012 altri 42”. Naturalmente lordi, il che farà alla fine dei giochi un totale in busta paga di 66 euro netti sul livello medio. Ma un lavoratore di terzo livello raggiungerà a fatica i 60 euro netti nel 2012, e uno di primo poco più di 41 euro; mentre al settimo, il livello più alto, andranno 86 euro e 63 centesimi. Basta confrontare questi aumenti con quelli dei contratti precedenti, che non erano stati di sicuro stellari, per capire che anche solo in questo senso non di un contratto si parla, ma di una truffa: sul quinto livello, gli aumenti netti sul biennio 2008-2009 arrivavano a 76 euro, oggi sul biennio 2010-2011 siamo a 40 euro, alla faccia dell’indice IPCA sull’aumento del costo della vita. Sui salari più bassi d’Europa si accanisce ancora una volta la scure padronale, per assicurarsi che i profitti non rischino di cedere la minima briciola ai lavoratori. In più, gli integrativi aziendali dovranno prevedere aumenti variabili e incentivanti, in modo da essere detassabili ed eventualmente decontribuibili sulla base dei provvedimenti del Governo. Non c’è alcuna estensione della contrattazione di secondo livello, in compenso le piattaforme potranno presentarle le imprese, dove non sono presenti le RSU, con una proposta di premio di risultato da presentare alla propria Associazione territoriale, che a sua volta lo contratterà e ratificherà con i sindacati territoriali, in modo che l’azienda possa usufruire della decontribuzione e detassazione: non siamo tutti sulla stessa barca? D’altronde la contrattazione aziendale non è più considerata migliorativa del Ccnl, ma “esclusiva o concorrente”. Il che potrebbe anche voler dire magari “sostituiva”: l’accordo separato del gennaio 2009 prevedeva già la derogabilità dal contratto nazionale.

La Fiom aveva proposto di sospendere per due anni l’applicazione delle regole concordate con l’accordo separato sul nuovo modello contrattuale, aveva chiesto il blocco dei licenziamenti e l’estensione degli ammortizzatori sociali a tutte le imprese e a tutte le forme di lavoro. Non solo queste proposte non sono state tenute in considerazione, ma le imprese si guarderanno bene dal sospendere i licenziamenti. Nel nuovo accordo, anzi, si prevede la possibilità di derogare a livello aziendale il diritto del singolo lavoratore alla stabilizzazione a tempo indeterminato del rapporto di lavoro dopo 36 mesi di contratto a termine: siccome l’intensificazione dell’attività lavorativa fino a sei mesi l’anno sarà considerata un’attività “stagionale”, basta un accordo aziendale in deroga perché quel lavoratore non veda mai diventare a tempo indeterminato il suo rapporto di lavoro, ma possa al massimo sperare di essere richiamato con un contratto a termine.

Con la firma congiunta di Fim e Uilm, sindacati minoritari tra i metalmeccanici, che avevano presentato una piattaforma separata mai passata all’esame e all’approvazione dei lavoratori, non si fa un’operazione nuovissima, nel senso che non è la prima volta che un contratto passa con queste modalità. Ma stavolta, dopo la firma separata dell’accordo sul nuovo modello contrattuale, è chiaro che l’aria è cambiata. Appare evidente che un altro passo è stato fatto, e che non resterà senza conseguenze; che l’arroganza padronale si spinge fino a definire quale sarà la propria controparte, che i padroni hanno intenzione di scegliere con chi trattare, e che consentiranno di farlo – di svolgere questo ruolo – solo a chi propone intese a loro convenienti, in una parola a chi è disposto cedere ai loro ricatti.

I lavoratori metalmeccanici hanno tentato di impedirlo con lo sciopero del 9 ottobre, e non si sono arresi continuando con gli scioperi e le manifestazioni anche dopo la firma del contratto. Le notizie del giorno dopo parlano di reazioni dalle fabbriche di tutta Italia; i lavoratori esprimono con forza il loro dissenso sull’accordo truffa. C’è la richiesta chiara espressa dalla Fiom di un referendum vincolante fra tutti i lavoratori sul contratto, ed è importante non arrendersi perché l’obiettivo padronale è proprio imporre un altro deciso peggioramento alla condizione operaia.

Alla richiesta di referendum il segretario generale della Cisl Bonanni risponde che non ce n’è bisogno, che al massimo farà votare i propri iscritti. In compenso, però, chiede 30 euro di quota contratto a tutti i non iscritti. Dopo il danno, la beffa.

Sarà compito dei lavoratori fargli cambiare idea.


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