Internazionale
CINA, 1° OTTOBRE 1949

LA VITTORIA DI UNA RIVOLUZIONE PIÙ NAZIONALISTA CHE SOCIALISTA

Il 1° ottobre 1949 i dirigenti del Partito Comunista Cinese (PCC) proclamavano la Repubblica popolare di Cina, con Mao Zedong come presidente e Zhou Enlai come primo ministro. La conquista delle grandi città da parte del PCC si era protratta durante tutto l’anno 1949. Nel gennaio esso era entrato a Pechino, nell’aprile a Nanchino e il 15 ottobre a Canton. Il primo governo comprendeva ministri non comunisti e il PCC ebbe il beneplacito della vedova del vecchio dirigente nazionalista della rivoluzione borghese abortita del 1911, Sun Yat-sen. La nuova costituzione adottata nel 1954 avrebbe proclamato la Cina "uno Stato democratico popolare diretto dalla classe operaia e fondato sull’alleanza degli operai e dei contadini". Eppure la cosa più notevole di questa rivoluzione fu che la classe operaia non ci vi ebbe nessuna parte, e comunque nessun ruolo dirigente.

Eppure nel 1920-1927 la classe operaia cinese, forte dei 3 milioni di proletari che contava il paese su una popolazione di 400 milioni di abitanti, si era candidata alla direzione della società creando i primi sindacati, lottando per le libertà democratiche, denunciando il dominio delle grandi potenze imperialiste, moltiplicando boicottaggi, scioperi e insurrezioni.

Ma i lavoratori cinesi caddero vittima della politica di collaborazione di classe con il Guomindang, il partito borghese di Chiang Kai-shek, politica imposta dalla direzione staliniana dell’Internazionale comunista ad un giovane partito comunista inesperto. Questa politica portò al massacro di decine di migliaia di operai, sindacalisti e comunisti da parte delle truppe di Chiang. La maggioranza dei militanti scampati al massacro, come Mao, scapparono verso le campagne dove avrebbero ricostruito un partito che conservava l’etichetta "comunista" ma aveva perso ogni contatto con la classe operaia delle città e si appoggiava ai contadini.

Il Guomindang, uscito vittorioso da questo confronto, si impose ai signori della guerra che fino a quel momento si spartivano le regioni della Cina. Questo partito rappresentava gli interessi dei grandi proprietari fondiari, della borghesia commerciale e finanziaria. Quest’ultima ricavava gran parte della sua prosperità dal suo ruolo di intermediario delle grandi potenze imperialiste. E tutte le borghesie avevano in comune il timore dell’irrompere delle masse povere sul proscenio politico.

LA PROVA DELLA GUERRA

L’invasione della Manciuria dal da parte del Giappone nel 1931, e poi progressivamente del resto della Cina, avrebbe rivelato fino a che punto il regime di Chiang Kai-shek era marcio, aprendo la strada al potere del PCC.

I membri del PCC rifugiati nelle campagne vi avevano fondato un’effimera Repubblica cosiddetta "sovietica". Ma per scappare alla repressione delle truppe del Guomindang avevano poi dovuto rifugiarsi nelle province montagnose e desertiche del Nord del paese. Fu la "lunga marcia" che mise in moto ciò che Mao chiamava i suoi "eserciti rossi", cioè eserciti contadini inquadrati dal PCC.

Al termine di questo lungo e difficile periplo di tre anni che aumentò ancora la distanza dal proletariato delle città, i dirigenti del PCC cominciarono le ostilità contro le truppe giapponesi. Fino a quel momento il PCC aveva denunciato il regime dittatoriale e repressivo del Guomindang. Ormai esso intendeva fare pressione su quest’ultimo perché facessero anche la lotta al Giappone. Infatti i banchieri e i grandi proprietari a cui si appoggiava questo partito dimostravano poco entusiasmo a battersi contro l’occupante giapponese, preferendo cercare un compromesso con esso e dividersi i proventi dello sfruttamento dei contadini.

Nel dicembre 1936 Chiang Kai-shek, che si riposava in una residenza vicina alla città di Xian, fu sequestrato da un suo generale che intendeva imporgli di costituire un fronte unito con il PCC contro i giapponesi. Finalmente una delegazione di questo partito, condotta da Zhou Enlai venne per negoziare e liberare il dittatore. Gli eserciti contadini del PCC furono integrati all’esercito di Chiang. L’accordo soddisfaceva anche le potenze imperialiste rivali del Giappone che ne volevano frenare l’espansione nella regione.

Nei territori sotto il suo controllo, il PCC, che intendeva attrarre dalla sua parte i contadini poveri, aveva portato avanti un programma di riforma agraria. Quando fu divenuto l’alleato del partito dei grandi proprietari fondiari, il PCC cominciò a limitare tale programma. Non si parlava più che di prendersela con i proprietari fondiari che collaboravano con l’invasore giapponese. Il PCC ormai si schierava sullo stesso terreno del suo concorrente Guomindang, quello del nazionalismo. La differenza rispetto agli ambienti corrotti che circondavano Chiang Kai-shek stava nel fatto che i militanti del PCC sarebbero apparsi come nazionalisti sinceri di cui l’impegno contro le truppe giapponesi era effettivo e attraeva tutti quelli che volevano combattere contro l’occupante.

Nel 1945, al termine di otto anni di guerra, sconfitto il Giappone, i dirigenti del PCC speravano che, come in Europa, avrebbero trovato posto in un governo di unione nazionale. Ma Chiang rifiutò tale compromessononostante le pressioni di Washington. Incoraggiato dalla superiorità materiale apparente del suo esercito armato dagli Stati Uniti, lanciò alla fine del 1945 un’offensiva militare contro il PCC.

L’ENERGIA RIVOLUZIONARIA DEI CONTADINI PERMETTE AL PCC DI PRENDERE IL POTERE

Il PCC sapeva che per vincere aveva bisogno dell’appoggio delle masse contadine. Per questo decise di non frenare più le rivendicazioni dei contadini rispetto alla terra. Così l’energia rivoluzionaria dei contadini fu liberata. Assemblee di villaggio decisero della sorte dei signori locali ponendo fine in questo modo al feudalesimo secolare. La liberazione toccò anche la condizione delle donne, ponendo fine ai matrimoni forzati o all’odioso costume dei piedi bendati.

Sin dal 1947 il PCC ebbe la meglio e ormai cercò di prendere il controllo delle città. Poiché il suo programma radicale di rivoluzione agraria aveva svegliato l’opposizione dei possidenti delle città, decise di metterlo di nuovo al in secondo piano, e così gli fu possibile conquistare una parte dei notabili delle città, compreso parecchi generali di Chiang che cambiarono campo.

Nel 1948 e nel 1949 il PCC prese il controllo delle grandi città quasi senza combattere, mentre il governo di Chiang, respinto anche da una parte della sua base sociale, trovò rifugio nell’isola di Formosa (oggi Taiwan). Il PCC fu attento a non distruggere il vecchio apparato di Stato e invece a cercare un compromesso. Così dei responsabili ancora associati poco prima al Guomindang continuarono a sedere nelle istanze dell’esercito, della polizia, della magistratura.

Questa terza rivoluzione cinese (dopo quelle del 1911 e del 1927) fece piazza pulita delle scorie del vecchio regime e dei rapporti feudali nelle campagne, unificò la Cina che potette sottrarsi per un certo periodo alle grinfie dell’imperialismo. Tutto questo fu un progresso reale. Ma ciò che preoccupava il dirigenti del PCC non era l’emancipazione dell’insieme dell’umanità dal sistema capitalista, era lo sviluppo dell’economia cinese nel rispetto del diritto di proprietà. Per questo la "nuova democrazia" raccomandata dal PCC intendeva rappresentare tutte le classi della società, compresa la borghesia industriale. In questo ambito il posto assegnato alla classe operaia era solo di lavorare il più possibile e al costo minimo. Certo si parlava anche di un "controllo operaio” ma gli operai erano soltanto invitati a fare proposte per migliorare la produzione, fermo restando che l’ultima parola spettava ai dirigenti aziendali.

In seguito, come conseguenza del blocco economico imposto dagli Stati Uniti nell’ambito della Guerra fredda, il regime fu portato a nazionalizzare l’economia, con indennizzo dei vecchi proprietari. Ma non si trattava di farla finita con il capitalismo, bensì di servirsi dei mezzi dello Stato per provare a fare uscire l’economia cinese dal suo sottosviluppo cronico. E tra l’altro, ormai da un quarto di secolo lo Stato cinese non ha avuto difficoltà a fare la scelta inversa, reintegrando il mondo imperialista e favorendo lo sviluppo del grande capitale privato. Furono ancora la classe operaia e i contadini poveri a pagarne il prezzo.

Per tutto un periodo, la rivoluzione cinese del 1949 nondimeno sarebbe stata un esempio per tutti i nazionalisti dei paesi del terzo mondo, segnando il primo atto dell’ondata di lotte anticolonialiste che avrebbe scosso il mondo durante più di un decennio.

J.F.


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