Internazionale

Fabbriche chiuse a Livorno

La partita giocata in casa con il Milan è una di quelle occasioni in cui anche chi non segue il campionato di calcio presta orecchio alle chiacchiere dei tifosi. Così, già qualche giorno prima di sabato 12 settembre, in città si sapeva che sugli spalti dello stadio si sarebbero visti gli sfottò più fantasiosi contro “Papi” Berlusconi.

Ma questa volta c’era anche una delegazione di quelle fabbriche i cui lavoratori sono in cassa integrazione da più o meno tempo, sotto la minaccia di una completa chiusura o di una drastica ristrutturazione. Gli operai della raffineria Eni, quelli della Giolfo e Calcagno ( Giopescal ), quelli della Delphi hanno mostrato un loro striscione con la speranza che il pubblico presente e quello televisivo ne fosse in qualche modo colpito.

Certo questa non è l’unica iniziativa. I lavoratori presidiavano già da una settimana la piazza Grande, proprio davanti al municipio. Ma se è vero che, c’è una certa attenzione della cittadinanza per le vicende di queste aziende e dei loro dipendenti, è anche vero che a questi nomi “famosi” se ne aggiungono di continuo altri. La prima pagina del quotidiano locale più diffuso, il Tirreno, portava il giorno dopo, la notizia della chiusura di un noto laboratorio di pasticceria. Venti gli operai rimasti senza lavoro.

Certo, ogni storia è diversa dall’altra. L’ENI, ad esempio, è il più importante gruppo industriale italiano ed è gonfia di profitti. I lavoratori che ancora mentre scriviamo ne presidiano i cancelli hanno buoni argomenti, negli stessi bilanci resi pubblici dall’azienda, per pretendere che questa non venda una parte degli impianti come sembra intenzionata a fare, “spacchettando”, con il sito livornese anche chi ci lavora dentro. La Giolfo e Calcagno, che trattava e confezionava pesce congelato, è in liquidazione. I suoi dipendenti sono già pressoché tutti fuori e in cassa integrazione. Nei capannelli di questi giorni le operaie e gli operai si dicono che finché rimangono in funzione le celle frigorifere esiste almeno un interesse a mantenere un’attività di magazzino, dato che gli impianti industriali veri e propri sono già stati venduti. Ancora diversa la vicenda Delphi, e così via.
Ma tutte queste storie hanno una matrice e un risultato in comune. La matrice è la crisi, che è di dimensioni mondiali e che tende a eliminare le imprese più deboli e spinge le più forti a concentrarsi di più e a riorganizzarsi al proprio interno, anche indebolendo le acquisizioni dei lavoratori, ristrutturando, chiudendo singoli reparti o interi impianti. Il risultato è l’espulsione di migliaia di operai e di impiegati dal ciclo produttivo.

Esiste il terreno per un’azione comune? Si. Nella rivendicazione del mantenimento dei posti di lavoro, come punto di partenza di una mobilitazione generale. Ma è chiaro che è interesse di ognuno che la lotta si allarghi fino ad unire i lavoratori che vivono gli stessi problemi non solo nella nostra città. Più il fronte si allarga e più è possibile che i risultati della lotta siano favorevoli ai lavoratori.

Corrispondenza Livorno


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