Internazionale
Iran

La contestazione del regime non è finita

Il 23 giugno il consiglio dei guardiani della costituzione, organo dirigente della dittatura islamista iraniana, ha confermato che considera valida la rielezione del presidente uscente Mahmud Ahmadinejad, mentre i suoi avversari politici continuavano a contestare e denunciare la truffa elettorale. Ma per il potere non si parla più neanche di fare finta di provvedere ad un nuovo conteggio dei voti. La "guida suprema" Ali Khamenei, che è il vero dirigente del regime iraniano, ha avvertito gli oppositori che ormai aveva deciso e che le manifestazioni sarebbero represse senza pietà.

La polizia e le varie forze di repressione comunque erano già intervenute violentemente contro i manifestanti a furia di manganellate e anche di sparatorie, facendo almeno dieci morti e molti feriti. Ci sono stati anche numerosi arresti. Dopo l’ultima manifestazione di massa il sabato 20 giugno sembra che le manifestazioni siano state molto sporadiche e comunque molto meno numerose, almeno per quanto lo si possa sapere poiché le notizie arrivano sempre più difficilmente all’esterno.
Si può dire per tanto che la dittatura che impera a Teheran ha avuto la meglio sulla contestazione popolare? Non è affatto sicuro. Queste elezioni sono state l’occasione per i vari clan del regime di confrontarsi. Per Mir Hossein Mussavi, già primo ministro dell’ayatollah Khomeiny che alla sua epoca si è mostrato capace anche lui di condurre una feroce repressione contro gli oppositori, sono state l’occasione per candidarsi contro Ahmadinejad, di darsi l’immagine di un oppositore democratico, fautore di un regime meno rigido. Ed è evidente che ha trovato un certo ascolto presso una parte della popolazione.

Ma quest’ultima, queste centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato nelle strade e le milioni che le hanno approvate, possono ancora accettare per anni questo regime di mullah reazionari che impongono a tutti, e in particolare alle donne, il loro ordine morale? Lo si vedrà in futuro ovviamente, e questo dimostrerà fino a che punto l’opposizione al regime rimane limitata ai ceti cittadini relativamente agiati, e fino a che punto essa coinvolge i ceti popolari particolarmente colpiti dal degrado della situazione economica. Infatti, a prescindere dalla questione elettorale, gli scioperi operai si sono moltiplicati nell’ultimo periodo.

Comunque è probabile che le lotte di clan nei circoli dirigenti andranno avanti, così come i calcoli degli uni e degli altri per provare ad utilizzare al loro vantaggio il malcontento suscitato dal regime. In fondo è così che hanno fatto trenta anni fa i religiosi sciiti schieratisi con Khomeiny, mettendosi alla testa della lotta contro l’odiato regime dello scià. Questa lotta era stata punteggiata da una successione di manifestazioni di massa, represse in modo sanguinoso dal regime prima di portare alla sua caduta. Questa vittoria popolare purtroppo era stata seguita rapidamente dall’instaurazione di una nuova dittatura, quella della Repubblica islamica.

Le lezioni di questa esperienza sono state certamente comprese da molti esponenti di questa repubblica stessa. Bisogna augurarsi che in seno alla popolazione e ai lavoratori molti altri ne abbiano tratto le lezioni, ma in un altro modo, e siano consapevoli delle necessità per la classe operaia di avere una propria politica, autonoma nei confronti delle varie cricche del regime.

J.F.


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