Internazionale
Università di torino. il rettore ordina la serrata

Un atto autoritario e repressivo nei confronti di lavoratori e studenti

Venerdì 15 maggio lavoratori e studenti dell’università di Torino si sono trovati di fronte ai cancelli chiusi di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche. Il rettore Pellizzetti aveva deciso la sera prima di procedere alla serrata del palazzo sospendendo così tutte le attività, dalla didattica alla ricerca ai servizi tecnico-amministrativi, dal 15 al 19 maggio. Una delegazione di lavoratori e studenti, ignari di quanto stava accadendo, si è recata in rettorato per avere spiegazioni dal Rettore che, invece, chiudeva le porte dello stesso rettorato impedendone a chiunque l’ingresso. Solo alla fine della mattinata, Pellizzetti si decideva a riaprire la sede e a ricevere per mezzo minuto due rappresentanti delle vittime della serrata. Il rettore, con molta arroganza concedeva mezzo minuto del suo tempo per comunicare l’origine del suo gesto, accampando motivi di sicurezza in vista del G8 universitario previsto in quei giorni. Un appuntamento voluto dai rettori delle università dei paesi del G8 e di quelli “emergenti” per promuovere contatti e accordi con i rappresentanti del capitalismo mondiale al fine di discutere sul come privatizzare l’università e la ricerca.

Il rettore confermava la decisione di chiudere Palazzo Nuovo sostenendo di temere disordini all’interno dell’edificio durante le assemblee decise dai collettivi studenteschi anti G8 in concomitanza dell’evento, timori accresciuti, probabilmente, dall’aver letto sui giornali l’esistenza di una nota del Viminale che parlava di possibili azioni sovversive di fantomatici estremisti stranieri . Forse il rettore si era fatto suggestionare dall’aver letto male uno striscione appeso nei giorni precedenti sul loggiato del rettorato (peraltro subito rimosso dalla Digos) confondendo la scritta Block G8 con Black Bloc.

E’ un fatto molto grave che, per la prima volta nella storia dell’università, un rettore decida, ovviamente con il concorso dei presidi di varie facoltà, di procedere ad una vera e propria serrata (come fanno i padroni delle fabbriche contro gli scioperi dei lavoratori). Per questa azione repressiva, a differenza di altre avvenute in questi ultimi tempi (come le recenti cariche di polizia e carabinieri a studenti e lavoratori all’interno di Palazzo Nuovo), il rettore non ha sentito il bisogno di trovare alcun pretesto per quanto ingiustificato. Questa volta a Pellizzetti è bastato leggere una generica frase riportata da un giornale per rendersi protagonista di un gesto gravissimo e senza precedenti. Tanto più che Il rettore, con la sua azione, ha assunto scientemente il ruolo di apripista alle cariche della polizia contro i cortei del movimento studentesco dell’Onda.

La prima c’è stata il 18 maggio e si è conclusa con tre fermi e alcuni feriti. La seconda, ancora più violenta, è avvenuta il giorno dopo al termine della manifestazione nazionale degli universitari alla vigilia della manifestazione nazionale dell’Onda. Alcune migliaia di studenti e precari della ricerca hanno dato vita ad un vivace e pacifico corteo partito da Palazzo Nuovo. I manifestanti, una volta giunti nei pressi del castello del Valentino, sede del meeting baronale, si sono trovati di fronte ad un impenetrabile sbarramento delle forze di polizia, che non si sono limitate a bloccare la testa del corteo ma la hanno caricata furiosamente per alcune centinaia di metri a difesa della “zona rossa”. Una ventina di agenti intossicati dai gas dei loro stessi fumogeni e due arresti tra gli studenti. Il corteo si è poi ricomposto e ha fatto ritorno senza altri incidenti a Palazzo Nuovo. Non è stata un’altra “Genova 2001”, almeno per questa volta. L’importante era lanciare un eloquente segnale di forza a chi non accetta di pagare i costi della crisi ed entra in lotta e permettere ai mass media di criminalizzare il dissenso, mass media che non hanno perso l’occasione di rimarcare che uno degli arrestati era nientemeno, udite udite, «nipote di un ex terrorista».

Cosa ha spinto il rettore a tanto? Non certo un improvviso raptus di pazzia (sono impazziti anche i presidi?). Possiamo ragionevolmente ipotizzare il tentativo di mostrare al governo che l’ateneo torinese, nonostante il bilancio in rosso di parecchi milioni di euro, sia da considerarsi “virtuoso”. Un modo per evitare così il taglio dei finanziamenti statali. La “virtù” consisterebbe nel dimostrare al governo che le autorità accademiche hanno ben interpretato la politica di repressione preventiva fatta di leggi razziste ed anti-sciopero messa in atto da Berlusconi e dai suoi ministri di fronte all’eventualità dell’esplodere del conflitto sociale per l’aggravarsi della crisi economica. Forse è solo un’ipotesi, forse stiamo sopravvalutando la mens politica del rettore e del suo entourage, forse egli ha agito su suggerimento di qualche autorità politicamente più pensante di lui, suggerimento prontamente accettato non certo per un malinteso senso ”civico”.

In ogni caso, la chiusura di Palazzo Nuovo, cuore dell’università di Torino e del dissenso studentesco, è stato inequivocabilmente un atto autoritario da esibire quale prova della capacità di stroncare sul nascere ogni forma di espressione critica e di opposizione alla trasformazione delle università in aziende, mutazione le cui fondamenta sono state gettate dai passati governi di centro-sinistra con il varo delle leggi sull’autonomia. Da mesi assistiamo ad azioni repressive in molte parti del paese volte a colpire i settori più combattivi e coscienti sia studenteschi che operai. L’obiettivo è chiaro: evitare che, in caso di esplosione del conflitto sociale di fronte all’acutizzarsi della crisi economica, si crei una saldatura delle lotte degli operai con quelle degli studenti. E questo è un fatto.

Corrispondenza da Torino


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