Internazionale

Terremoto dell’Abruzzo: media intensità sismica, alta intensità di morte

Il terremoto è usato spesso come metafora di profondi cambiamenti politici, economici, sociali.

Ritroviamo il significato pieno di questa parola quando succedono i terremoti veri, quando crollano le case e la gente muore. Il terremoto in Abruzzo ha calamitato l’attenzione del pubblico, i “terremoti” fasulli sono stati lasciati per un momento da parte e i notiziari hanno dato spazio alla tragedia, ai quasi trecento morti, agli sfollati, all’azione dei volontari e della protezione civile.

Dopo una settimana dalla scossa più forte, quella delle 3,32 del 6 aprile, si sprecano gli appelli all’unità e alla concordia di fronte ad una tragedia a cui si è voluto dare, fin dall’inizio, nelle dichiarazioni degli organi di governo, i tratti caratteristici di una fatalità.

I tecnici dell’Istituto Nazionale di Geofisica spiegano che si è trattato di un sisma di media intensità, preceduto da almeno una ventina di episodi sismici dal mese di gennaio. Spiegano che la faglia che si trova a est dell’Aquila, tende ad allargarsi di qualche millimetro l’anno, divaricando, se così si può dire, i due versanti, tirrenico e adriatico, del centro-sud. Se il singolo episodio non è prevedibile nella sua data e nella sua localizzazione precise, non ci sono dubbi che tutta la regione è notoriamente ad alto rischio sismico.

Si ripropone allora la questione che si è posta altre mille volte: si può accettare che la vita di una con la popolazione sia messa a repentaglio non dalla “fatalità” dei terremoti ma dalla criminale incuria dei costruttori, quando si tratta di edifici più recenti, e dall’altrettanto criminale abbandono degli interventi di manutenzione degli edifici dei centri storici da parte delle autorità di ogni ordine e grado?

Il terremoto dell’Aquila e della sua provincia, con paesi come Tempera e Onna quasi completamente distrutti, con la Casa dello studente del capoluogo che si è trasformata in una trappola mortale, così come l’ospedale, ci mette davanti l’assurdità e la micidiale pericolosità di un sistema economico-sociale che, nel ventunesimo secolo, non riesce a predisporre, a organizzare e ristrutturare il sistema abitativo secondo le nozioni anti-sismiche già da tempo acquisite dall’ingegneria delle costruzioni, né è riuscito, fino ad ora, a predisporre un piano di evacuazione di emergenza in caso di terremoto in una zona il cui grado di pericolosità sismica è tanto noto da essere scritto nei libri di geografia delle medie inferiori.

Le cronache televisive ci hanno mostrato immagini ed episodi commoventi. Come quelle del paese di San Gregorio dove l’intervento dei vigili del fuoco ha consentito di mettere in salvo tutti i bimbi del locale orfanotrofio.

Non è meno urgente scavare nelle cause vere di questa e di tante altre tragedie “naturali”. Sotto le macerie e il polverone delle chiacchiere, delle lacrime di coccodrillo e delle dichiarazioni ufficiali si troverà che la logica del profitto sta alla base sia della cattiva costruzione dei più recenti fabbricati, sia dei tagli di quei capitoli di spesa pubblica da destinare alla manutenzione, alla messa a norma e al controllo degli edifici più vecchi. La forza assassina non è la natura ma il capitalismo, le cui conseguenze nefaste sono moltiplicate dalle croniche disfunzioni del “modello italiano”.

R.P.


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