Internazionale

Crisi economica e minacce di guerra

Da “Lutte de classe” n°211 – Novembre 2020

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"Il mondo è un luogo pericoloso, la crisi contribuisce a questo pericolo e non è improbabile che si verifichi un grande conflitto. ... Il minimo incidente può degenerare in un’escalation militare incontrollata. ... I difficili conflitti tra gli stati rimangono possibili e persino probabili. Ora più che mai, l’esercito deve essere pronto a generare potenza militare fin dall’inizio per affrontare un pericolo inaspettato, sapendo resistere agli urti con la resilienza. ... Abbiamo immaginato una situazione del genere intorno al 2035, ma nel 2020 alcune caselle sono già spuntate."[1] Questi sono alcuni dei commenti fatti prima dell’estate dal capo di stato maggiore dell’esercito francese, il generale Thierry Burkhard, per presentare ai parlamentari la sua visione del futuro.

Queste parole di un capo con molte stellette non servono solo ad ottenere un’estensione del budget per il "grande muto" [l’esercito, NdT]. Esprimono il timore di alcuni dirigenti della borghesia che la crisi economica, accelerata e aggravata dalla crisi sanitaria, porti a nuove guerre se non a una guerra generalizzata, o addirittura a una nuova guerra mondiale. Propaganda o anticipazione?

Dalla fine della seconda guerra mondiale, le guerre non sono mai cessate. Il Medio Oriente ne è vittima da quarant’anni ininterrottamente. Paesi un tempo relativamente sviluppati, come l’Iraq o la Siria, sono stati metodicamente distrutti. La guerra è ancora in corso in Afghanistan, Siria e Yemen. In Africa ci sono molti paesi che sono in guerra da decenni. In Asia, la guerra contro i rohingya continua in Birmania. Pakistan, India, Bangladesh e Filippine sono in uno stato di guerra quasi permanente.

Dietro la maggior parte di queste guerre c’è l’intervento delle grandi potenze.
Ma queste guerre, per quanto mortali possano essere per le persone che le subiscono e per i soldati che le conducono, si svolgono lontano dall’Europa, almeno dalla sua parte occidentale. I soldati occidentali sono certamente coinvolti direttamente in alcune di esse. Tuttavia, il più delle volte sono impegnati in operazioni cosiddette asimmetriche, ovvero operazioni condotte non contro gli eserciti regolari di un vero stato ma contro gruppi armati di tipo guerrigliero o jihadista, contro eserciti poco equipaggiati o, più spesso ancora, sotto forma di bombardamenti aerei in cui i piloti uccidono centinaia di persone come se si trattasse di un videogioco. E quando si tratta di una guerra "ad alta intensità" o "di massa", secondo il gergo militare, come la guerra contro l’ISIS in Iraq o in Siria, lo shock delle prime linee, e quindi la maggior parte dei morti, è sopportato da truppe sostitutive, irachene, curde, siriane, o da mercenari di tutte le nazionalità, ingaggiati dai leader occidentali e soprattutto americani, per effettuare le operazioni militari più pericolose. Le cerimonie messe in scena nella Cour des Invalides [a Parigi, luogo principale delle cerimonie militari nazionali francesi, NdT] dai presidenti che si sono succeduti per lusingare il senso del sacrificio e dell’unità nazionale ricordano regolarmente che dei soldati francesi muoiono in queste operazioni. Tuttavia, al di là dei loro cari, queste morti hanno poco effetto sull’opinione pubblica perché si tratta di un piccolo numero di soldati, che erano volontari, uccisi in paesi lontani.

La crisi sta aggravando le tensioni in Europa

L’aggravarsi della crisi con la catena di tensioni economiche, politiche, diplomatiche o militari che essa provoca può cambiare la situazione più o meno rapidamente. La guerra, che la parte occidentale dell’Europa non conosce sul suo territorio da settantacinque anni, a differenza di quella orientale, potrebbe avvicinarsi. Questo timore è espresso sia da ufficiali superiori che dai leader politici. Presentando un aumento del budget militare a settembre, il ministro della Difesa Florence Parly ha spiegato che è "essenziale per riparare il nostro esercito dopo anni di sottoinvestimenti, e le crescenti tensioni in Europa ne dimostrano la necessità". Il senatore LR [Les Républicains, partito di destra, NdT], che presiede la Commissione Affari Esteri, ha osservato: "In un momento in cui alcuni immaginano un confronto tra Egitto e Turchia in Libia, dove la Turchia sta conducendo importanti operazioni terrestri al di fuori del suo territorio, possiamo vedere che operazioni terrestri convenzionali non sono una mera ipotesi di lavoro, ma una realtà strategica" [2] prima di concludere, non sorprendentemente: "Il Senato sarà attento a garantire che i mezzi finanziari seguano." Altri invocano i rischi di una guerra involontaria contro la Russia: "La futura guerra contro la Russia non si baserà su un’invasione, ma forse su un errore di calcolo che ci trascinerà con sé", ha dichiarato un leader della Nato, citato dal quotidiano Le Monde del 17 giugno. A questo rischio di guerra per sbandata fa eco il generale Burkhard, secondo il quale "il minimo incidente può degenerare in un’escalation militare incontrollata". C’è ovviamente un elemento di esagerazione a fini propagandistici e di comunicazione in queste varie osservazioni. Propaganda per mascherare le schiaccianti responsabilità dell’imperialismo nell’aumento delle tensioni indicando un nemico conveniente, la Turchia di Erdogan o la Russia di Putin. Comunicazione per ottenere un aumento dei budget per la difesa e farli accettare dall’opinione pubblica.

Resta il fatto che Erdogan, di fronte a una grave crisi economica, a una base politica sempre più ridotta e alle sconfitte alle elezioni locali, ha intrapreso una corsa a capofitto verso il militarismo e il nazionalismo. La Turchia è ora impegnata militarmente in cinque conflitti. Ha inviato truppe o surrogati in Libia, Siria e nel nord dell’Iraq, dove non ha mai cessato le incursioni contro i curdi. Attraverso le milizie siriane proturche e sotto forma di consegne di armi, interviene a fianco dell’Azerbaigian nella guerra contro l’Armenia intorno al Nagorno-Karabakh. Infine, ha intensificato le manovre aeree navali nel Mediterraneo nelle acque territoriali greche. Negli ultimi cinque anni il governo turco ha rafforzato la sua marina militare acquistando o costruendo nuove fregate e sottomarini. Dovrebbe inaugurare la sua prima portaerei nel 2021.

C’è un po’ di bluff e di ricatto nelle pose bellicose di Erdogan. La Turchia è ancora membro della NATO, così come la Grecia, il che la pone sotto la tutela degli altri stati membri della NATO per alcune delle sue forniture militari. Ad esempio, nel 2019, gli Stati Uniti hanno bloccato la consegna di aerei da caccia F-35 dopo che la Turchia aveva acquistato materiale di difesa antiaerea russo. La società canadese L3Harris Wescam ha appena sospeso le consegne di ottiche di precisione, essenziali per gli UAV militari turchi, per il motivo dichiarato che uccidono i civili nel Nagorno-Karabakh. Anche se Erdogan ha i suoi interessi e i suoi obiettivi, non si oppone frontalmente a quelli degli Stati Uniti. Gli interventi turchi in Siria sono stati effettuati con il via libera di Trump. Interventi espliciti nella Rojava curda della Siria nell’autunno del 2019, dopo che Trump ha abbandonato i combattenti curdi artefici della sconfitta dell’ISIS; e almeno impliciti qualche settimana dopo nella regione di Idlib, di fronte a Bashar el-Assad sostenuto dall’aviazione russa e dai suoi quadri militari.

Per quanto riguarda la Russia di Putin, non è il paese guerraiolo che alcuni leader occidentali vorrebbero descrivere. È soprattutto un regime, innegabilmente dittatoriale, che cerca di difendere gli interessi dei suoi oligarchi con ogni mezzo, dal veleno alle annessioni, di fronte alle pressioni delle potenze imperialiste o all’ingerenza dei poteri regionali nei paesi dell’ex Unione Sovietica, dalla Bielorussia al Kirghizistan, all’Ucraina o all’Azerbaigian, scossi dalle rivolte sociali o dalle crisi politiche.

Tuttavia, il calo dei prezzi del petrolio e di altre materie prime e il rallentamento del commercio internazionale stanno accelerando o risvegliando molte tensioni tra i paesi. La riduzione dei mercati sta esacerbando la concorrenza tra i gruppi capitalisti, che ripercuotono le loro guerre commerciali ai loro fornitori e subappaltatori in tutto il mondo. I lavoratori di tutti i paesi ne sono certo le prime vittime, ma anche le borghesie più deboli ne soffrono. Molti paesi poveri o semi-poveri, le cui economie sono già state scosse dalla crisi del 2008, subiscono pienamente il peso della crisi attuale. Questo porterà al fallimento e alla rovina di interi settori della piccola e media borghesia. Lo si vede già in Libano, dove l’inflazione e il blocco dei conti bancari hanno portato alla povertà categorie sociali precedentemente preservate. Le conseguenze politiche saranno molteplici. Poiché la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, secondo la formula di Clausewitz, in un momento o nell’altro la crisi porterà alla guerra. Se ogni scintilla non provoca necessariamente un’esplosione, quando l’aria è carica di materiale esplosivo i rischi di sbandamenti accidentali, menzionati dai generali, diventano possibili.

Le tensioni tra Cina e Stati Uniti

Su un piano completamente diverso, c’è il rischio che la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina si trasformi in una guerra tout court. Torniamo a lungo sulle relazioni tra Cina e Stati Uniti in un altro articolo di questo numero di Lotta di classe. Diciamo che le posture di Trump, che nella campagna per la sua rielezione non esita ad utilizzare un linguaggio brutale per sedurre i suoi elettori più xenofobi, alimentano la paura di una sbandata militare. Ascoltando Trump, si può avere l’impressione che gli Stati Uniti possano iniziare una guerra in qualsiasi momento, contro la Corea del Nord, l’Iran o la Cina. Ma nei quattro anni del suo mandato, Trump si è ripetutamente tirato indietro, spettacolarmente contro la Corea del Nord e per un pelo contro l’Iran, dopo che una petroliera saudita è stata silurata nello Stretto di Hormuz.

Nel mar cinese meridionale, che lo stato cinese pretende di controllare e dove la marina cinese, rafforzata da diversi anni, si trova ad affrontare regolarmente la potente marina americana, il rischio di una sbandata incontrollata preoccupa gli osservatori. È il caso di Henri Kissinger, 96 anni, ex capo della diplomazia statunitense sotto il repubblicano Nixon e artefice della reintroduzione della Cina nel mercato capitalista mondiale. "Se si permette al conflitto di peggiorare, l’esito potrebbe essere ancora peggiore di quello che è successo in Europa nel XX secolo", ha detto nel dicembre 2019. "Il presidente Trump potrebbe usare un incidente militare nel mar cinese meridionale per dimostrare la determinazione americana contro la Cina del presidente Xi Jinping", avrebbe detto quest’estate all’ex ambasciatore francese negli Stati Uniti, secondo il New York Times. Anche in età molto avanzata, Kissinger probabilmente non è diventato un ingenuo pacifista. Esprime piuttosto le preoccupazioni di un intero segmento della borghesia americana, che ritiene indispensabile mantenere strette relazioni commerciali con la Cina. Perché, al di là delle loro rivalità commerciali e delle dimostrazioni permanenti di forza militare, le classi dirigenti americane e cinesi sono complici, essendo i loro rispettivi interessi intrecciati.

Aumento dei bilanci militari ovunque

Un indicatore dell’aumento delle tensioni nel mondo è la crescita delle spese militari e l’intensificarsi della corsa agli armamenti. Secondo un rapporto dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, nel 2019 la spesa militare globale ha raggiunto 1.917 miliardi di dollari, pari a circa 1.782 miliardi di euro. Si tratta di 240 euro per ogni essere umano sul pianeta, compresi i neonati. Secondo questo istituto, "la spesa militare ha raggiunto il livello più alto dalla fine della guerra fredda". In un anno è aumentata del 3,6%. Un tale aumento non si registrava da dieci anni! Molti paesi stanno aumentando la loro spesa militare, ma gli Stati Uniti sono di gran lunga in testa alla classifica, con un budget militare quasi pari a quello combinato degli otto Paesi che li seguono in tale classifica. Il budget militare statunitense è stato di 731 miliardi di dollari, rispetto ai 261 miliardi di dollari della Cina. In Francia, l’aumento del bilancio della difesa per il 2021 è sostanziale: un aumento di 1,7 miliardi di euro per raggiungere un totale di 39,2 miliardi, ovvero il 4,5% in più rispetto al 2020 e il 22% in più rispetto al 2017. Florence Parly, la ministra delle forze armate molto premurosa con i trafficanti d’armi, è stata molto orgogliosa di annunciare che l’aumento cumulativo dei bilanci negli ultimi quattro anni rappresenta "due anni di spesa per le attrezzature dell’esercito".

In ogni momento della storia del capitalismo, le ordinazioni di armi da parte dello stato sono stati un mezzo per espandere artificialmente il mercato per i loro industriali. Come diceva Rosa Luxemburg nel 1913: "Da un punto di vista puramente economico, il militarismo è per il capitale un mezzo privilegiato per realizzare il plusvalore, in altre parole è un campo di accumulazione". [3] Rosa Luxemburg ha descritto in dettaglio come il militarismo, cioè l’uso da parte dello Stato di "denaro estorto ai lavoratori sotto forma di tasse indirette" per ordinare le armi, ha aggravato lo sfruttamento dei lavoratori nei paesi imperialisti abbassando il loro tenore di vita e facendo loro sopportare pienamente il finanziamento dell’esercito permanente. Ma la produzione di armi non è semplicemente un sussidio degli stati ai capitalisti in tempi di crisi. Le armi prodotte possono essere utilizzate.

Il mondo non è certamente ancora impegnato in una spirale come quella che ha preceduto la guerra del 1914-1918 o quella del 1939-1945, con due blocchi rivali di paesi imperialisti che si preparano ad affrontarsi sulla pelle di decine di milioni di lavoratori per garantire fonti di materie prime e sbocchi per le loro merci e capitali. La superiorità militare degli Stati Uniti, mantenuta privando milioni di proletari americani dell’accesso all’assistenza sanitaria, all’istruzione o ad alloggi degni delle capacità del nostro tempo e saccheggiando in vari modi la forza lavoro dei paesi poveri di tutti i continenti, rimane ad oggi troppo forte per prevedere un simile scenario nel prossimo futuro. Tuttavia, le tensioni militari non sono mai state così forti. Durante gli anni della Guerra Fredda, le guerre locali o regionali sono state inquadrate, mediate dalla rivalità tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, ognuna delle quali svolgeva un ruolo repressivo nella propria area. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la rivalità tra le varie potenze regionali e le manovre delle potenze imperialiste di seconda categoria per sostenere o indebolire questo o quel governo, per incoraggiare questo o quel partito di opposizione, hanno aggiunto carburante a tutti gli incendi che sono stati accesi in tutto il mondo. Dai Balcani all’Afghanistan, dalla Libia all’Iraq, gli Stati Uniti sono intervenuti, non per garantire "pace e democrazia", ma ogni volta che i loro leader hanno sentito che uno dei protagonisti stava sfidando il loro ordine mondiale, sempre più instabile. In molti casi, l’imperialismo statunitense ha scelto di lasciare che si decomponessero i conflitti, le rivalità nazionali o etniche, di intervenire solo da lontano attraverso bande locali o mercenari e talvolta di ritirarsi, lasciando alla sua partenza un caos maggiore di quello trovato al suo arrivo. Oggi l’instabilità, aggravata dalla crisi economica, si sta avvicinando ai ricchi paesi occidentali.

Socialismo o barbarie

Di fronte a questa stessa constatazione, i leader dello stato borghese chiedono oggi truppe e armi per fare la guerra. Alcuni sono preoccupati di indurire i loro ufficiali prima di lanciare, forse domani, una propaganda militaristica su larga scala. Il generale Burkhard, già citato, propone di modificare la formazione degli ufficiali dell’esercito, giudicati "non abbastanza incalliti" perché, secondo un comandante della scuola ufficiali di Saint-Cyr, "la società francese ha preso le distanze dalla tragedia e dalla storia. Non prepara questi giovani alle responsabilità esorbitanti che avranno all’età di 25 anni, all’età dei primi impegni operativi, dei primi decessi. Dobbiamo farli maturare il più rapidamente possibile". [4] "Tragedia e storia" sono stati i campi di battaglia delle due guerre mondiali, dove milioni di lavoratori e contadini, guidati da ufficiali scelti tra i figli della borghesia, sono stati falciati, sepolti vivi, mutilati; poi le sporche guerre coloniali in cui è stata forgiata la "scuola francese di guerra antisovversiva", cioè l’uso diffuso della tortura. Decine di migliaia di giovani coscritti "maturati" negli Aurès [una regione parzialmente montuosa situata nel nord-est dell’Algeria, NdT] sono stati così "induriti"… e talvolta distrutti a vita. I generali non chiedono ancora il ripristino del servizio militare obbligatorio, ma potrebbe succedere presto. Nel frattempo, la ministra delle forze armate ha appena dichiarato, presentando il suo bilancio: "Saremo i principali reclutatori in Francia nel 2021, assumeremo 26.700 giovani, alcuni altamente qualificati, altri senza alcuna qualifica."

Servire da carne da cannone, ecco il futuro che i capi della borghesia offrono ai giovani. Più che irrisorie richieste di pace, che lancia regolarmente la sinistra riformista, ciò che è urgente e vitale è armare i lavoratori... politicamente. Se il capo di stato maggiore dell’esercito recluta truppe, i rivoluzionari devono reclutare le proprie truppe, cioé uomini e donne consapevoli che il potere della borghesia deve essere rovesciato. Per evitare la guerra, non c’è altra via che la rivoluzione sociale su scala globale.

18 ottobre 2020

1] Estratti del comunicato stampa della Commissione di difesa dell’Assemblea nazionale [l’istituzione francese che, insieme al Senato, forma il parlamento della quinta repubblica, NdT] del 18 giugno 2020, dopo l’audizione del generale Burkhard.

2] Philippe Cambon, 24 giugno 2020, sul sito del Senato.

3] Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale, 1913.

4] Osservazioni del generale Patrick Collet citate da Le Monde, 7 settembre 2020.


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